I cadaveri sulle coste raccontano di viaggi delle speranza mai finiti e di una politica che deve trovare una soluzione oltre i Cpr
I centri per il rimpatrio in Italia sono a metà della loro capienza effettiva. Nonostante questo il Governo ne ha costruito altri in Albania e vuole farne di nuovi nel nostro Paese. Serve individuare una soluzione politica che coniughi il tema dell’accoglienza con quello della sicurezza senza fare di tutta l’erba un fascio
La furia del mare non è finita. Dopo Harry e Nils un altro ciclone sta per abbattersi sul Mediterraneo. I meteorologi lo hanno battezzato Pedro. Sulla costa si spera che non faccia i danni dei suoi “fratelli”, ma c’è chi in mezzo al mare spera soltanto di sopravvivere. Dopo gli ultimi due cicloni, il mare ha restituito alla coste calabresi e siciliane ben quindici cadaveri. Su questo le Procure di Paola e Vibo hanno aperto un fascicolo, ma il sospetto è che si tratti di migranti annegati al largo del Mediterraneo nel disperato tentativo di raggiungere un futuro diverso. Un messaggio macabro per dire che gli sbarchi non sono mai finiti, nemmeno in pieno inverno.
La mappa dei cadaveri sulle coste di Calabria e Sicilia: il mare racconta la tragedia invisibileTutti i giornali hanno raccontato quello che il mare ci sta dicendo, ma quello che colpisce sono soprattutto i commenti alla notizia dell’opinione pubblica. In molti di essi vale l’equazione migrante uguale delinquente, altri sostengono che il problema è dei migranti stessi quando decidono di partire. La politica, invece, della cosa se ne è occupata poco. Eppure è innegabile che il tema della migrazione non solo debba essere all’ordine del giorno, ma ha diverse declinazioni, non ultima quella del tema della sicurezza.
Che ci sia, fra la gente, una richiesta in questo senso è innegabile. Ciò nonostante i tentativi del Governo che si sta limitando ad introdurre sempre nuovi reati nel codice. Un meccanismo che non ha però inciso, come dimostrano i dati, sulla sicurezza delle nostre città. Sotto questo aspetto l’altro elemento su cui riflettere sono i famosi Cpr, Centri per il rimpatrio. Su questi e sul fumoso “Piano Mattei” per il Nord Africa la Meloni ha insistito molto per frenare la pressione migratoria.
I Cpr siamo andati a costruirli addirittura in Albania con un’operazione in cui i costi superano di molto i benefici. Ma anche per quelli in Italia le cose non vanno certo meglio. Secondo il rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione sui Centri di permanenza per i rimpatri “Cpr d’Italia: istituzioni totali”, la capienza teorica complessiva è pari a 1.238, la capienza disponibile, invece, si arresta a 672 posti, ma le presenze effettive sono solo 546. «I cpr - spiegano i rappresentanti del Tai nel report di gennaio scorso – sono un'aberrazione strutturale e criminalizzano le persone di origine straniera: alcuni vengono rinchiusi senza un ordine di allontanamento, ma solo in quanto richiedenti asilo».
La legge prevede che nei centri debbano essere ospitati in via prioritaria i soggetti pericolosi per l’ordine pubblico e, solo in seconda battuta, anche le persone provenienti dai Paesi per cui l’Italia ha stretto accordi. Magari una soluzione potrebbe essere portare nei Cpr solo quelli socialmente pericolosi, ammesso che si riescano ad individuare. In sintesi i Cpr sono a metà della loro capienza, per cui non si capisce perché bisognerebbe costruirne altri, e sembrano non risolvere il problema.
Servirebbe una riflessione fuori dal populismo per affrontare un problema che non può essere evitato. Vi sono soluzioni che da tempo sono state lasciate nel cassetto come ad esempio quella di organizzare un’accoglienza diffusa anche per limitare lo spopolamento delle aree interne. Insomma servirebbe da parte della politica una riflessione meno di pancia e più di sistema che non può essere affrontata attraverso minacce di blocchi navali o costruzioni di nuovi Cpr.