I fischi di Taranto e la difficile estate di Giorgia Meloni: sondaggi, tensioni e Vannacci mettono alla prova il governo
FdI resta il primo partito, ma i nuovi equilibri nelle coalizioni, le tensioni internazionali e l’avanzata di Futuro Nazionale aprono una fase delicata per la premier
I fischi arrivati ieri, venerdì, dallo stadio Erasmo Iacovone di Taranto, durante la cerimonia di apertura dei XX Giochi del Mediterraneo, non sono un sondaggio. Ma sarebbe un errore considerarli soltanto un episodio di folklore politico.
Giorgia Meloni è stata contestata dagli spalti, mentre Sergio Mattarella veniva accolto da un’ovazione. È un’immagine politicamente forte, soprattutto perché arriva in una fase nella quale la presidente del Consiglio deve fare i conti con una serie di difficoltà che si stanno accumulando.
I sondaggi raccontano un quadro meno rassicurante di quello al quale Palazzo Chigi era abituato. Fratelli d’Italia è sceso sotto il 27%, al 26,7% nella più recente Supermedia YouTrend disponibile prima della pausa estiva, mentre il Partito democratico è al 21,2%. Ma il dato più interessante riguarda le coalizioni: il campo largo, in una delle ultime proiezioni, arriva al 42%, contro il 41,6% del centrodestra.
E c’è soprattutto un nome che sta cambiando gli equilibri: Roberto Vannacci. Futuro Nazionale è indicato intorno al 7%, ormai in competizione diretta con la Lega e vicino a Forza Italia. Non è più soltanto un problema della Lega. È diventato un problema dell’intero centrodestra.
Meloni deve dunque affrontare una partita delicatissima: tenere unita la coalizione mentre, alla sua destra, cresce un soggetto che potrebbe sottrarre voti proprio all’area sulla quale si fonda la sua maggioranza. E Vannacci potrebbe diventare contemporaneamente una risorsa e una minaccia: una riserva di consensi indispensabile per vincere, ma anche una forza politica con un’identità autonoma e interessata a costruire il proprio spazio.
Il centrodestra, intanto, mostra qualche crepa. La Lega è in grave difficoltà, Forza Italia continua a cercare una propria identità e Fratelli d’Italia, pur restando nettamente il primo partito italiano, è lontano dai livelli del 30% che per lungo tempo hanno rappresentato il principale punto di forza della premier.
Poi c’è la politica estera.
La decisione del governo di sospendere temporaneamente Schengen nei collegamenti con la Spagna, dopo la crisi migratoria di Ceuta, ha aperto un nuovo fronte con Madrid e alimentato tensioni sul terreno europeo. Un errore molto grave per la Meloni.
E c’è soprattutto il rapporto con Donald Trump. Quello che era stato presentato come uno dei grandi punti di forza della politica internazionale di Meloni si è incrinato pesantemente negli ultimi mesi. Trump ha attaccato pubblicamente la premier italiana e lo scontro ha assunto una dimensione personale e politica. Non c’è stata una rottura dei rapporti tra Italia e Stati Uniti, ma l’idillio certamente non esiste più.
Sul fronte interno arrivano altre partite difficili: la prossima legge di bilancio, il debito pubblico, il costo della vita, il prezzo dei carburanti, le pensioni e quelle promesse di crescita economica che hanno accompagnato l’ascesa politica della destra.
E qui arriva il punto decisivo: la durata di un governo non coincide automaticamente con la qualità del governo.
Meloni si avvia a trasformare il suo esecutivo in uno dei più longevi della storia repubblicana. Meglio di De Gasperi, Moro, Craxi, Berlusconi. Ma la stabilità, da sola, non basta. Gli italiani giudicano i governi anche sulla base di ciò che trovano nel portafoglio, dei servizi pubblici, dei salari, delle pensioni, del costo della spesa e della possibilità concreta di arrivare alla fine del mese.
È questo il terreno sul quale si giocherà la prossima partita.
I fischi di Taranto, dunque, non sono una sentenza. Ma sono un segnale. E arrivano mentre i numeri elettorali raccontano per la prima volta da tempo un centrodestra che non può più dare per scontata la propria superiorità sul campo largo.
Giorgia Meloni ha ancora tempo e soprattutto conserva una posizione politica forte. Ma la fase dell’inarrestabilità sembra finita.
Adesso deve dimostrare di saper risalire la china, ricostruire consenso, tenere insieme la maggioranza e governare una coalizione nella quale è comparso un nuovo protagonista. Oppure fare una scelta drastica: andare a elezioni anticipate ad aprile, perché solo così potrebbe interrompere il momento negativo che certamente non è destinato a terminare a breve. Ma ovviamente deve fare i conti con gli altri partiti e soprattutto con il capo dello Stato che, in un momento così delicato, in cui siamo coinvolti anche in un conflitto internazionale dagli esiti drammatici, non è detto che sia disponibile a sciogliere le Camere.
E veniamo a Roberto Vannacci, il più grave errore della vita politica di Salvini.
Potrebbe essere il voto che permette al centrodestra di vincere ancora. Oppure potrebbe essere il voto che gli impedisce di farlo.
Ed è forse questa, oggi, la vera incognita della lunga stagione politica di Giorgia Meloni.