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13/06/2026 ore 06.15
Politica

La rivolta silenziosa degli elettori: in Calabria il consenso cambia pelle e boccia la politica senza valori

Castrolibero e San Giovanni in Fiore due casi esemplari: le sconfitte di Perrotti (e Orlandino Greco) e Ambrogio (con Rosaria Succurro) non sono incidenti locali. Gli elettori hanno separato il voto alle liste da quello al sindaco: il consenso non si sposta più per decreto della classe dirigente

di Franco Gemoli

Per comprendere ciò che sta accadendo oggi nel centrodestra calabrese bisogna andare oltre i nomi, oltre le singole sconfitte elettorali e persino oltre le dinamiche dei partiti. Limitarsi a leggere alcuni risultati come il successo o il fallimento di questo o quel candidato significherebbe non cogliere la profondità di una trasformazione che appare ormai evidente. Quello che si sta consumando non è soltanto il declino di alcuni protagonisti politici. È la crisi di un modello che per anni ha pensato di poter sostituire i valori con i numeri, l’appartenenza con la convenienza e la rappresentanza con la semplice gestione del consenso.

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Le ultime elezioni amministrative hanno offerto una fotografia quasi perfetta di questo cambiamento. Ciò che è accaduto a Castrolibero e a San Giovanni in Fiore non può essere archiviato come una semplice coincidenza elettorale o come una somma di dinamiche locali. Le urne hanno raccontato qualcosa di più profondo.

A Castrolibero, uno dei territori che per anni hanno rappresentato il cuore politico di Orlandino Greco, gli elettori hanno scelto di voltare pagina, determinando quella che molti osservatori hanno interpretato come la fine di un ciclo politico consolidato.

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Nel comune che più di ogni altro aveva incarnato il peso elettorale e l’influenza del consigliere regionale, il risultato delle urne ha assunto un significato che supera ampiamente i confini cittadini. Non si è trattato soltanto di una sconfitta amministrativa. È apparso piuttosto come il segnale di una progressiva disconnessione tra una parte della classe dirigente e il territorio che per anni ne aveva sostenuto il percorso politico.

Ancora più significativa appare la vicenda di San Giovanni in Fiore. Qui la sconfitta di Marco Ambrogio non può essere letta come la semplice battuta d’arresto di una candidatura locale. Ambrogio rappresentava infatti il punto di convergenza di un sistema politico che negli ultimi anni aveva espresso la sindaca della città, la presidente della Provincia di Cosenza e una delle figure più influenti del centrodestra regionale, Rosaria Succurro. Tutto lasciava immaginare una vittoria finale. Al primo turno il centrodestra aveva conquistato la maggioranza del Consiglio comunale attraverso una vasta coalizione di liste. Eppure nel giro di due settimane lo scenario si è completamente ribaltato. Una parte significativa dell’elettorato ha separato il voto dato alle liste da quello per il sindaco, scegliendo una strada diversa al ballottaggio.

In una realtà che avrebbe dovuto rappresentare una delle roccaforti più solide della coalizione, una parte dei cittadini ha deciso di non seguire automaticamente le indicazioni del gruppo dirigente. Un passaggio che assume un valore politico enorme perché dimostra come il consenso non possa più essere considerato una proprietà trasferibile da una leadership all’altra e come perfino i sistemi di potere apparentemente più consolidati debbano ormai confrontarsi con una crescente domanda di autenticità, credibilità e rappresentanza.

È proprio qui che emerge il dato politico più interessante. Per anni una parte della classe dirigente ha ragionato come se i voti fossero una proprietà privata, un patrimonio personale da spostare da una coalizione all’altra, da una candidatura all’altra, indipendentemente dal rapporto con gli elettori. Le amministrative del 2026 sembrano invece raccontare una storia diversa. Raccontano che i cittadini continuano a distinguere tra consenso autentico e consenso costruito artificialmente. Tra appartenenza e convenienza. Tra rappresentanza e gestione del potere.

Per lungo tempo una parte della politica calabrese ha vissuto nella convinzione che i voti fossero una proprietà trasferibile. Bastava spostare un dirigente, un amministratore, un gruppo di potere o un pacchetto di preferenze da una coalizione all’altra per immaginare che insieme a quel trasferimento si spostassero automaticamente anche la fiducia, la credibilità e il consenso popolare. Era la stagione dei contenitori elettorali, delle adesioni costruite più sulla convenienza che sull’identità, dei professionisti della politica che cambiavano schieramento senza interrogarsi sul significato di quella scelta.

Oggi quel meccanismo si è inceppato. Il popolo del centrodestra sta dimostrando una maturità politica che probabilmente molti dirigenti non avevano previsto. Sta distinguendo tra chi rappresenta una comunità e chi rappresenta soltanto sé stesso. Sta distinguendo tra il consenso costruito sul territorio e quello costruito nelle stanze del potere. Sta distinguendo tra la politica come servizio e la politica come carriera.

È qui che si comprende il significato più profondo del tramonto politico di alcune figure che per anni hanno occupato posizioni centrali negli equilibri regionali. Non è una resa dei conti personale. Non è una questione anagrafica. È il segnale che una parte dell’elettorato non accetta più di essere considerata una semplice riserva di voti da mobilitare durante le campagne elettorali e da dimenticare il giorno successivo alle elezioni.

Perché il vero problema non è la sconfitta di alcuni leader. Il vero problema è che molti rappresentanti, una volta conquistato il consenso, hanno progressivamente smarrito il rapporto con le ragioni che avevano prodotto quel consenso. Hanno dimenticato le piazze, i quartieri, le comunità, le famiglie e le imprese che avevano creduto in loro. Hanno smesso di ascoltare i territori e hanno iniziato ad ascoltare soltanto i meccanismi interni del potere. Hanno sostituito il confronto con i cittadini con il confronto tra correnti. Hanno trasformato il mandato ricevuto dagli elettori in una posizione da conservare invece che in una responsabilità da esercitare.

Ed è proprio qui che emerge la parola decisiva: valori. La politica può sopravvivere agli errori amministrativi. Può sopravvivere alle sconfitte. Può persino sopravvivere alle divisioni interne. Non può però sopravvivere alla perdita dei propri valori fondanti. Quando chi governa dimentica il significato della parola appartenenza, quando la lealtà verso gli elettori viene sostituita dalla lealtà verso le convenienze del momento, quando la rappresentanza diventa autoreferenzialità, il rapporto fiduciario con il popolo inevitabilmente si spezza.

La Calabria sta lanciando un messaggio che va ben oltre i confini regionali. Sta dicendo che non basta più portare voti. Bisogna portare idee. Non basta più amministrare il consenso. Bisogna meritarselo ogni giorno. Non basta più vincere le elezioni. Bisogna continuare a rappresentare le persone che hanno consentito quella vittoria.

Per questo la questione che si apre oggi non riguarda semplicemente il rinnovamento della classe dirigente. Riguarda una vera e propria rigenerazione politica e culturale del centrodestra. Una rigenerazione che deve partire dai valori prima ancora che dai nomi. Dal recupero di quel rapporto diretto con il popolo che per decenni ha rappresentato la forza delle grandi tradizioni popolari del centrodestra italiano. La lezione che arriva dalla Calabria è semplice ma potentissima: il consenso può essere organizzato, costruito e persino amplificato. La fiducia no. La fiducia nasce soltanto quando gli elettori sentono di essere rappresentati e non utilizzati. Quando percepiscono che chi hanno mandato nelle istituzioni continua a camminare al loro fianco e non davanti a loro.

Ed è forse proprio questo il passaggio storico che stiamo osservando. La fine della politica che chiedeva voti e dimenticava le persone. L’inizio di una fase nella quale saranno gli elettori a pretendere il ritorno di ciò che per troppo tempo è stato sacrificato sull’altare del potere: i valori, la credibilità e il rispetto per le comunità che rendono possibile ogni vittoria politica.