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23/02/2026 ore 06.45
Politica

La Calabria ha bisogno di pianificazione, non di storytelling: i cicloni non si fermano con i reel

Emergenze continue, frane e mareggiate mettono a nudo la fragilità del territorio: serve un piano concreto e strutturale, non la visibilità mediatica dei politici. La leadership social non sostituisce la governance 

di Domenico Oliva

In queste settimane la comunicazione politica ha assunto toni da campagna permanente. Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, è impegnato a difendere pubblicamente la propria posizione rispetto alle inchieste in corso che lo riguardano. Lo fa con una strategia mediatica diretta, continua, quasi quotidiana. Una modalità che ricorda, per intensità e personalizzazione del messaggio, quella adottata negli anni dal presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca.

È legittimo, in uno Stato di diritto, rivendicare la propria innocenza. È sacrosanto difendersi nelle sedi opportune. Ma c’è una domanda che resta sospesa nell’aria umida di queste settimane: mentre la politica comunica, chi si occupa delle macerie?

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La Calabria continua a fare i conti con eventi atmosferici estremi: cicloni mediterranei, piogge torrenziali, frane, smottamenti, fiumi che esondano, coste divorate dall’erosione. Intere famiglie vivono con la paura che la prossima perturbazione possa trasformarsi in tragedia. I Vigili del Fuoco intervengono senza sosta. I sindaci lanciano appelli. I cittadini spalano fango. E poi? Poi, spesso, cala il silenzio.

l’attenzione pubblica si sposti rapidamente dalle emergenze strutturali alle polemiche giudiziarie e alla narrazione personale. La politica si concentra sul consenso, sull’immagine, sulla difesa reputazionale. Ma la Calabria non ha bisogno di storytelling: ha bisogno di pianificazione. Da anni si parla di: piano straordinario contro il dissesto idrogeologico; mappatura aggiornata delle aree a rischio; manutenzione ordinaria dei corsi d’acqua; delocalizzazione degli edifici costruiti in zone pericolose; infrastrutture resilienti ai cambiamenti climatici. Eppure gli interventi restano frammentati, spesso emergenziali, raramente strutturali.

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Il modello della leadership “social” può funzionare in termini di visibilità, ma non sostituisce la governance. I video rassicurano, le dirette spiegano, i post difendono. Ma le frane non leggono Facebook.

In Calabria il problema non è solo meteorologico: è politico e amministrativo. È l’assenza di una visione di lungo periodo. È la mancanza di una regia unica tra Regione, Comuni, Protezione Civile e Governo nazionale. È l’incapacità di trasformare ogni disastro in occasione di prevenzione. In una regione fragile dal punto di vista idrogeologico, la priorità dovrebbe essere chiara: prima la sicurezza dei territori, poi la narrazione personale. Prima la prevenzione, poi il marketing.

Non si tratta di colpevolizzare prima delle sentenze. Si tratta di stabilire una gerarchia delle urgenze. Se ogni ciclone diventa una calamità e ogni calamità un capitolo di cronaca che si chiude nel giro di una settimana, allora il problema non è il meteo. È la politica.

La Calabria non può vivere in emergenza permanente mentre il dibattito pubblico si concentra su scontri giudiziari e comunicativi. Serve un piano straordinario per la messa in sicurezza del territorio, finanziato seriamente e monitorato con trasparenza. Serve un cronoprogramma pubblico. Servono responsabilità chiare.

Perché mentre si discute di innocenza o colpevolezza, la pioggia continua a cadere. E il fango non aspetta le conferenze stampa.

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