La nascita del Pd e quel “peccato” originale che causò disastri decennali
All’epoca il Partito democratico non fu in grado o addirittura si rifiutò di costruire un’alleanza da opporre alla coalizione di centrodestra. Un’operazione politicamente insensata che nella fantasia degli italiani spalancò, con largo anticipo, le porte di palazzo Chigi alla coalizione guidata dalla Meloni
Alcuni amici, fra i quali uno scrittore calabrese di qualità, dopo il mio articolo sulla Meloni, mi hanno comunicato su WhatsApp che mi aspettano al varco del secondo impegno sul centrosinistra, per me un po’ più difficile. Constatazione ineccepibile. Sono stato – unico calabrese- tra i 45 fondatori del Pd, nessuna meraviglia se avverto un po’ di pudore ad apparire critico con il partito che ho contribuito a fondare. Ricordo ancora l’entusiasmo nel giorno in cui si votò per la sua costituzione. Trovai una fila interminabile al seggio. Ero all’epoca presidente della regione. Una persona gentile, vedendomi in coda alla lunga fila dei votanti, si precipitò a cedermi il suo posto, molto più vicino all’urna. L’ho ringraziai ma rifiutai il piccolo privilegio che mi veniva offerto. Non accettavo che quel godimento allo stato puro che avvertivo nell’osservare tutta la gente che si accalcava ai seggi, in un baleno scemasse. La passione politica fa brutti scherzi.
Cosa è rimasto di quell’entusiasmo? Credo poco. Convengo che la società negli ultimi anni è cambiata Ciò non di meno troppi errori sono stati commessi dal Pd a Roma e nei territori, specie in quelli meridionali.
Comincio da un errore catastrofico avvenuto alla vigilia delle elezioni politiche del 2022. All’epoca il Pd non fu in grado o addirittura si rifiutò di costruire un’alleanza da opporre alla coalizione di centrodestra.
Un’operazione politicamente insensata che nella fantasia degli italiani spalancò, con largo anticipo, le porte di palazzo Chigi alla coalizione guidata dalla Meloni, ritenuta con certezza vincente dai sondaggisti. Una sciagura in un paese dove storicamente si corre “in soccorso del vincitore”. Nel centrodestra, in nome del potere, non si rinuncia mai alle alleanze che, anche in presenza di gravi dissidi, al momento giusto, vengono ricomposte. Nel 1994, all’epoca della discesa in campo di Berlusconi, al momento di costruire l’intesa da presentare agli elettori, il Cavaliere si rese conto che i suoi alleati, Fini e Bossi, erano così divisi su tutto da non rivolgersi neppure la parola. Qualcuno ricorderà che Berlusconi alla fine fu costretto a realizzare un accordo inedito nella storia del paese. Siglò al Sud un’alleanza con Fini e al Nord una con Bossi.
Per il centrosinistra è tutta un’altra storia. Ancora un ricordo. Alla fine del quinquennio della presidenza calabrese di Mario Oliverio, immaginando che questi non intendesse più candidarsi, dopo avere avuto l’assenso del segretario regionale dell’epoca del Pd, Ernesto Magorno, tentai di convincere l’editore Florindo Rubbettino a candidarsi presidente regionale per il centrosinistra. Si trattava in tutta evidenza di una bella figura dello scenario imprenditoriale e intellettuale d’Italia. Un personaggio che ha sempre tenuto in vita, con una caparbietà tutta calabrese che gli fa onore, la sua azienda non in una città ma in un paesino bello ma sperduto in una delle nostre montagne. Lo corteggiai con assiduità per una settimana. Lo invitai più volte a pranzo a casa mia.
Alla fine esausto usai un argomento dal quale i calabresi, specie quelli colti, appaiono sempre soggiogati: “Il tuo potrebbe essere un dono inaspettato per questa nostra difficile regione”. Un leggero brillio degli occhi mi diede la certezza della sua resa. Lo accompagnai personalmente a Roma dal segretario nazionale del Pd che all’epoca era Zingaretti. Parlammo circa un’ora. L’editore pretendeva che la coalizione fosse compatta sul suo nome in questa battaglia, che insomma non si registrassero i soliti mugugni cosi rituali nelle scelte del centrosinistra. Appena sorse il primo malumore, mi fece una lunga telefonata, rilasciò una dichiarazione alla stampa e abbandonò la partita. Da allora cominciò una nostra rovinosa caduta che dura da troppi anni. E l’elemento più grave è che non s’intravede oggi all’orizzonte la figura nuova che può risalire la china ma soprattutto non s’intravede quel sentimento di futuro che animava il Pd delle origini.
In politica si commettono spesso molti errori, ma i due, quello nazionale e quello regionale, appena descritti, hanno causato disastri decennali. Si tenga conto che l’Italia è un paese tendenzialmente di centrodestra dove il centrosinistra vince quando riesce ad organizzarsi con umiltà e gli avversari compiono errori madornali.
Nel 1995 Romano Prodi creò l’Ulivo. Il personaggio possedeva le caratteristiche ideali per non creare dissensi. Aveva autorevolezza, una dote che aiutava a vincere ed era privo di truppe, elemento rassicurante per l’alta dirigenza del centrosinistra. Fungeva appunto da federatore. Si fittò un autobus e andò in giro con umiltà per l’Italia intera. Nel 1996 riuscì a vincere le elezioni e a formare, con l’appoggio esterno di Rifondazione comunista, un governo tra i migliori dell’Italia repubblicana.
. Schierava fra gli altri –cito a memoria – Veltroni vicepresidente, Napolitano, Ciampi, Andreatta, Bersani, Fassino,Visco, Bindi. Impossibile il raffronto con quello attuale.
Con i limiti di una risicata maggioranza fece un buon lavoro,specie in Europa dove l’Italia fu tra i primi paesi ad optare per l’euro, che rappresentò la nostra salvezza.
Oggi, rispetto a quella stagione carica di speranza, tutto appare cambiato. Molto del lavoro d’un tempo è stato distrutto. I partiti che erano un riferimento irrinunciabile per tanti militanti non esistono più. La qualità della scuola, specie in Italia, si è abbassato notevolmente. Siamo i peggiori d’Europa. Una massa enorme di persone poco istruite che vive nelle periferie, che non lavora o compie lavori saltuari, che un tempo guardava con fiducia a sinistra o al mondo cattolico o non vota più oppure, abboccando alla scuola violenta dei social, vota sul tema fatuo dell’identità e non sul tema drammatico del Welfare, dei salari o sulle condizioni di vita del Sud. Il ceto medio si è impoverito. Un tempo tutta questa umanità era in grande parte rappresentata dai partiti che poi si erano sciolti nel Pd.
Solo le ambizioni individuali, connaturate nella vita degli uomini, sono rimaste intatte come un tempo nelle formazioni politiche esistenti. In questa fase storica l’obiettivo “palazzo Chigi” crea una rivalità accesa tra Schlein e Conte, non facilmente componibile. La prima rivendica il suo essere donna e di rappresentare il partito con un maggiore numero di voti, il secondo rivendica la sua passata esperienza a palazzo Chigi e in parte risponde all’unico quotidiano italiano che gli dà spazio.
Per dirimere la contesa si potrebbero stabilire dei criteri, che so, le primarie, o l’incarico da offrire al partito che prende il maggior numero di voti, ma non mi pare ci sia accordo. Ci sarebbe bisogno di un federatore- pacificatore, con l’esperienza adeguata e riconosciuta dai contendenti, capace di stabilire criteri di scelta e farli rispettare. Uno di questi potrebbe essere Prodi, ma anche altri esponenti, altrettanto autorevoli del Pd che, trascurati dai nuovi dirigenti, hanno da tempo fatto un passo indietro. Persone alle quali, di fronte al pericolo, come avveniva nel mondo romano, si affidano pieni poteri solo fino alla soluzione della crisi. Infine bisognerebbe dare uno sguardo alla Chiesa, che avendo orrore delle guerre e delle prepotenze che dilagano nel mondo, potrebbe scuotere una parte dell’astensionismo, guardando con favore una coalizione che fa della solidarietà e della pace un caposaldo della sua politica.
Si tenga conto però che non c’è tempo perché se questa campagna referendaria, malgrado l’intervento di Mattarella, procede in questo clima violento, sono convinto che si arriverà presto ad elezioni anticipate.
*già presidente della Regione Calabria