Anche Gentiloni spinge sulle primarie: «Le facessero». Bersani «Ok, ma prima sette-otto proposte»
I due esponenti del centrosinistra intervengono ieri sera su La7 a DiMartedì dopo il sondaggio Ipsos che vede Giuseppe Conte davanti a Elly Schlein
Una discussione che dura ormai da mesi, una leadership ancora da definire e il rischio che il centrosinistra continui a interrogarsi su chi dovrà guidarlo mentre Giorgia Meloni conserva l’iniziativa politica e i problemi del Paese finiscono sullo sfondo. Paolo Gentiloni e Pier Luigi Bersani, ospiti martedì sera di Giovanni Floris a DiMartedì, su La7, partono da sensibilità differenti ma finiscono per convergere su un punto destinato a pesare nel confronto interno all’opposizione: se Partito democratico e Movimento 5 Stelle ritengono che le primarie possano essere lo strumento attraverso il quale individuare il candidato alla presidenza del Consiglio, allora è arrivato il momento di chiudere la discussione sul metodo e procedere, evitando che la scelta della leadership continui a occupare lo spazio che dovrebbe essere destinato alla costruzione di una proposta politica comune.
A fare da sfondo al confronto è stato il sondaggio Ipsos di Nando Pagnoncelli sul futuro del campo progressista, che nell’ipotesi di primarie vede Giuseppe Conte al 38% ed Elly Schlein al 22%, mentre in un eventuale ballottaggio l’ex presidente del Consiglio salirebbe al 43% e la segretaria del Pd al 30%. La stessa rilevazione mostra però un elettorato progressista tutt’altro che compatto anche sul metodo con cui scegliere la leadership: il 30% preferisce le primarie, mentre il 33% indica la soluzione di un “federatore” individuato dalle forze della coalizione e successivamente legittimato attraverso il voto.
Numeri destinati inevitabilmente ad alimentare il confronto tra Pd e Movimento 5 Stelle, ma sui quali Gentiloni ha invitato a non costruire con troppo anticipo lo scenario delle prossime elezioni. «Non mi fiderei tanto del sondaggio che conosco benissimo, perché la partita di queste elezioni è apertissima, nonostante quel sondaggio», ha dichiarato l’ex presidente del Consiglio, mettendo in guardia dalla tentazione di trasformare una fotografia dell’oggi in una previsione sul risultato che emergerà quando gli italiani saranno chiamati alle urne.
Gentiloni ha quindi allargato il ragionamento al quadro europeo, proponendo una propria lettura delle esperienze elettorali degli ultimi anni e sostenendo che la tenuta registrata oggi dalle destre non debba essere considerata automaticamente destinata a riprodursi nel momento del voto. «Io dico solo questo. In generale in Europa le destre quando vanno al governo poi perdono le elezioni. È successo in Spagna, è successo in Polonia, è successo in Olanda. Dobbiamo stare attenti a confermare questa tendenza», ha detto Gentiloni, utilizzando quei casi per sostenere soprattutto una tesi politica: la prossima competizione italiana, nella sua valutazione, resta contendibile e gli attuali rapporti di forza non rappresentano una sentenza anticipata.
Proprio perché considera la partita ancora aperta, l’ex premier individua nella discussione permanente sulla leadership uno dei problemi che il campo progressista dovrebbe risolvere rapidamente, non perché ritenga irrilevante scegliere chi dovrà guidare la coalizione, ma perché il confronto sul nome del candidato ha ormai assunto una dimensione capace di oscurare quasi tutto il resto. «Io spero che risolvano presto tutta questa discussione su primarie, leadership, eccetera», ha affermato Gentiloni, precisando di parlare «da tifoso» e di non avere «particolari ruoli se non quelli di un tifoso», prima di arrivare al passaggio più netto del suo intervento.
Di Battista: «Mi hanno asportato un tumore, ora devo curarmi». Poi boccia il Governo Meloni e il campo largo«Visto che i due maggiori partiti sono a favore di fare queste primarie, facessero queste primarie», ha dichiarato Gentiloni, mostrando di considerare ormai più urgente arrivare a una decisione che continuare a discutere se lo strumento sia quello perfetto.
Il problema, nella sua lettura, riguarda infatti soprattutto il tempo che il centrosinistra sta dedicando alla propria organizzazione interna mentre nessuno conosce ancora con certezza quando si voterà e mentre il confronto politico dovrebbe spostarsi sulle questioni economiche e sociali. «Dal mio punto di vista io non capisco i dubbi, le obiezioni, tanta gente che dice meglio non farle, ma stanno andando avanti da troppo tempo. Noi non sappiamo quando si voterà. Bisogna sciogliere questo nodo e cominciare a parlare un po’ di più dei grandi problemi del Paese», ha spiegato Gentiloni, collegando direttamente la soluzione della questione della leadership alla possibilità per l’opposizione di tornare a contendere al governo l’agenda politica.
Ed è proprio nella durata di questa discussione che l’ex presidente del Consiglio ha individuato anche un possibile vantaggio per Giorgia Meloni, perché un centrosinistra impegnato prevalentemente a stabilire chi sarà il proprio candidato finisce inevitabilmente per parlare di se stesso anziché dell’azione dell’esecutivo. «È un diversivo magnifico che Meloni alimenta», ha osservato Gentiloni, domandandosi subito dopo «da quanto tempo va avanti questa storia?» e lasciando intendere che, prima ancora di stabilire chi dovrà guidare la coalizione, l’opposizione dovrebbe impedire che la futura leadership continui a rappresentare il principale argomento del proprio dibattito.
Quando Giovanni Floris ha passato la parola a Pier Luigi Bersani, il ragionamento si è spostato dalla meccanica delle alleanze e delle primarie a una questione più profonda, quella della capacità della sinistra di costruire e difendere una propria visione della società, perché per l’ex segretario del Pd una parte delle difficoltà dell’area progressista nasce ben prima delle candidature e riguarda la battaglia culturale combattuta, o non combattuta, negli ultimi anni.
«Noi sopravvalutiamo i fatti e sottovalutiamo le idee, la battaglia delle idee. Le idee sono più dure dei fatti», ha dichiarato Bersani, sostenendo che persino la mancata soluzione concreta di un problema può non modificare l’orientamento di un elettore quando una determinata rappresentazione della realtà si è ormai sedimentata nell’opinione pubblica.
«Tu puoi anche avere una smentita nel senso di dire: non hai risolto il problema dell’immigrazione, però ce l’ha con gli immigrati», ha spiegato Bersani, utilizzando l’esempio per arrivare a un’autocritica molto più ampia nei confronti della propria area politica, che a suo giudizio avrebbe lasciato troppo spesso senza risposta idee e parole d’ordine destinate successivamente a consolidarsi.
«E noi l’autocritica da farci è che quando per dieci anni sentivamo delle cazzate al bar siamo stati zitti», ha aggiunto l’ex segretario del Partito democratico, utilizzando una formula volutamente ruvida per sostenere che le battaglie elettorali vengono precedute da battaglie culturali che possono durare anni e che non è sufficiente affidarsi alla smentita dei fatti quando una determinata idea è già diventata senso comune per una parte della società.
Anche Bersani, tuttavia, quando il discorso è tornato sulle primarie, non ha mostrato la volontà di riaprire indefinitamente il confronto sul metodo e ha sostanzialmente invitato il centrosinistra a procedere qualora quella sia ormai la strada scelta, introducendo però una condizione politica che segna la principale differenza rispetto all’accento posto da Gentiloni. «Se decidono di fare le primarie, facessero le primarie», ha detto Bersani, spiegando subito dopo che «suggerirei di stringere prima i bulloni un po’, con sette-otto proposte che si capiscano».
Prima della competizione tra Conte, Schlein o eventuali altri candidati, dunque, per Bersani dovrebbe essere definito almeno il perimetro essenziale di ciò che quella coalizione intende proporre agli italiani, perché una consultazione sulla leadership priva di alcuni punti programmatici condivisi rischierebbe di trasformarsi semplicemente in una conta tra personalità e apparati senza risolvere il problema politico che precede la scelta del candidato.
È proprio qui che le due posizioni, pur partendo da premesse differenti, finiscono per incontrarsi: Gentiloni chiede di chiudere rapidamente il nodo della leadership perché considera ormai eccessivo il tempo dedicato alla discussione e vuole riportare il confronto sui grandi problemi del Paese; Bersani non contesta le primarie, ma chiede che prima venga costruita una base politica riconoscibile attraverso alcune proposte capaci di spiegare agli elettori che cosa dovrebbe fare un eventuale governo alternativo al centrodestra. Uno insiste sui tempi, l’altro sui contenuti, ma entrambi indicano la necessità di superare una discussione che non può continuare all’infinito.
Il sondaggio Ipsos continuerà inevitabilmente ad alimentare il confronto tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein, soprattutto perché fotografa un vantaggio significativo dell’ex presidente del Consiglio tra coloro che dichiarano di voler partecipare alle eventuali primarie, ma né Gentiloni né Bersani hanno utilizzato quei numeri per schierarsi a favore dell’uno o dell’altra, né hanno indicato un terzo nome da opporre ai due leader. Il messaggio emerso da DiMartedì è diverso: decidere il metodo, costruire alcune proposte riconoscibili e riportare progressivamente il confronto sulla società e sui problemi del Paese, perché un’alleanza non diventa alternativa semplicemente nel momento in cui trova il proprio candidato alla presidenza del Consiglio.
«Io qualsiasi cosa decidano do una mano», ha concluso Bersani, lasciando alla propria area politica un invito che riassume anche buona parte del confronto della serata: scegliere una strada, definire alcune idee attorno alle quali costruire l’alleanza e poi affrontare la sfida elettorale.