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20/05/2026 ore 08.18
Politica

La politica che non fa più domande: nei piccoli comuni calabresi muore il rapporto con i cittadini

Dai fac-simile lasciati nelle cassette postali ai candidati incapaci di ascoltare e conoscere chi hanno davanti. Nei centri al voto si consuma la crisi più profonda della politica: la scomparsa della relazione umana sostituita da favori, slogan e comunicazione vuota. Eppure la rinascita potrebbe partire da un gesto semplice: tornare a porre vere questioni

di Rocco Sicoli*

C'è un gesto, in questi giorni, che vale più di tutte le analisi sulla crisi della politica italiana: il fac-simile lasciato nella buca delle lettere. A volte è infilato senza nemmeno suonare il campanello. Altre volte viene consegnato a mano, ma con un sorriso imbarazzato e una frase smozzicata, perché chi lo porta non sa cosa dire alla persona che ha davanti. Tra qualche giorno in Calabria si vota in circa ottanta comuni, molti piccoli, altri piccolissimi, alcuni di questi sono quei paesi montani in cui “il sindaco di una volta” conosceva tutti per nome e cognome. Oggi quel sindaco, o chi aspira a diventarlo, sempre più spesso non sa nemmeno chi gli apre la porta e non ha nemmeno la furbizia di leggere il nome sul citofono.

La politica che ha smesso di interloquire

È un fenomeno che chi vive e frequenta i tanti centri toccati da questa campagna elettorale tocca con mano. I candidati non si presentano, o lo fanno male. Non fanno domande. Non hanno voglia di capire chi hanno davanti. Affidano tutto al manifesto elettorale affisso in barba a qualsiasi regolamento, al post sui social, al passaparola di un parente o di un amico. Quando incontrano una persona che non conoscono, restano muti. Bene che vada, recitano il curriculum vitae e uno slogan masticato malamente da un programma raffazzonato.

È sparita la cosa più semplice e più antica della politica: il rapporto. La capacità di stabilire una relazione, anche di tre minuti, anche sulla soglia di una porta. La curiosità di capire chi è quella persona, cosa fa, di cosa ha bisogno, cosa potrebbe offrire alla comunità. Una volta, non in un'epoca mitica, ma fino a trent'anni fa, qualsiasi candidato sindaco aveva una mappa mentale del suo paese che non era solo geografica, bensì umana fatta di persone, volti, idee, voci. Sapeva chi era il falegname, chi aveva il figlio disoccupato, chi era tornato dal Nord, chi aveva la nonna malata. E quando non sapeva, chiedeva. Chi sei? Cosa fai? Come posso esserti utile? E tu, come puoi essere utile? Ricordo da ventenne il compianto sindaco di Amantea, Francesco Tonnara, il tempo che passava a parlare con le persone, anche con chi come me, da buon giovane incazzato, contestava tutto e tutti. Oggi, quell’approccio è sparito, l’unica domanda è “cosa ti serve per avere il tuo voto?”. E la risposta che, ahimé spesso si sente, quando si discute su chi votare nei bar popolari è “china mi dune m’è patre”, cioè chi mi dà qualcosa in più è mio padre e quindi lo voto. La politica calabrese ormai si ferma qui, sulla soglia della persona, senza voler capire altro; serva si considera e servi considera chi ha davanti, persone non meritevoli di alcun interesse reale, non facce, ma X che camminano.

L'era delle risposte e la fine delle domande

C'è un paradosso che vale la pena nominare, perché tanti osservatori e studiosi del mondo dell’intelligenza e del suo impatto sul tessuto sociale, me compreso, stanno ripensando tutto. Viviamo l'epoca in cui l'intelligenza artificiale sembra avere tutte le risposte. E proprio per questo, in tanti stiamo riscoprendo che il vero valore non sta nelle risposte: sta nelle domande. Saper formulare una domanda di qualità, saper valutare la risposta, saper distinguere ciò che conta da ciò che è rumore. Era già così con Google, lo è ancora di più adesso. Chi non sa chiedere, non sa cercare, non sa capire.

La politica ha fatto esattamente il percorso inverso di quello che sarebbe necessario. Ha smesso di chiedere. Ha smesso di pensare che la domanda sia uno strumento di conoscenza prima ancora che di consenso. Ha sostituito la domanda vera, che presuppone umiltà, ascolto, tempo, con il comizio urlato e il post velenoso. E quando si trova davanti a una persona in carne e ossa, non sa più cosa farne. Perché non sa più cosa chiederle, forse non sa nemmeno più chi è lui stesso.

L'ammasciata al posto della visione

Quel che resta, in molti casi, è quel che in Calabria chiamiamo ammasciata: il favore di basso livello. La busta della spesa prima del voto, la buca davanti casa che finalmente si copre, il contratto di sei mesi per il figlio disoccupato, la telefonata all'ufficio giusto. Funziona, raccoglie voti, mantiene reti di dipendenza. Ma non è politica: è gestione del bisogno trasformata in capitale elettorale. È un sistema da cui dovremmo imparare a liberarci, anche a costo di una rinuncia che fa male, perché in Calabria perfino una visita medica salvavita passa molto spesso per l'ammasciata. Liberarsene è una scelta che può costare cara, ma è l'unica che restituisce dignità a chi chiede e a chi rappresenta.

E da chi ha smesso di chiedere per capire, da chi pensa di sapere già tutto perché ha sistemato il cugino del cugino, come pretendiamo che arrivi una visione? Una visione vera, quella che parte dal comune più piccolo della Sila o dell'Aspromonte e arriva al livello regionale. Una visione che affronti seriamente lo spopolamento dei comuni montani, che immagini un piano energetico resiliente e distribuito, che pensi alla Calabria come terra dei data center e dell'innovazione nel Mediterraneo. Sono partite enormi, che si giocano nei prossimi dieci anni e che richiedono classe dirigente, non ammasciatori. Ma una classe dirigente non nasce dal nulla: nasce da persone che, quando bussano a una porta in campagna elettorale, sanno almeno fare una domanda intelligente. Sanno connettersi con chi hanno davanti anche se non lo conoscono, anzi proprio perché non lo conoscono cercano di capire ancora di più quella persona e del perché non sapessero nulla della sua esistenza.

La professione che il qualunquismo ha distrutto

C'è poi un capitolo che il dibattito italiano degli ultimi vent’anni e più ha sistematicamente rimosso. La politica, se fatta bene, è un mestiere, una professione, sarò impopolare, ma la Politica presupone dedizione totale, come ogni professione artigiana, come ogni lavoro che ha il fine ultimo di arrivare a qualcosa di bello, ad un prodotto che arricchisca chi lo fa e chi ne fruisce. Anche i Cinquestelle, che del limite dei due mandati avevano fatto un totem, hanno dovuto riconoscere che due mandati non bastano. Non bastano a capire come funziona un'istituzione, non bastano a saper governare, non bastano a misurarsi con la complessità di un Paese reale. Il qualunquismo dell'"uno vale uno" ha lasciato macerie: ha legittimato l'idea che chiunque possa fare politica senza prepararsi, senza studiare, senza imparare. E così abbiamo riempito i consigli comunali, e non solo quelli, di persone che non hanno mai aperto un bilancio, non hanno mai letto un regolamento edilizio, non hanno mai capito la differenza tra un assessore e un dirigente. E, ancora più grave, non hanno mai immaginato qualcosa a lungo termine per se stessi e per le proprie comunità.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una politica che non sa chiedere, non sa ascoltare, non sa decidere. E che quando deve comunicare, comunica peggio di quanto governi.

La comunicazione come sintomo finale

Perché la degenerazione di cui parliamo è evidente, anzi sfacciata, nella comunicazione istituzionale, pubblica e politica che in Calabria non esiste, e forse non è mai realmente esistita. Schiacciata sotto il peso di persone poco qualificate, scelte per amicizia o per fedeltà personale, messe a comunicare con l'unico obiettivo di compiacere il politico che le ha sistemate e gli garantisce uno stipendio. È un meccanismo che si autoalimenta: politici che non sanno chiedere selezionano comunicatori che non sanno raccontare, e insieme producono un rumore di fondo che la cittadinanza, intelligentemente, ha imparato a ignorare.

Con queste premesse non andiamo da nessuna parte. Non in un paesino della Sila, non a Reggio Calabria, non a Serra San Bruno, non sulla costa ionica. Non c'è piano di sviluppo, non c'è hub del Mediterraneo, non c'è transizione energetica che tenga, se la politica resta questa.

Resuscitarla, magari partendo da una semplice domanda

La politica calabrese, almeno nella sua versione più bassa (perché parliamo di amministrare comuni) e al contempo più alta e necessaria, è morta. La domanda vera è chi abbia ancora voglia di resuscitarla, o meglio di ricostruirla. E forse il punto di partenza è proprio la cosa più semplice, quella che si è perduta per prima e che oggi suona quasi rivoluzionaria: ricominciare a chiedere. Chi ho davanti? Cosa fa? Cosa pensa? Di cosa ha bisogno? Cosa posso fare per capirlo davvero? Ha un’idea utile per il suo quartiere, per il Comune?

Tra una settimana si vota in circa ottanta comuni. Se in uno solo di questi un candidato, invece di lasciare il fac-simile nella buca delle lettere, suonerà il campanello e farà una domanda vera, sarà già successo qualcosa. Piccolo, ma reale. Da lì, da quelle persone, in Calabria, si potrà ricominciare. Buona chiusura di campagna elettorale a tutti i candidati, fate domande in questi ultimi giorni, più che potete, perché solo così potrete capire chi siete e cosa dovrete fare dal 26 maggio se eletti per dare dignità ai vostri comuni e ai cittadini che li vivono e li rendono realtà.

*Esperto di Comunicazione politica