Fuori dal commissariamento, dentro un nuovo piano di tre anni per cercare di riportare in equilibrio i conti
La vicenda dell'uscita del commissariamento si è chiusa in maniera abbastanza nebulosa con una decisione “pilatesca” della Corte dei Conti che ha parlato di non luogo a pronuncia. Allora perché il Ministro Schillaci ha parlato di procedura di controllo in corso?
Alla fine la vicenda del commissariamento della sanità calabrese si è conclusa nella maniera nebulosa che ha caratterizzato tutta questa storia. La Corte dei Conti, com'è noto, anzi la sezione centrale del controllo di legittimità sugli atti del Governo e delle amministrazioni dello Stato, sul famoso decreto del Consiglio dei Ministri del 22 aprile, ha stabilito una sorta di non luogo a procedere.
I magistrati contabili quindi non hanno apposto il loro timbro di legittimità all'atto, lo hanno ritenuto in qualche modo fuori dalla loro orbita di competenze, trattando il commissariamento più come un aspetto politico che squisitamente contabile.
La cosa strana è che qualche giorno il primo ministro della Salute, Orazio Schillaci , che nel corso del question time alla Camera, rispondendo all'interrogatorio del deputato di ItaliaViva Davide Faraone, aveva dichiarato che «con Dpcm del 22 aprile è stata dichiarata la cessazione del mandato commissariale. In merito alla decorrenza degli effetti, l'atto com'è noto è sottoposto alla registrazione della Corte dei Conti. La procedura di controllo è in corso ».
«La presidenza del Consiglio dei Ministri e questo ministero – aveva aggiunto il ministro -stanno fornire i chiarimenti e la documentazione richiesta. Il 31 luglio è stata convocata l'adunanza della sezione centrale del controllo di legittimità sugli atti del Governo e delle amministrazioni dello Stato per l'esame e la pronuncia sul visto e la conseguente auspicabile registrazione».
Si perché come si ricorderà la stessa Corte dei Conti aveva chiesto una serie di chiarimenti sul come il Consiglio dei Ministri era arrivato a dichiarare la fine del commissariamento , partendo dai numeri del bilancio consolidato della sanità calabrese passando agli aspetti più formali come l'impulso all'atto che era arrivato non dal Ministro della Salute o delle Finanze, ma da quello degli Affari Regionali, Roberto Calderoli.
Il 31 luglio scorso la decisione della Corte dei Conti di non registrare l'atto, ma nemmeno di annullarlo. Qualcuno dice che la decisione un po' “pilatesca” della Corte sia dovuto alla volontà di n on spargere altra benzina sul fuoco nel braccio di ferro che vede dal dicembre scorso impegnati Governo Meloni e Corte dei Conti sulla riforma della magistratura contabile in Italia, riforma che i diretti interessati hanno senza mezzi termini portatrice di una “deriva autoritaria” perchè destinati a minare l'indipendenza dell'organismo.
Tralasciando questo aspetto, in Calabria sono altri gli interrogativi che restano sul tappeto. Se la bollitura della Corte dei Conti non era necessaria, perché il Ministro alla Salute a Montecitorio ha parlato di una procedura di controllo in corso? Come ha fatto la giunta regionale ad approvare una serie di atti, anche rilevanti, in materia sanitaria se ancora l'iter di uscita dal commissariamento, secondo le parole del Ministro, non si era completata?
Domande però che lasciano il tempo che trovano perché poco importa se a firmare gli atti sia Roberto Occhiuto nella sua veste di commissario o di assessore alla Sanità. Quello che resta di concreto è il piano di rientro 2026-2028 dal disavanzo sanitario della regione Calabria, approvato dalla Giunta regionale lo scorso 7 luglio e che ha ricevuto il nulla osta della conferenza Stato-Regioni e da qualche ora del Consiglio dei Ministri.
Dietro la forma, quello che resta, è un nuovo piano di tre anni da lacrime e sangue per cercare di riportare in equilibrio i conti della nostra sanità.