Il terrore delle urne, tra mazzieri, guastafeste e ballisti
Il destra-centro si azzanna, Forza Italia si contende l’eredità berlusconiana e il centrosinistra smarrisce il campo largo nel labirinto del Nazareno. Tra ambizioni messianiche, poltrone da salvare e “patriarcato tirrenico”, l’unico assente è il Paese reale
Parliamoci chiaro: le elezioni politiche non attizzano alcuno, che le si anticipi o no. I banconisti del Palazzo, meglio noti come “accludo federe e tovagliato rustico scozzese", cercano di rifilare ai cittadini il più scadente dei pacchi: la fregnaccia di avere a cuore il consenso popolare. Senza tener conto dell’esorbitante tasso di astensionismo. Dopo l’approvazione dello Stabilicum ( in attesa delle censure della Consulta), tutti si dicono pronti alla sfida - mostrando il medesimo entusiasmo di un venditore ambulante di cicorie, quando è costretto a smerciare in fretta un'intera partita di Fabuloso strizzapavimenti, avanzatagli nel retrobottega del treruote Piaggio. Ovviamente, non parliamo di infinocchiatori di talento, ma – semmai - di spassosi contaballe dalla fisiognomica traditrice. Talché, il fesso che è dentro di noi possa, insperatamente, sentirsi Tocqueville, anche se non capisce una mazza di “dispotismo mite”. La verità è che l'appuntamento con la prossima consultazione elettorale terrorizza i più. Il destra-centro, che si dice pronto alla battaglia in nome di una presunta omogeneità d'intenti, è lacerato da lotte intestine, al cui confronto la disputa tra il generale Garofano, ex capo dei Ris di Parma, e l’avvocato De Rensis, difensore irriducibile di Alberto Stasi, sembra un bonario scambio di idee sull'utilità terapeutica dei ciclamini nel contrasto all’artrite reumatica. Altro che armonia!
Salvini, perdippiù, è alle prese con rogne interne. Non a caso, ha convocato anzitempo il Congresso del Carroccio, nel disperante tentativo di porre argine alla sfiducia di Massimiliano Romeo e di altri valbrembanisti sparsi della prima ora, intenti a ripristinare il “celodurismo” antico di Grezzago. Del resto, se smetti di parlare alla pancia per rivolgerti al pancreas del Paese (notoriamente più pensoso), rischi che non ti voti neppure l'assessore municipale ai cimiteri di Gardone Val Trompia.
Scamorza Italia, a tratti in rianimo, gronda sangue fratricida. Le truppe occhiutiane muovono alla conquista del partito al grido “Cchiú Arcorebaleno pe’ tutti e a culo i tassisti di Roma Ostiense, che non siano di stretta osservanza uberiana”. «E se mi gira – rincara Roberto di Calabria - ci metto pure l’utero in affitto a equo canone».
«Sono figo - aggiunge Occhiuto - il più figo. Un certo Gesù trasformò l’acqua in vino. A me, in tempi recenti, è toccata la più grandiosa delle riforme miracolistiche: mutare Pasqualina in assessore. E poi, diciamolo: Berlusconi è esistito solo per preparare il mio avvento, più o meno come Beethoven con i Dik Dik. Ditelo a quell’infamone di Belpietro. Io sono la Via, la Verità, la Vita. Nessuno viene al Padre, se non attraverso di me».
Tajani, dal suo canto, resiste strenuamente e punta sull’autonomia differenziata delle caviglie perché si emancipino dal centralismo “ladrone” di cosce sovraesposte, a causa di gonne troppo corte. Intanto, il partito è suo e non molla. Guai a sottovalutarne la cazzimma. Citofonare al Cannizz’ reggino, per conferma. Ciccio, del resto, è di provata fede Antoniana. O no?
Vannacci e i suoi, di contro: «Il patriarcato tirrenico è meglio di quello jonico: Stasi è moscio, Furgiuele no». Giorgia, giammai quotata rosa, pur di togliersi tutti dai coglioni, medita di richiamare in servizio pure Nicola Di Bari, Galeazzo Ciano, Badoglio e donna Assunta. Non solo. Dicono che abbia in animo la bonifica dell’Agro Pontino. Alla faccia del Generale!
Di contro, il centrosinistra, in questa fase, mostra evidentissime pezze al culo, nonostante la retorica smunta delle alleanze più ampie. Il Pd, in men che non si dica, è passato dal "campo largo" al "cappio stretto" del Nazareno, dove Uno non vale Uno, ma neanche un quarto del terminale delle mutande di Togliatti. Nonostante il ritorno flebile di D’Alema: baffino è convinto che la svolta di Salerno, più che a Palmiro, si debba a Vince De Luca. Nel frattempo, Giuseppi minaccia di minacciare che forse metterà il broncio, laddove un improbabilissimo governo progressista dovesse negare il bonus da venti euro alle parrucchiere di Brindisi. Ce lo chiede la base. Russeau? No, Jean Louis David. Poi, quando gli offrono un ruolo di peso in Europa per il 2029, si incazza di brutto e, rivolgendosi a Schlein, sbotta: «Gli assegni post-datati calali a Gentiloni». Con questi chiari di luna, è oltremodo evidente che quasi tutto il cuccuzzaro non sarebbe pronto alla tornata elettorale nemmeno tra tre pandemie, compresa quella della novella aviaria da pollame palestinese o da tacchino neozelandese. E allora? Del Paese reale non importa ad alcuno. Lo si sappia: se ne impipano pure quelli di Noi moderati, alias Noi perculati (non beccano mai un posto di governo), il cui appeal, in verità, è pari a quello della strofa di una canzone di Marco Carta. Con la sola eccezione di Vito Pitaro: è riuscito a mettere in salvo il sistema bibliotecario vibonese, restituendo così un alloggio ad Anna Karenina e a Lara del Dottor Zivago. Deve averle scambiate per due fuorisede di Piscopio.
Non ditelo a Zelensky. Men che meno, a Mangialavori.