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24/04/2026 ore 22.30
Politica

Immigrazione, economia e media: le contraddizioni del governo Giorgia Meloni

Accise e realtà: il viaggio di Giorgia Meloni dal populismo di piazza alla gestione del potere. Il passaggio dal linguaggio oppositivo alla gestione concreta del potere sotto pressione

di Gianfranco Donadio*

Il video è di qualche anno fa. Una Giorgia Meloni più giovane, in un distributore di benzina, mimava l’orrore del cittadino vessato mentre indicava le accise. Prometteva di tagliarle. Tutte. Subito. Oggi, quella stessa mano firma decreti che le accise le tengono ben strette, perché senza quei miliardi la macchina statale si accartoccerebbe su se stessa. È un paradosso di carne e metallo. La pompa di benzina è diventata l'altare dove il populismo ha sacrificato la sua prima verginità.

Siamo immersi in un esperimento di trasformismo mediatico senza precedenti. Non è la solita giravolta della politica italiana, quella danza stanca a cui il trasformismo di fine Ottocento ci aveva abituati. Qui c’è qualcosa di più profondo. C’è una mutazione genetica del messaggio che avviene in tempo reale sotto gli occhi di un elettorato anestetizzato dai social. Il governo Meloni non sta semplicemente governando, ma sta mettendo in scena la propria normalizzazione, cercando di far sembrare la conservazione più rigida come una rivoluzione costante. È il trionfo dell'ossimoro.

Prendete, per esempio, il dossier immigrazione. Per anni abbiamo sentito parlare di blocchi navali, di confini da sigillare come se l'Italia fosse una cassaforte. Poi arriva la realtà. La realtà ha il volto dei dati del Ministero e delle necessità delle imprese del Nord, che senza manovalanza straniera chiuderebbero i battenti entro martedì grasso, si fa per dire. E allora ecco il colpo di teatro: il «Piano Mattei». Un nome evocativo, che profuma di sovranità energetica e prestigio passato, usato come paravento per nascondere che il governo sta gestendo i flussi esattamente come i suoi predecessori, se non con una spinta maggiore verso la regolarizzazione massiccia. Si grida al confine violato sui social, ma si firmano i decreti flussi in silenzio, nelle stanze ovattate di Palazzo Chigi.

Il ritmo della narrazione meloniana è sincopato. Si nutre di nemici immaginari per coprire ritirate reali. Quando i numeri dell'economia mordono, quando il taglio del cuneo fiscale si rivela una boccata d'ossigeno in un incendio di inflazione, la macchina comunicativa sposta il mirino. Appaiono i complotti delle élite, i fantasmi di Bruxelles, le trame dei «poteri forti». È una strategia da manuale. Distrarre il pubblico dal portafoglio puntando tutto sull'identità. Si parla di famiglia tradizionale mentre si tagliano i fondi alle periferie dove quelle famiglie dovrebbero sopravvivere. Si parla di patria mentre si svendono pezzi di aziende strategiche per far quadrare i conti di un bilancio che non permette più sogni di gloria.

Sul piano dei media, l'atteggiamento è quello di un assedio permanente. La Rai è diventata il campo di battaglia per un’egemonia culturale che sa di antico, un tentativo di occupazione militare degli schermi che però si scontra con un mondo che non guarda più il telegiornale delle otto. La «Tele-Meloni» è un'architettura pesante, fatta di volti fedeli e narrazioni rassicuranti, che però fatica a intercettare il cinismo di una generazione che vede la propria pensione allontanarsi come un miraggio nel deserto. Perché la verità, quella che brucia, è che la legge Fornero è ancora lì. Più solida che mai. Peggiorata nei dettagli, ma intatta nella sua sostanza di ghigliottina sociale. Gli slogan contro la «vecchia politica» sono rimasti incastrati tra le maglie di una realtà finanziaria che non fa sconti.

Si avverte una tensione costante tra l'estetica della leader forte e la fragilità di una coalizione che vive di sgambetti quotidiani. Giorgia Meloni deve apparire come la garante di fronte a Washington e Bruxelles, una sorta di «Draghi con la fiamma», mentre a Roma deve rassicurare la sua base che nulla è cambiato. È un equilibrismo che logora. La postura è marziale, ma l'azione assomiglia a quella democristiana. Il linguaggio si è fatto istituzionale, le camicie bianche hanno sostituito le felpe, ma il sottotesto resta quello di una perenne campagna elettorale. È la politica del «come se». Facciamo come se stessimo cambiando tutto, mentre ci assicuriamo che nulla crolli.

In questo teatro d'ombre, il cittadino non è più un elettore, ma uno spettatore pagante di un documentario di osservazione dove il regista cambia idea ogni tre inquadrature. Abbiamo visto il governo dei patrioti diventare il governo dei ragionieri. Abbiamo visto il sovranismo trasformarsi in una gestione diligente dei diktat europei. Non c’è cattiveria in questo, forse solo la brutale presa di coscienza che il potere non è un megafono, ma una gabbia di vetro.

Resta l'immagine di quel distributore di benzina. Il prezzo del carburante oggi è lì, cifre nere su sfondo luminoso, a ricordare che la realtà non ha filtri Instagram e non si cura degli slogan. La verità è un conto che arriva sempre a fine cena. E per quanto la regia sia abile, per quanto le luci di scena siano posizionate bene per nascondere le rughe di un programma mai attuato, il pubblico sta iniziando a capire che il film proiettato non è quello per cui ha comprato il biglietto. Forse, alla fine, il vero successo di Giorgia Meloni non è stato cambiare l'Italia, ma convincere l'Italia che farsi amministrare dal passato sia l'unico modo per avere un futuro. O almeno, per arrivare vivi a domani mattina.
*Documentarista Unical