Il rottamatore e il rottamato: alla Leopolda 2026 anche la strana coppia Renzi–De Luca
L’ex premier e lo “sceriffo” aprono la quattordicesima edizione della manifestazione fiorentina. Due leadership ingombranti per il centrosinistra, tra orgoglio e ripartenze
Matteo Renzi torna alla Leopolda di Firenze, dal 2 al 4 ottobre 2026, con una promessa che somiglia anche a un’ammissione: «Riprenderci Itaca». Ad accompagnarlo nell’apertura sarà Vincenzo De Luca, in una coppia che restituisce un’immagine delle contraddizioni del centrosinistra: il rottamatore e il rottamato, chi costruì la propria ascesa sulla promessa di archiviare una classe dirigente e chi continua a incarnare una leadership personale difficile da ricondurre agli equilibri di partito. Dopo Palazzo Chigi, il referendum perduto e le alleanze consumate, Renzi cerca una destinazione per la propria navigazione politica, conservando una capacità di iniziativa superiore alla forza elettorale che riesce oggi a rappresentare. La quattordicesima edizione diventa così il luogo nel quale osservare un talento ancora evidente e il limite che continua a inseguirlo: la difficoltà di trasformare la centralità personale in fiducia collettiva.
Leopolda 2026, Renzi e De Luca contro l’archiviazione
La formula del rottamatore e del rottamato contiene un’ironia della storia, purché il secondo termine venga inteso come una lettura politica del tentativo di archiviare una leadership, non come la scomparsa del suo protagonista. De Luca resta un interlocutore capace di occupare la scena, mentre Renzi continua a sfidare chi considera conclusa la sua stagione.
Diversi per generazione e percorso, condividono un’idea della leadership fondata sulla riconoscibilità personale, sul linguaggio diretto e sull’insofferenza verso gli apparati. Sanno conquistare l’attenzione e costringere gli altri a discutere sul terreno che hanno scelto; meno facilmente accettano che una costruzione collettiva richieda di arretrare, ascoltare e lasciare spazio.
Ritrovarli insieme alla Leopolda significa osservare due uomini che rifiutano di farsi assegnare il ruolo degli ex. La loro presenza pone una domanda al centrosinistra: quanto può permettersi di rinunciare a personalità capaci di parlare agli elettori, e quanto quelle personalità sono disposte a costruire qualcosa che vada oltre se stesse?
Il programma, con Fedez, Mario Calabresi, amministratori e figure esterne a Italia Viva, guarda del resto a un pubblico più ampio del partito. Stefano Bonaccini è atteso prima dell’intervento conclusivo di Renzi: il segnale di un confronto che mantiene aperto il rapporto con l’area dalla quale l’ex premier si è separato.
Dalla rottamazione al 40,81%: l’ascesa di Renzi
A cinquantun anni Renzi porta ancora addosso l’immagine del giovane rottamatore, anche se quella stagione appartiene ormai alla storia. La prima Leopolda risale al novembre 2010, quando era sindaco di Firenze e organizzava con Giuseppe Civati “Prossima fermata Italia”: sedici anni durante i quali la promessa di cambiare la classe dirigente è diventata conquista del potere, esperienza di governo e ricerca di uno spazio autonomo.
Renzi intuì prima di molti altri la stanchezza verso una politica impegnata a discutere delle proprie procedure. Offrì velocità, decisione e un linguaggio che usciva dalle riunioni di partito. Nel febbraio 2014 arrivò a Palazzo Chigi; alle europee dello stesso anno il Pd conquistò il 40,81 per cento. Quel risultato diede alla sua leadership una forza straordinaria, alimentando però l’equivoco che il consenso potesse accompagnare qualsiasi scelta successiva.
Il suo governo produsse interventi riconoscibili, dagli 80 euro al Jobs Act, dalla riforma della scuola alle unioni civili. Provvedimenti da valutare con risultati e contraddizioni, che impediscono di liquidare quegli anni come sola comunicazione. Ma la determinazione con cui governava rendeva talvolta difficile distinguere la resistenza al cambiamento dalle obiezioni che avrebbero meritato ascolto.
Il talento politico di Renzi stava nella capacità di individuare un’occasione e attraversarla senza esitazioni. Il limite emergeva quando quella sicurezza diventava la convinzione che chi dissentiva non avesse capito, oppure non volesse cambiare.
Il referendum del 2016 e il monito di Napolitano
Il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 fu il punto di rottura. La riforma, sostenuta anche dalla ministra per le Riforme costituzionali Maria Elena Boschi, affrontava questioni importanti: il superamento del bicameralismo paritario, la trasformazione del Senato, la soppressione del Cnel e la revisione dei rapporti tra Stato e autonomie.
Renzi legò però il proprio destino all’esito della consultazione, trasformando una scelta sulle istituzioni anche in un giudizio sulla sua persona. Il merito della riforma dovette così contendere spazio alla possibilità di confermare o fermare il presidente del Consiglio.
Giorgio Napolitano, allora presidente emerito della Repubblica, sostenne il Sì ma criticò quella scelta. Nell’intervista a Repubblica del 10 settembre 2016 spiegò di non aver condiviso «la iniziale politicizzazione e personalizzazione del referendum», contestando anche alle opposizioni di averne fatto un attacco al governo. Il suo richiamo invitava a riportare il confronto sul terreno istituzionale.
Renzi aveva invece investito sulla possibilità di trascinare il Paese con la forza della propria leadership. La personalizzazione offrì agli avversari un obiettivo comune e una motivazione aggiuntiva per votare No. Non significa che una campagna diversa avrebbe certamente salvato la riforma, che aveva oppositori autorevoli e contestazioni di merito; significa riconoscere che il premier rese più facile sommare dissensi differenti contro di sé.
La sconfitta fu netta e Renzi lasciò Palazzo Chigi. Quella notte finì soprattutto una stagione: il leader che aveva presentato la propria energia come soluzione dovette confrontarsi con il fatto che, per una parte larga del Paese, proprio quella leadership era diventata il problema.
Italia Viva e il costo delle alleanze consumate
Da allora Renzi ha mantenuto un’intelligenza tattica superiore alla capacità di ricostruire fiducia. La nascita di Italia Viva nel 2019 aprì il tentativo di trasformare l’autonomia dal Pd in una nuova offerta politica; alle europee del 2024 la lista Stati Uniti d’Europa, alla quale partecipava, rimase però sotto la soglia del quattro per cento.
Anche il progetto del Terzo polo con Carlo Calenda mostrò quanto fosse difficile costruire un soggetto comune quando le personalità dei fondatori diventavano parte della contesa. Le alleanze consumate hanno lasciato un costo politico: ogni rottura rende più difficile convincere gli interlocutori della durata dell’intesa successiva.
Il limite del renzismo è stato spesso una grande capacità di aprire una partita, accompagnata da una capacità più incerta di tenere insieme chi avrebbe dovuto giocarla. Una battuta può conquistare la platea e umiliare un alleato; una mossa può risolvere un passaggio parlamentare e indebolire il rapporto necessario per affrontare quello successivo.
L’arroganza che gli viene contestata riguarda questo modo di esercitare la leadership: la tendenza a presentare l’intuizione personale come un’evidenza alla quale gli altri dovrebbero adeguarsi. Un politico può convincere qualcuno di avere ragione e perdere, nello stesso momento, la sua disponibilità a seguirlo.
Renzi contro Meloni, l’incisività ritrovata
Nell’opposizione a Giorgia Meloni, Renzi ha ritrovato uno dei terreni sui quali sa esprimersi meglio. Conosce il linguaggio del governo, individua le contraddizioni e confronta le dichiarazioni di ieri con le decisioni di oggi.
Nel dibattito al Senato sulla legge elettorale del 15 settembre ha richiamato proprio le posizioni sostenute dalla premier nel 2016 su capilista bloccati e preferenze, contestando la coerenza delle argomentazioni della maggioranza. È il suo metodo più efficace: usare la memoria politica per obbligare chi governa a rispondere dei propri precedenti.
Definirlo il maggiore oppositore di Meloni resta un giudizio politico, ma la sua incisività parlamentare è una risorsa che il centrosinistra farebbe male a ignorare. Il problema è trasformarla in un contributo condiviso, convincendo gli interlocutori che il risultato comune venga prima della centralità personale.
La Leopolda riapre questa domanda. Renzi resta un politico di forte talento, capace di intuire occasioni e sopportare sconfitte che avrebbero chiuso altre carriere. Ma il talento, da solo, non ricostruisce ciò che l’eccesso di sicurezza ha consumato.
La sua vera Itaca è la fiducia: tornare a essere un leader che altri scelgano di seguire, anche quando non sono d’accordo con lui. Accanto a De Luca, il rottamatore dimostra di non voler essere rottamato. La prova più difficile sarà dimostrare di aver imparato che una leadership diventa grande quando fa crescere qualcosa che non coincida soltanto con il proprio nome.