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01/06/2026 ore 06.30
Politica

La forza senza la svolta: il paradosso del governo Meloni dopo quasi quattro anni tra promesse e scandali

La stabilità politica non è mancata, ma secondo i critici resta aperta la questione dell’impatto reale dell'esperienza del centrodestra sulle grandi emergenze italiane, dai salari alla sanità fino al Mezzogiorno

di Franco Gemoli
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Giorgia Meloni aveva tutto ciò che normalmente un presidente del Consiglio sogna di avere e che quasi nessuno, nella storia recente della Repubblica, è riuscito a mettere insieme nello stesso momento: una maggioranza ampia e disciplinata, un’opposizione frammentata e incapace di trasformare il dissenso in alternativa politica, un consenso personale superiore a quello del suo partito e, soprattutto, un tempo di governo sufficientemente lungo da consentire la realizzazione delle principali promesse contenute nel programma elettorale.

Per questa ragione, il bilancio dell’esperienza meloniana non può più essere rinviato né attenuato da alibi. Dopo quasi quattro anni a Palazzo Chigi, il tema non riguarda la tenuta della maggioranza, che continua a non essere in discussione, ma la distanza sempre più evidente tra le aspettative che avevano accompagnato l’arrivo della destra al governo e i risultati effettivamente conseguiti.

È una distanza che emerge non soltanto osservando le grandi riforme annunciate e mai realmente compiute, ma soprattutto guardando alla qualità della classe dirigente che avrebbe dovuto rappresentare la vera discontinuità rispetto al passato.

Per anni Fratelli d’Italia ha costruito il proprio consenso sostenendo che il problema dell’Italia non fosse soltanto politico, ma riguardasse la selezione delle persone chiamate a governarla. Era una critica severa rivolta alla sinistra, ai governi tecnici e persino a una parte del centrodestra. Esisteva, secondo questa narrazione, una classe dirigente autoreferenziale, distante dalla realtà e incapace di affrontare i problemi del Paese. La destra si proponeva come alternativa a quel modello. Oggi è inevitabile domandarsi se quella promessa sia stata mantenuta.

A rendere ancora più severo il bilancio di questa legislatura è la quantità di energie politiche che il governo è stato costretto a impiegare per difendere sé stesso anziché per realizzare il programma con cui aveva conquistato il consenso degli italiani. Le cronache degli ultimi anni raccontano infatti una lunga sequenza di vicende che hanno coinvolto esponenti di primo piano dell’esecutivo e che hanno progressivamente occupato il dibattito pubblico molto più delle riforme annunciate.

Dal caso che ha travolto Gennaro Sangiuliano, trasformando il Ministero della Cultura in un terreno di polemiche e imbarazzi istituzionali, fino alle difficoltà che hanno continuato a caratterizzare lo stesso dicastero anche dopo l’arrivo di Alessandro Giuli. Dalle vicende che hanno investito Daniela Santanchè, sfociate infine nelle dimissioni, alle controversie che hanno accompagnato Carlo Nordio, dal caso Almasri alle tensioni con la magistratura, fino alle polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni sul referendum. Senza dimenticare le questioni che hanno riguardato Andrea Delmastro e altri esponenti della maggioranza, spesso costretti a difendersi più dalle cronache che dagli avversari politici.

Presi singolarmente, questi episodi potrebbero essere considerati normali incidenti di percorso. Nessun governo è immune da errori, polemiche, inchieste o vicende che coinvolgono i propri rappresentanti. Osservati nel loro insieme, però, restituiscono un quadro diverso: quello di una classe dirigente che avrebbe dovuto rappresentare il valore aggiunto della stagione meloniana e che invece è spesso diventata essa stessa fonte di difficoltà politica per l’esecutivo.

Ancora più significativo è il modo in cui Palazzo Chigi ha scelto di affrontare queste crisi. Quasi mai attraverso una presa di distanza immediata, quasi mai attraverso una rigorosa applicazione del principio di responsabilità politica. La linea è stata quasi sempre quella della difesa a oltranza, della resistenza, della contrapposizione frontale con chiunque sollevasse dubbi o critiche, fino a quando la permanenza dei singoli protagonisti non diventava politicamente insostenibile.

Sangiuliano è stato difeso fino all’ultimo. Santanchè è stata difesa fino all’ultimo. Nordio continua a essere difeso nonostante vicende che, in altri contesti politici, avrebbero probabilmente imposto una riflessione molto più approfondita sul rapporto tra responsabilità istituzionale e opportunità politica.

Il punto non è stabilire se questo sia stato il governo degli scandali. Probabilmente non lo è stato. La storia repubblicana ne ha conosciuti altri ben più travolti da inchieste e vicende giudiziarie. Il punto è che questo avrebbe dovuto essere il governo della competenza, del merito e della selezione rigorosa della classe dirigente. Ed è proprio su questo terreno che il giudizio politico appare oggi più problematico.

Ma il tema non riguarda soltanto gli uomini e le donne chiamati a governare. Riguarda anche ciò che il governo è riuscito concretamente a realizzare. Perché, mentre l’esecutivo era impegnato a gestire emergenze politiche, polemiche e casi interni, molte delle promesse che avevano accompagnato la vittoria elettorale del 2022 sono rimaste sullo sfondo.

La rivoluzione fiscale annunciata non si è mai materializzata nella forma immaginata dagli elettori del centrodestra. La semplificazione dello Stato è rimasta in larga parte incompiuta. La battaglia contro la burocrazia continua a essere una delle grandi questioni irrisolte del Paese. Le riforme strutturali promesse non hanno prodotto quella percezione di svolta che aveva accompagnato l’arrivo della destra al governo.

C’è poi un capitolo che più di ogni altro aveva contribuito alla vittoria elettorale della destra: la sicurezza. Per anni Giorgia Meloni ha costruito una parte importante del proprio consenso denunciando l’incapacità dei governi precedenti di garantire ordine, legalità e controllo del territorio. Era uno dei temi centrali della sua proposta politica e uno dei pilastri dell’identità di Fratelli d’Italia.

A quasi quattro anni dall’insediamento a Palazzo Chigi, il giudizio degli italiani appare però più articolato di quanto il governo probabilmente si aspettasse. Nelle grandi città continuano a registrarsi episodi di violenza urbana, aggressioni, baby gang, criminalità diffusa e degrado che alimentano un crescente senso di insicurezza. Al di là delle statistiche sui reati, spesso interpretabili in modi diversi, pesa la percezione quotidiana di milioni di cittadini, che avvertono una distanza tra le promesse della politica e la realtà delle strade, delle periferie, delle stazioni e dei quartieri più difficili.

Anche su questo fronte il nodo non riguarda ciò che il governo ha ereditato. I problemi della sicurezza urbana esistevano già prima dell’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Ma dopo quasi quattro anni di governo vale lo stesso principio che la destra rivendicava quando era all’opposizione: chi governa si giudica dai risultati, non dalle responsabilità attribuite ad altri.

Ed è questo il punto politico. La sicurezza era una delle principali promesse della destra. Oggi resta una delle questioni su cui una parte crescente dell’opinione pubblica continua a chiedere risposte più efficaci.

Nel frattempo, le famiglie continuano a confrontarsi con un costo della vita che cresce più rapidamente dei redditi. I salari italiani restano tra i più bassi dell’Europa occidentale in rapporto al potere d’acquisto. La sanità pubblica continua a mostrare difficoltà strutturali sempre più evidenti. Il Mezzogiorno continua a perdere giovani, competenze e popolazione. Le liste d’attesa sanitarie restano una delle principali preoccupazioni dei cittadini. La questione industriale è tornata con forza nel dibattito nazionale. E il disagio sociale continua a manifestarsi in forme che nessuna narrazione ottimistica riesce più a nascondere.

Per lungo tempo il governo ha potuto contare su un argomento politicamente efficace: l’eredità ricevuta. I conti pubblici, la crescita debole, una burocrazia lenta, una sanità in affanno, i ritardi infrastrutturali, le difficoltà del Mezzogiorno. Problemi reali, stratificati nel tempo e certamente non attribuibili a una sola stagione politica.

Ma dopo quasi quattro anni di governo quell’argomento ha inevitabilmente perso forza. La politica, come la storia, assegna responsabilità in proporzione al tempo e al potere di cui si dispone. E nessuno può sostenere seriamente che Giorgia Meloni non abbia avuto il tempo, il consenso e gli strumenti necessari per imprimere una direzione chiara al Paese. È questa la ragione per cui il giudizio sull’esecutivo non può più essere formulato in termini di aspettative o di intenzioni. Deve misurarsi con la realtà dei risultati.

L’Italia di oggi è un Paese nel quale milioni di famiglie continuano a fare i conti con un progressivo impoverimento del potere d’acquisto, nel quale il tema salariale resta una delle grandi emergenze nazionali, nel quale il diritto alla salute continua a dipendere troppo spesso dal luogo di residenza e dalla capacità economica dei cittadini, nel quale intere aree del Mezzogiorno continuano a perdere popolazione, giovani qualificati e opportunità di sviluppo.

Non tutto questo è responsabilità del governo Meloni. Sarebbe una lettura semplicistica e ingiusta. Ma quasi quattro anni di governo impongono una considerazione altrettanto semplice: non tutto può più essere attribuito a chi c’era prima.

La verità è che la destra era arrivata al governo promettendo una rottura con il passato. Non una gestione ordinaria dell’esistente. Non una semplice amministrazione del presente. Aveva promesso un cambio di paradigma, una nuova stagione politica, una diversa qualità della classe dirigente e una capacità di affrontare i problemi italiani con maggiore efficacia rispetto ai propri predecessori.

È proprio il confronto tra quella promessa e la realtà di oggi che rende il bilancio così controverso. Perché, se una parte dell’elettorato continua a riconoscere a Giorgia Meloni capacità di leadership, determinazione e solidità internazionale, cresce allo stesso tempo la sensazione che la forza politica accumulata in questi anni non sia stata trasformata in un cambiamento altrettanto profondo della condizione materiale degli italiani.

Ed è forse questo il paradosso più significativo della legislatura.

Il governo più stabile degli ultimi decenni rischia di lasciare in eredità un Paese che continua a convivere con gran parte delle fragilità che aveva promesso di superare. Il governo che aveva fatto della competenza e della selezione della classe dirigente uno dei propri principali argomenti politici è stato costretto a difendere ministri, sottosegretari e collaboratori coinvolti in una sequenza di polemiche che hanno spesso oscurato l’azione dell’esecutivo.

Il governo che aveva promesso una discontinuità radicale con il passato rischia di essere giudicato proprio per la distanza tra le aspettative che aveva alimentato e i risultati che è riuscito a produrre.

La longevità, da sola, garantisce un posto nei libri di storia. L’efficacia di un governo, invece, si misura da ciò che lascia dopo il proprio passaggio. Ed è su questo terreno, molto più che sulla durata della legislatura o sulla tenuta della maggioranza, che nei prossimi mesi si giocherà il vero giudizio politico sull’esperienza di Giorgia Meloni.