L’assedio di Vannacci e il paradosso di Salvini: tutti vogliono la Lega, ma chi è disposto a ereditarne il peso?
La sfida non riguarda soltanto la leadership del Carroccio. Tra i 49 milioni da restituire, l'asse Zaia-Fedriga, e il declino del progetto nel Mezzogiorno, il partito affronta una transizione che mette in discussione identità, consenso e futuro
La crisi della leadership non è solo una guerra di correnti, ma il problema di chi sia disposto ad assumersi anche le responsabilità economiche e politiche dell’eredità leghista.
La partita del Viminale racconta molto più del destino personale di Matteo Salvini, perché mette a nudo la crisi di una leadership che, dopo aver trasformato la Lega da movimento territoriale del Nord in un partito nazionale e averne incarnato per oltre un decennio identità, linguaggio e consenso, si trova oggi nella condizione paradossale di non poter reclamare neppure il ministero che ne ha rappresentato il massimo successo politico. Dietro il silenzio del leader leghista non c’è soltanto il timore di un eventuale diniego da parte di Giorgia Meloni, ma la consapevolezza che un ritorno al Viminale potrebbe coincidere con la perdita del controllo del partito, proprio mentre l’asse tra Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, le preoccupazioni di Giancarlo Giorgetti e l’avanzata di Roberto Vannacci stanno ridisegnando gli equilibri interni di un movimento che, per la prima volta dalla stagione del Papeete, discute apertamente l’ipotesi di un dopo-Salvini.
Vannacci e Furgiuele mettono all’indice i giornalisti: così la nuova destra riscopre camerati e liste di proscrizioneÈ questo il vero nodo politico delle ultime settimane. Mentre una parte consistente del gruppo dirigente, da Giorgetti a Massimiliano Romeo, ritiene che il ritorno al Ministero dell’Interno rappresenti l’unica operazione capace di restituire a Salvini centralità e visibilità, il segretario ha compreso che quella che all’esterno apparirebbe come una promozione potrebbe trasformarsi in una successione mascherata. Lasciare il controllo del partito per tornare al Viminale significherebbe affidare ad altri la gestione della transizione, con il rischio di ritrovarsi, al termine dell’esperienza di governo, di fronte a una Lega già proiettata verso nuovi equilibri e nuove leadership.
Da qui il tentativo di disarticolare l’asse dei governatori. A Fedriga viene prospettata la vicesegreteria, a Zaia addirittura la prospettiva di una futura presidenza del Senato. È la politica delle compensazioni, ma anche il segnale di un leader che non è più nella condizione di imporre le proprie scelte e che è costretto a negoziare il futuro con i suoi stessi colonnelli. Il problema è che il Veneto non sembra più disposto ad accontentarsi di ruoli simbolici. Zaia continua a chiedere poteri veri, un ruolo sostanziale nella ridefinizione della linea politica e organizzativa del movimento.
Per questo la frase attribuita a Giancarlo Giorgetti - «Ci serve Zaia, altrimenti finisce tutto» - assume il valore di un giudizio storico prima ancora che politico. È il riconoscimento che il ciclo inaugurato dal salvinismo nel 2018 si è progressivamente consumato e che il Carroccio, per evitare una lenta marginalizzazione, è costretto a immaginare un’altra architettura di potere.
Il segnale più clamoroso è arrivato perfino dalle strade di Milano. Lo striscione apparso all’Arena Civica - «Grazie Matteo. Ma… Zaia segretario ora» - certifica che il dibattito sulla successione è uscito dalle stanze del potere ed è ormai penetrato nel corpo vivo del partito. E nella politica italiana esiste una regola non scritta: quando la base inizia a chiedere pubblicamente un successore, la successione è già iniziata.
Ma c’è una domanda che, nel dibattito sul dopo-Salvini, nessuno sembra voler affrontare fino in fondo. Chi erediterà la Lega erediterà anche il peso della sua storia e delle sue responsabilità. Matteo Salvini, al netto di ogni giudizio sulla sua leadership, è stato il segretario che si è assunto l’onere di guidare il partito mentre gravava la vicenda dei 49 milioni di euro da restituire e ha garantito in questi anni la sostenibilità di un percorso finanziario e politico estremamente delicato. La domanda è semplice quanto scomoda: l’eventuale nuovo segretario dispone della stessa forza politica, della stessa capacità di tenuta e della medesima disponibilità ad assumersi un’eredità così gravosa? O il dibattito sulla successione si è limitato alla spartizione del potere dimenticando che la leadership comporta anche l’assunzione dei pesi e delle responsabilità? Perché prendere in mano la Lega non significa soltanto ereditarne il simbolo e il consenso residuo, ma anche farsene carico in tutte le sue complessità politiche, economiche e patrimoniali.
In questo scenario irrompe Roberto Vannacci. Le ultime rilevazioni attribuiscono a Futuro Nazionale il 5,3 per cento, una percentuale ormai sostanzialmente sovrapponibile a quella della Lega. È un dato devastante, perché certifica l’esistenza di un soggetto politico che, in pochi mesi, si è collocato sullo stesso piano elettorale del partito che per anni ha monopolizzato l’area sovranista, identitaria e securitaria del Paese.
Meloni deve fare i conti con Vannacci, in Calabria invece Occhiuto non ha nemmeno un'opposizione che lo disturbiIl generale è diventato il principale competitore di Salvini perché ne occupa il medesimo spazio politico. Parla allo stesso elettorato, utilizza codici comunicativi analoghi e interpreta le medesime inquietudini sociali. Per questo, dentro la Lega, molti cominciano a considerarlo il vero «Bruto» del leader leghista. Non perché abbia organizzato una congiura, ma perché ne sta progressivamente erodendo il terreno politico, simbolico ed elettorale.
A rendere ancora più drammatica la situazione è il fallimento del progetto meridionale della Lega. La «Lega per Salvini Premier», che tra il 2018 e il 2022 aveva tentato il miracolo politico di nazionalizzare un movimento storicamente settentrionale, nel Mezzogiorno di fatto non esiste più. Si sono dissolte le strutture territoriali, si è indebolita la classe dirigente, si è smarrito il radicamento politico e organizzativo. È rimasta soltanto una rappresentanza parlamentare sempre più fragile e priva di un’identità collettiva.
Ed è proprio il Sud a raccontare meglio di ogni altro territorio la parabola del salvinismo. Molti di coloro che, negli anni del massimo consenso di Salvini, hanno conquistato seggi parlamentari, incarichi di governo, posizioni di sottogoverno e responsabilità istituzionali grazie alla forza propulsiva del leader leghista, oggi ne hanno preso le distanze o guardano ad altri approdi politici. È un giudizio che circola apertamente tra i militanti: una parte significativa della classe dirigente meridionale avrebbe utilizzato la stagione del consenso salviniano per costruire il proprio percorso personale e, esaurita la spinta di quel progetto, avrebbe progressivamente abbandonato il suo fondatore.
Il malessere attraversa ormai tutta la rappresentanza meridionale del partito. Nessuno vuole rimanere intrappolato in una forza politica schiacciata tra l’offensiva dei governatori e l’avanzata di Vannacci.
Ma anche chi oggi guarda al generale come a un approdo politico sicuro potrebbe trovarsi di fronte a un paradosso. Se Futuro Nazionale dovesse mantenere la propria autonomia e rifiutare accordi organici con il centrodestra, come diversi segnali lasciano intendere, il nuovo soggetto politico rischierebbe di diventare una forza di testimonianza, capace di raccogliere consenso ma non di trasformarlo in potere di governo. In un sistema ancora fondato sulle coalizioni, molti degli attuali transfughi potrebbero allora ritrovarsi privi di prospettive istituzionali, dopo aver lasciato un partito di governo per aderire a un progetto politicamente isolato. In altre parole, il rischio è quello di ritrovarsi con il classico cerino in mano.
La cena milanese tra Giorgetti, Fedriga e Claudio Durigon assume, allora, un significato che va oltre il semplice confronto tra dirigenti. È il luogo nel quale una parte della classe dirigente leghista discute apertamente il futuro del movimento mentre il suo segretario appare sempre più impegnato a difendere il presente.
La politica è spesso spietata con i leader che hanno costruito il proprio consenso sull’idea della forza e dell’invincibilità. Salvini aveva conquistato il partito trasformandolo in una macchina personale di consenso, aveva nazionalizzato il simbolo, imposto il proprio linguaggio al centrodestra e ridisegnato per anni l’agenda politica italiana. Oggi si trova invece nella condizione opposta: non teme il centrosinistra, non teme Giorgia Meloni, non teme neppure gli avversari esterni. Teme il suo stesso partito.
Perché il vero rischio per Matteo Salvini non è perdere il Viminale. È accettare il Viminale e scoprire, al momento del ritorno, che la Lega che aveva lasciato non esiste più. E che il partito che aveva costruito, per paura di affrontare la propria successione, si è trasformato in un luogo di addii, di trattative e di leadership incompiute.
Sarebbe il più crudele dei paradossi della politica italiana contemporanea: l’uomo che aveva nazionalizzato la Lega e le aveva consentito di sopravvivere perfino al peso dei suoi debiti storici potrebbe essere ricordato come il leader che, nel tentativo di non perderla, l’ha vista lentamente sfuggirgli dalle mani.