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06/10/2026 ore 06.30
Politica

La guerra degli agricoltori contro Meloni: produrre costa troppo, fare la spesa anche

Raccolti pagati sotto i costi e caro gasolio creano una frattura tra governo e aziende. È un circolo vizioso: chi produce guadagna troppo poco, chi acquista spende troppo. Il conto arriva alle famiglie ma la politica è chiamata a rispondere. Perché la difesa del Made in Italy passa anche da qui

di Redazione Politica

La guerra degli agricoltori contro Meloni mette il governo davanti alla distanza tra la difesa del Made in Italy e la possibilità concreta di continuare a produrlo, mentre nelle testimonianze trasmesse da Fuori dal coro, su Rete 4, il caro carburante diventa il punto di rottura di un equilibrio già precario: gli imprenditori agricoli denunciano spese crescenti e ricavi insufficienti, mentre i cittadini affrontano prezzi al consumo che non sembrano restituire ai produttori il valore del loro lavoro.

«Noi stiamo chiedendo solo di lavorare», ha detto uno dei manifestanti intervistati, concentrando in quella richiesta il significato della protesta: poter coltivare senza consumare i risparmi della famiglia, vendere un raccolto che ripaghi le spese e affrontare la stagione successiva senza chiedersi se convenga lasciare fermo il trattore.

Per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e per il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, queste voci pongono una questione politica precisa: la valorizzazione dei prodotti italiani deve tradursi anche nella sostenibilità economica delle aziende che li portano sul mercato, perché la qualità ha bisogno di investimenti, lavoro e redditi capaci di sostenere entrambi.

Agricoltori contro Meloni: il caro gasolio accende la protesta

Il servizio racconta la mobilitazione a Torre in Pietra, lungo l’Aurelia, e raccoglie anche testimonianze dalla Sicilia, accomunate dalla denuncia di un’attività diventata sempre più difficile da mantenere, nella quale il gasolio viene indicato come la goccia che ha fatto traboccare il vaso, dopo gli aumenti che gli intervistati riferiscono per concimi, sementi e altre forniture necessarie alla produzione.

Uno degli agricoltori descrive un raccolto pagato 27 euro al quintale, a fronte di un costo di produzione di 35 euro: secondo il suo conto, ogni quintale venduto comporta otto euro di perdita, un dato che riguarda l’esperienza raccontata dal produttore ma spiega con immediatezza perché lavorare di più, in quelle condizioni, possa significare aumentare il disavanzo.

«Abbiamo lavorato per niente», ha dichiarato un agricoltore nel servizio, mentre un altro ha raccontato di un’azienda che dava lavoro a quindici persone e nella quale sarebbero rimasti soltanto in due, descrivendo una contrazione che coinvolge il reddito familiare e le opportunità di occupazione del territorio.

La minaccia di tenere fermi i mezzi agricoli porta il conflitto oltre il prezzo di un pieno, perché quando un produttore teme di non recuperare le spese anche la decisione di seminare diventa incerta, con conseguenze che possono estendersi alle forniture, al lavoro stagionale e alle attività legate all’azienda.

Prezzi alimentari: il conto arriva anche alle famiglie

Gli agricoltori chiedono ai cittadini di sostenere la protesta perché individuano una difficoltà comune: chi produce denuncia di guadagnare troppo poco, chi acquista lamenta di spendere troppo, come mostrano i confronti presentati da Fuori dal coro al mercato di viale Papiniano, a Milano.

Nei prezzi riportati dal servizio, tra gennaio e ottobre le zucchine passano da 0,99 a 2,99 euro, con un aumento arrotondato del 202%, e le carote salgono da 0,99 a 2 euro, segnando un incremento del 102%; le arance passano da 1,39 a 2,99 euro (+115%), le mele Golden da 1,30 a 2,90 euro (+123%) e le mozzarelle da 7,90 a 15,99 euro (+102%).

Si tratta dei confronti illustrati nella trasmissione, riferiti a quel mercato, e non di una misura dell’inflazione alimentare nazionale, ma la loro forza sta nel rendere visibile quanto possa cambiare il costo della spesa, mentre dalle aziende agricole arriva la denuncia di compensi che non seguono la stessa traiettoria.

Meloni e Lollobrigida davanti alla prova dei conti

Il divario tra prezzi all’origine e prezzi al consumo richiede una verifica della distribuzione del valore lungo la filiera: trasformazione, energia, trasporto, conservazione e vendita comportano costi reali, perciò la differenza tra il prezzo del grano e quello del pane non dimostra da sola una speculazione, ma impone di capire quali margini restino ai diversi operatori e quanto potere contrattuale abbiano i produttori.

Su questo terreno il governo deve misurare l’efficacia delle proprie politiche, dal sostegno ai costi energetici alla trasparenza dei contratti, dai controlli sulle eventuali pratiche sleali agli strumenti che consentano alle aziende di programmare il lavoro. Lo scontro degli agricoltori contro Meloni va letto sul piano della responsabilità politica, perché servono risposte riconoscibili nei bilanci, oltre agli impegni pronunciati a difesa dell’agricoltura italiana.

La fragilità del settore si inserisce in una trasformazione di lungo periodo: secondo l’Istat, nel 2023 le aziende agricole attive erano 1.130.358, sostanzialmente stabili rispetto al 2020 ma diminuite del 30,3% rispetto al 2010, una riduzione strutturale che non può essere attribuita interamente all’attuale caro carburante.

Le testimonianze dei manifestanti aggiungono a quel quadro la paura di chi deve decidere oggi se continuare, ponendo Meloni e Lollobrigida davanti alla necessità di dare alle aziende condizioni credibili per restare aperte, mentre le famiglie chiedono di poter acquistare il cibo senza sacrificare una quota sempre maggiore del proprio reddito. La difesa del Made in Italy passa anche da qui: dal conto di chi produce e dallo scontrino di chi compra.