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04/09/2026 ore 06.30
Politica

Il governo più longevo della Repubblica, Meloni festeggia ma l’Italia è davvero più forte e più ricca?

Quasi quattro anni di stabilità non bastano a certificare un Paese trasformato. Tra promesse rimaste incompiute e difficoltà economiche e sociali ancora profonde, il bilancio appare molto più controverso del primato conquistato a Palazzo Chigi

di Franco Gemoli
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La stabilità è un risultato politico, ma non può diventare il paravento dietro il quale nascondere un Paese con il debito pubblico sopra i 3.200 miliardi, la pressione fiscale ai massimi degli ultimi undici anni, gli stipendi divorati dal carovita e le grandi riforme rimaste sulla carta. Dalle accise alla legge Fornero, dalla crisi industriale ai centri in Albania: il bilancio dell’esecutivo entrato nella storia per la durata, molto meno per ciò che è riuscito a cambiare

Giorgia Meloni festeggerà a Bari il governo più longevo della storia della Repubblica, superando con 1.413 giorni il secondo esecutivo guidato da Silvio Berlusconi, e dal suo punto di vista avrà certamente motivo di farlo, perché essere rimasta per quasi quattro anni a Palazzo Chigi senza crisi parlamentari, ribaltoni o maggioranze alternative rappresenta un risultato politico indiscutibile; fuori dal palco di Fratelli d’Italia, però, esiste un altro Paese, molto meno interessato al conteggio dei giorni e molto più preoccupato delle tasse, delle cartelle esattoriali, del prezzo degli alimentari, dei carburanti nuovamente oltre i due euro, degli stipendi che non reggono più il costo della vita e dei figli costretti a cercare all’estero il futuro che non trovano in Italia.

Alessandro De Angelis, nell’articolo pubblicato da La Stampa e ripreso da Dagospia, legge la manifestazione di Bari come l’apertura della lunga campagna elettorale verso le politiche del 2027, costruita attorno a un messaggio semplice: ho garantito la stabilità, datemi altri cinque anni per completare l’opera. Ma la durata di un governo non può diventare automaticamente la misura della sua efficacia e, dopo quasi quattro anni, la domanda alla quale Meloni dovrebbe rispondere è un’altra: l’Italia è diventata davvero più forte, più ricca, più sicura e più giusta?

La rivoluzione promessa non si è vista

Meloni era arrivata a Palazzo Chigi promettendo di spezzare gli equilibri consolidati, sfidare i poteri forti, difendere l’interesse nazionale dai vincoli europei e restituire sovranità a un Paese condizionato dai mercati e dalla tecnocrazia di Bruxelles, ma quella rivoluzione è stata sostituita da una politica di bilancio molto prudente, dalla continuità europea e atlantica e da una gestione del potere più attenta a proteggere la durata del governo che a trasformare davvero il Paese.

La stabilità ha un valore, perché consente di programmare e di assumersi fino in fondo la responsabilità delle decisioni, ma proprio per questo Meloni non può più attribuire ciò che non funziona ai predecessori o alla mancanza di tempo: ha avuto una maggioranza solida, alleati subordinati alla forza di Fratelli d’Italia e un’opposizione che raramente è riuscita a metterla in difficoltà. Il record dimostra, dunque, che il governo ha saputo resistere, non necessariamente che abbia governato meglio.

I «conti in ordine» e il debito da 3.207 miliardi

L’articolo ripreso da Dagospia riconosce al governo di avere mantenuto i conti in ordine, una definizione che racconta soltanto una parte della realtà, perché è vero che l’esecutivo ha ridotto il deficit annuale, riportandolo nel 2025 al 3,1% del Pil, ha ottenuto un avanzo primario e rassicurato Bruxelles e i mercati, ma nello stesso periodo il debito pubblico ha continuato a crescere fino a superare, nel giugno 2026, la soglia mai raggiunta dei 3.207 miliardi.

Quando Meloni arrivò a Palazzo Chigi, nell’autunno del 2022, il debito si collocava attorno ai 2.770 miliardi: in meno di quattro anni è quindi aumentato, in termini nominali, di oltre 430 miliardi. Non tutto questo incremento può essere attribuito alle decisioni dell’attuale governo, perché incidono gli interessi e gli effetti contabili di misure precedenti, ma parlare di vero risanamento appare ugualmente difficile.

Deficit e debito non sono la stessa cosa, ma utilizzare la riduzione del primo per nascondere la crescita del secondo significa scambiare il rallentamento della febbre per la guarigione del malato. Se lo Stato incassa di più, i servizi restano insufficienti, l’economia cresce lentamente e il conto lasciato alle generazioni future diventa ancora più pesante, il governo non può limitarsi a chiedere un applauso.

Gli italiani pagano, lo Stato continua a indebitarsi

La promessa di ridurre le tasse si scontra con la pressione fiscale, salita nel 2025 al 43,1% del Pil, 0,7 punti in più rispetto all’anno precedente e il livello più elevato degli ultimi undici anni, mentre nell’ultimo trimestre ha raggiunto il 51,4%.

Il governo può rivendicare la riduzione del cuneo fiscale, la rimodulazione dell’Irpef e alcuni benefici per lavoratori e autonomi, ma il carico complessivo di imposte e contributi è aumentato. Gli italiani continuano a pagare tasse, addizionali, accise, tributi locali e cartelle esattoriali, incontrando uno Stato inflessibile quando deve riscuotere e molto meno efficiente quando deve assicurare una visita medica, la sicurezza di un quartiere, una scuola funzionante o un trasporto pubblico dignitoso.

Il cortocircuito è tutto qui: aumentano le entrate fiscali, cresce il debito e i cittadini non vedono un miglioramento proporzionato dei servizi. Una domanda, allora, diventa inevitabile: dove finiscono tutti i soldi?

Più lavoro, ma stipendi sempre più poveri

Il mercato del lavoro è il risultato più solido che l’esecutivo possa rivendicare: a luglio 2026 il tasso di occupazione ha raggiunto il 63,2%, la disoccupazione è scesa al 5,8% e in un anno gli occupati sono aumentati di 307mila unità, soprattutto grazie ai dipendenti permanenti e agli autonomi.

Negare questi numeri sarebbe sbagliato, ma considerarli sufficienti sarebbe altrettanto fuorviante, perché la disoccupazione giovanile è risalita al 18,9%, l’inattività resta elevata e gli stipendi non hanno ancora recuperato quanto perduto durante la fiammata inflazionistica. Milioni di italiani lavorano, ma possono acquistare meno, mentre affitti, mutui, bollette, spesa e carburante assorbono quasi interamente il reddito familiare.

Il carrello della spesa è diventato la misura più immediata dell’impoverimento, perché pane, pasta, carne, latte, olio, frutta e verdura costano molto più del 2022 e il rallentamento dell’inflazione non ha riportato indietro i prezzi: ha soltanto ridotto la velocità con la quale continuano ad aumentare. Le famiglie lo comprendono meglio di qualsiasi economista ogni volta che arrivano alla cassa del supermercato.

Le accise sono rimaste e la legge Fornero pure

L’articolo ripreso da Dagospia sostiene che Meloni avesse promesso l’abolizione delle accise, ma nel programma di Fratelli d’Italia del 2022 si parlava più precisamente di sterilizzare le maggiori entrate dello Stato su energia e carburanti e di ridurre automaticamente Iva e accise. La sostanza politica cambia poco, perché Meloni aveva costruito per anni la propria opposizione denunciando il peso fiscale sulla benzina e accusando i governi di guadagnare sugli aumenti alla pompa.

Una volta raggiunto Palazzo Chigi, quel meccanismo non è stato realizzato, le accise sono rimaste e benzina e gasolio sono tornati a superare i due euro in molti impianti, scaricando i propri effetti su lavoratori, famiglie, commercianti, agricoltori, autotrasportatori e, attraverso l’aumento dei costi di trasporto, nuovamente sui consumatori.

Anche sul terreno delle pensioni il bilancio è netto: Quota 41 e il superamento della legge Fornero non sono arrivati, mentre le possibilità di uscita anticipata sono rimaste limitate e temporanee. La prudenza finanziaria può essere comprensibile, ma se una promessa non può essere mantenuta il governo dovrebbe riconoscerlo, invece di rinviarla da una legge di Bilancio all’altra. Anche in questo caso la stabilità non ha prodotto la riforma annunciata, ha soltanto prolungato l’attesa.

Il Pil galleggia, l’industria perde pezzi

Nel secondo trimestre del 2026 il Pil è cresciuto dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1% su base annua, evitando la recessione ma confermando un’economia che non corre, soprattutto se chiamata a sostenere un debito superiore al 137% del Pil, una popolazione sempre più anziana e un apparato produttivo esposto alla concorrenza internazionale.

Alle difficoltà dell’ex Ilva si aggiungono le crisi dell’automotive, della siderurgia, della chimica e degli elettrodomestici, con stabilimenti storici ridimensionati, lavoratori in cassa integrazione e produzioni trasferite. Non tutte le aziende abbandonano l’Italia, che conserva eccellenze e una forte capacità di esportazione, ma non si può neppure ridurre tutto a una serie di incidenti isolati, mentre intere filiere soffrono per il costo dell’energia, le tasse, la burocrazia e l’assenza di una politica industriale riconoscibile.

Troppo spesso il governo interviene quando la crisi è già esplosa, convocando tavoli che accompagnano il declino senza riuscire a invertirlo.

Le riforme epocali rimaste a metà

De Angelis parla provocatoriamente di «zero riforme realizzate», un’espressione eccessiva se presa alla lettera, perché il governo ha approvato interventi fiscali, misure sul lavoro e nuove norme sulla sicurezza, ma sostanzialmente fondata se riferita alle grandi trasformazioni con le quali Meloni aveva promesso di «fare la storia».

La riforma costituzionale della giustizia è stata respinta dagli elettori, con il No al 53,6%; il premierato, definito «la madre di tutte le riforme», è rimasto bloccato dopo il primo passaggio parlamentare; l’autonomia differenziata è stata profondamente ridimensionata dalla Corte costituzionale. Il governo più longevo della Repubblica ha avuto il tempo per cambiare lo Stato, ma non è riuscito a portare pienamente al traguardo nessuna delle sue principali riforme identitarie.

Molto più intensa è stata la produzione di nuove norme penali e l’inasprimento delle sanzioni, ma la sicurezza non si misura con il numero dei reati introdotti nel codice. I cittadini continuano ad avvertire furti, aggressioni, spaccio, violenza giovanile e degrado urbano come una presenza quotidiana, mentre donne e anziani modificano le proprie abitudini perché non si sentono tranquilli.

La percezione dell’insicurezza non può essere liquidata come una paura irrazionale, soprattutto da una maggioranza che ha costruito il proprio consenso promettendo ordine e controllo del territorio. Senza più personale, mezzi e presenza dello Stato, la severità annunciata rischia di rimanere soltanto una bandiera.

Albania e Trump, le due bandiere senza risultati

Anche il centro per migranti realizzato in Albania, presentato come un modello destinato a essere imitato in Europa, ha incontrato ostacoli giudiziari, costi elevati e risultati enormemente inferiori alle aspettative. Il governo può rivendicare la diminuzione degli sbarchi rispetto al picco del 2023, ottenuta soprattutto attraverso gli accordi con i Paesi del Nord Africa, ma non può utilizzarla per certificare il successo dell’operazione Albania né fingere che il «blocco navale» promesso agli elettori sia stato realizzato.

Sul piano internazionale, Meloni ha investito molto nel rapporto con Donald Trump, immaginando per l’Italia un ruolo di ponte tra Washington e Bruxelles, ma la vicinanza ideologica non ha evitato i dazi, non ha garantito un trattamento privilegiato e non sembra avere prodotto una maggiore capacità di influenza.

La politica estera non si misura attraverso le fotografie o la cordialità degli incontri, ma attraverso i risultati ottenuti per il Paese. Se il rapporto speciale non protegge le imprese italiane e non rafforza il peso negoziale dell’Italia, rimane una relazione personale trasformata in narrazione nazionale.

I giovani partono, le nascite crollano e curarsi diventa più difficile

Tra le sconfitte più profonde dell’Italia contemporanea resta la partenza dei giovani, soprattutto qualificati, che dopo essere stati formati nelle nostre scuole e università trovano all’estero stipendi migliori, percorsi professionali più chiari e maggiori possibilità di essere valorizzati. Il Paese sostiene il costo della loro istruzione e poi consegna ad altre economie medici, ingegneri, ricercatori e informatici, mentre il Mezzogiorno continua a perdere popolazione e competenze.

Nel 2025 le nascite sono scese a circa 355mila, il minimo dall’Unità d’Italia, e secondo l’Istat la popolazione potrebbe diminuire dagli attuali 58,9 milioni a 55 milioni entro il 2050. Gli incentivi alla natalità non possono bastare se un giovane non ha uno stipendio adeguato, non può permettersi una casa, non trova un asilo nido e considera l’emigrazione l’unica strada per costruire il proprio futuro.

Anche la sanità misura la distanza tra gli annunci e la vita reale: il finanziamento nominale è aumentato, ma inflazione, maggiori costi e carenza di personale hanno assorbito una parte delle risorse, mentre le liste d’attesa continuano a spingere milioni di cittadini verso il privato o a costringerli a rinunciare alle cure. Lo Stato chiede sempre di più attraverso tasse e contributi, ma quando una persona ha bisogno di una visita scopre troppo spesso che il servizio per il quale ha già pagato non è disponibile in tempi accettabili.

Il record è di Meloni, il conto resta al Paese

Giorgia Meloni deve una parte della propria longevità anche alla debolezza di un’opposizione che ha condiviso molte critiche al governo, ma non è riuscita a costruire una strategia, una leadership e un progetto comune. Pd, Movimento Cinque Stelle e le altre forze progressiste hanno offerto agli italiani più l’immagine di una somma di contrarietà che quella di una credibile alternativa di governo.

La presidente del Consiglio arriva quindi a Bari con alcuni risultati che sarebbe sbagliato negare: ha mantenuto unita la coalizione, aumentato l’occupazione, ridotto la disoccupazione, contenuto il deficit e diminuito gli sbarchi rispetto al 2023. Ma il bilancio non può fermarsi qui, perché nello stesso Paese il debito ha superato i 3.207 miliardi, la pressione fiscale è tornata ai massimi degli ultimi undici anni, gli stipendi non reggono il costo della vita, l’industria perde pezzi, i giovani partono, le nascite crollano e curarsi diventa sempre più difficile.

Le accise sono rimaste, la legge Fornero pure, Quota 41 non è arrivata, il premierato è fermo, l’autonomia è stata ridimensionata, la riforma della giustizia è stata respinta dagli elettori e il centro in Albania non ha mantenuto le promesse.

Sul palco di Bari si conteranno i 1.413 giorni trascorsi a Palazzo Chigi; fuori da quel palco, gli italiani continueranno a contare quanto rimane dello stipendio dopo avere pagato tasse, bollette, mutuo, spesa e carburante.

Il record appartiene a Giorgia Meloni. Il conto, ancora una volta, resta al Paese e la longevità non paga.