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13/06/2026 ore 10.46
Politica

Ingegneria del declino: la scommessa del generale Vannacci

Un’analisi critica delle recenti apparizioni televisive e dei temi che dominano la sua narrazione pubblica. Dalle classi differenziate agli attacchi contro la fluidità di genere, il racconto di una strategia comunicativa consolidata

di Gianfranco Donadio*
Roberto Vannacci (Ipa)

E allora eccolo di nuovo, sotto le luci calde degli studi televisivi dell’ultima settimana, la postura rigida e quel sorriso stirato di chi si sente l'unico lucido in un manicomio di progressisti. Ha affinato il copione. Le sue comparsate recenti non sono più semplici interviste, ma sono performance di un teatro dell'assurdo dove la provocazione viene spacciata per banale evidenza. Ascoltarlo è come sfogliare un catalogo di fobie nazionali travestite da saggezza popolare, un campionario di colossali assurdità che però penetrano nel dibattito come coltelli nel burro.

L’ultimo feticcio, sventolato nei talk show della sera tra un blocco pubblicitario e l'altro, è la crociata contro le classi differenziate per gli studenti stranieri. Una formula che evoca lo spettro dell'apartheid scolastico, ma che lui vende come «tutela del merito». Dice che serve per non rallentare i «nostri» ragazzi. C’è un cinismo quasi infantile in questa visione della scuola, ridotta a una pista d’atletica dove chi ha il passo più lento va isolato dietro un recinto, fuori dalla vista. L'antropologia dell'aula scolastica, quel miracolo quotidiano in cui la lingua si impara per osmosi, giocando, litigando, stando nello stesso banco, viene azzerata da una logica da caserma. Il generale vuole i plotoni omogenei, divisi per nazionalità e competenza linguistica, dimenticando che un bambino non è un soldato da addestrare, ma un pezzo di futuro che si impasta con gli altri.

Poi arriva il pezzo forte, il Cavallo di Troia per eccellenza della sua narrazione. E’ l'attacco frontale e ossessivo a quella che definisce «l'ideologia gender» e la presunta dittatura delle minoranze. Negli ultimi giorni lo ha ripetuto fino alla nausea, con quel tono da saggio della montagna che constata l'ovvio: la natura ha due sessi, il resto sono devianze o capricci culturali. È la biologia usata come una clava, una pseudoscienza da bar che cancella secoli di evoluzione del pensiero, della psicanalisi, della semplice complessità dell'animo umano. Per lui la fluidità è un virus da laboratorio, un complotto delle élite per indebolire il maschio occidentale. Riduce l'amore, l'identità di genere, i diritti civili a una questione di cromosomi e manuali di tassonomia animale. C’è un che di grottesco nel vedere un uomo che ha girato il mondo in missione militare rimanere così spaventato da ciò che succede dentro l'intimità delle stanze da letto o nelle stanze dell'anima.

Ma il capolavoro della sua retorica recente resta la difesa a oltranza della «normalità», una parola che nelle sue mani diventa un'arma contundente. Chi stabilisce cosa è normale? Lui, ovviamente, forte di una presunta maggioranza silenziosa che lo sosterrebbe. Nelle ultime comparsate ha infilato una serie di dichiarazioni sui tratti somatici degli italiani, sulla «patria» che si difende anche con il colore della pelle, per poi fare subito il passo indietro del provocatore di professione: «Ma io non sono razzista, constato la storia». È la tecnica del sasso lanciato e della mano nascosta dietro la schiena del perbenismo. Si solletica la pancia più profonda e intollerante del Paese e un secondo dopo ci si barrica dietro la libertà d'espressione.

Tutto questo rumore di fondo, questa pioggia quotidiana di sciocchezze spacciate per verità scomode, serve a una cosa sola: tenere alta la tensione. Il generale sa che il giorno in cui smetterà di spararla grossa, le telecamere si spegneranno e lui tornerà a essere solo un eurodeputato tra i tanti, sperduto nei corridoi di Bruxelles. La sua è una scommessa sulla degradazione del linguaggio pubblico. Più il livello si abbassa, più lui galleggia. E mentre la politica si interroga seria sulle sue ultime provocazioni, lui incassa l'audience, lasciando che il Paese reale continui a vivere, a mescolarsi e a ignorare i suoi rigidi schemi militari, incapaci di contenere la disordinata e bellissima anarchia della vita.

*Documentarista