La scalata di Occhiuto a Forza Italia, Giorgio Mulè a Perfidia: «Roberto non è uomo che si arrampica»
Al centro della puntata la riforma dell’ordinamento giudiziario. In studio con Antonella Grippo, oltre al vicepresidente della Camera, l’ex magistrato Antonio Ingroia: «Sono per il No, però su qualcosa ha ragione il Sì»
La puntata si apre con la presenza in trasmissione di Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera. "Sciolgo le trecce ai cavilli": questo il titolo emblematico della puntata, scelto per accompagnare un confronto serrato su uno dei temi più delicati del dibattito politico e istituzionale degli ultimi mesi, quello della riforma dell’ordinamento giudiziario.
«Qualche mese fa si è avuta l'impressione che la riforma fosse un po' moscia o semplicemente relegata agli specialisti perché gravida di tecnicismi». Esordisce così Antonella Grippo, chiedendo a Mulè di decifrare il titolo e di spiegare al pubblico, in modo chiaro, la portata del progetto di riforma.
Giorgio Mulè risponde con un tono volutamente leggero, canticchiando la canzonetta: sciolgo le trecce ai cavalli, nella versione ideata da Perfidia con "cavilli" al posto di "cavalli". Dimostra grande simpatia, quasi a voler alleggerire un tema spesso percepito come ostico. Poi entra nel merito: questa riforma, sostiene, non è semplice, è semplicissima. La riforma dice che, mantenendo intatta e inalterata l'indipendenza della magistratura, si avrà un giudice che studia per fare il giudice e un pm che studia per fare il pm. Esattamente come un anestesista studia per fare l'anestesista e un cardiologo studia per fare il cardiologo.
Il vicepresidente della Camera si sofferma quindi su uno dei punti più discussi, quello relativo al Csm. Oggi, ricorda, il Consiglio superiore della magistratura è composto per 2/3 da magistrati e per 1/3 da persone elette dal Parlamento. E anche con la riforma – precisa – questo equilibrio non verrebbe stravolto: 2/3 saranno sempre magistrati e 1/3 continueranno a essere eletti dal Parlamento.
A questo punto Antonella introduce un elemento storico-politico che segna il dibattito sulla giustizia italiana da oltre trent'anni: la rotta di collisione tra politica e magistratura che in Mani pulite conobbe il suo apogeo.
Oggi l'immagine che ci viene restituita è quella di Di Pietro per il sì e Gherardo per il no.
E a questo punto Mulè: «Secondo quanto emerge dal confronto, si tratta in fondo anche di una sorta di resa dei conti. Non mancano, infatti, magistrati favorevoli alla riforma, che – viene sottolineato – sostengono il sì con coraggio. Allo stesso modo, centinaia di esponenti della sinistra hanno scelto di sostenere il sì, ricordando che la stessa idea della separazione delle carriere nasce negli anni Novanta proprio in ambienti della sinistra».
La Grippo rilancia con una domanda dal forte valore simbolico: la Costituzione come teologia. Come mai, chiede, a sinistra vi è questa concezione teologica della Costituzione?
Mulè risponde con decisione: nulla di più mutabile della Costituzione. A suo avviso, chi difende una visione immutabile della Carta finisce per aggrapparsi a una concezione quasi teologica proprio perché non dispone di argomenti validi.
Un altro punto su cui il vicepresidente insiste riguarda la natura del voto: «Chi vota sì vota per il governo Meloni, chi vota no vota contro il governo Meloni». Secondo Mulè, questa lettura è fuorviante: non si tratta di un referendum sul governo.
Il confronto si sposta poi sulle parole del procuratore Nicola Gratteri. «Io ho detto che sarà vietato di votare a Pizzo, a Strangolagalli, a Monopoli e in altri comuni…». Mulè afferma che la sua era ironia, mentre giudica le dichiarazioni di Gratteri molto gravi, sostenendo che si tratta di un'affermazione che dovrebbe fare «incazzare» soprattutto chi la pronuncia.
Antonella apre quindi una parentesi sulla politica calabrese e chiede: si è interrotta la scalata di Occhiuto?
Mulè risponde difendendo il governatore: «Roberto non è un arrampicatore, è un moderato ed è convinto di ciò che dice e fa. Non è né un arrivista né un arrampicatore. È un governatore valido e arriverà, sicuramente».
Il dibattito prosegue con l’ingresso di Antonio Ingroia, ex magistrato, chiamato a rappresentare le ragioni del no.
Ciò che ha subito sulla sua pelle, osserva Antonella, dovrebbe portarlo a votare sì. E invece voterà no.
Ingroia chiarisce subito la propria posizione: voterò no, però su qualche cosa ha ragione il sì. Dice di essere d'accordo anche sul sorteggio, ma ritiene che si tratti di un sorteggio sbilanciato. Quello dei magistrati sarebbe fatto alla cieca, mentre quello politico sarebbe predisposto dal Parlamento. Per questo motivo precisa di non respingere tutte le ragioni del sì, ma di non essere convinto dai criteri di sorteggio proposti.
Sulla separazione delle carriere, invece, la sua posizione è nettamente contraria. La Grippo pone quindi una domanda diretta: Antonio Di Pietro, che ha originato tutta questa confusione, è improvvisamente il frontman del sì. Lo hanno messo apposta per essere in contrapposizione con Gratteri?
Può darsi che sia per questo, risponde Ingroia.
L’ex magistrato solleva poi una questione comparativa: mi dovete indicare un paese in cui le carriere sono separate e in cui il magistrato non è sottoposto all’Esecutivo. Secondo lui si tratta di un passaggio che comporta conseguenze inevitabili. Tuttavia, precisa, il suo non è un processo alle intenzioni del governo Meloni.
Per Ingroia, il problema principale del sistema giudiziario è un altro: se vogliamo ridurre l'appiattimento di certi giudici, soprattutto dei gip, non dobbiamo separare le carriere, ma fare valere di più il ruolo degli avvocati e dei difensori.
Antonella Grippo incalza: e fare valere di più il ruolo del difensore non è da attribuire proprio alla separazione delle carriere?
La risposta di Ingroia è perentoria: assolutamente no.
Il confronto entra quindi nel terreno dell’opinione pubblica. «Tu ce li vedi gli italiani, a cui i magistrati stanno sulle balle, andare a votare no?».
È a questo punto che Ingroia pronuncia una delle affermazioni più significative della serata: non è affatto convinto che sia stato Gratteri a far salire i consensi del no. «Semmai – sostiene – potrebbe essere accaduto il contrario». Facendo intendere che le affermazioni di Gratteri abbiano fatto perdere consensi al no, nonostante la volontà di farli acquisire. È una perfidia che Ingroia lancia al procuratore.
Una dichiarazione che rovescia la lettura più diffusa del dibattito pubblico e che mette in evidenza il rischio di un effetto boomerang nelle polemiche legate alla riforma.
Secondo Ingroia, molti italiani stanno cominciando a capire che le cose per loro non cambieranno in meglio con questa riforma. Anzi, teme che le conseguenze possano riguardare soprattutto i rapporti di forza tra poteri e che i benefici possano riguardare principalmente i più forti.
Antonella Grippo interviene per chiarire il profilo dell’ospite: Antonio Ingroia non è integralista e fondamentalista, ma cerca di spiegare una materia complessa, spesso percepita come elitaria.
La Grippo conclude con una domanda politica diretta: «Nutri avversione verso questo governo di centrodestra o ti piace?».
La risposta di Ingroia è netta: «No, assolutamente no, non mi piace». Dice di essere abbastanza critico sia nei confronti di questo governo sia dell'opposizione.
A tenere insieme un dibattito tanto complesso è stata la conduzione attenta di Antonella Grippo, che ha affrontato una materia intricata e altamente tecnica con determinazione e chiarezza. Il suo lavoro di mediazione tra posizioni diverse e il costante tentativo di rendere accessibili al pubblico questioni giuridiche spesso riservate agli specialisti rappresentano uno sforzo giornalistico notevole, capace di trasformare un confronto su cavilli e riforme in un momento di reale approfondimento democratico.