Le 10 cose belle di Occhiuto per raccontare il 2026 della Calabria non bastano: servono fatti e una sanità che funzioni
Sui social il governatore continua a snocciolare promesse e slogan. Intanto gli ospedali sono in affanno e i soldi destinati dal Pnrr alla medicina territoriale rischiano di diventare un’occasione perduta
Dieci cose belle. Così il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha scelto di raccontare il futuro della Calabria: un elenco rassicurante, ottimistico, quasi motivazionale. Un format da social network più che da governo regionale. Peccato che, mentre si snocciolano promesse e slogan, la sanità calabrese continui a boccheggiare, sospesa tra emergenza cronica e assenza strutturale di soluzioni.
L’elenco delle “cose belle” funziona comunicativamente: infrastrutture, investimenti, cantieri, prospettive. Ma è proprio questo il problema. La Calabria non ha bisogno di belle parole, bensì di fatti verificabili, soprattutto su ciò che riguarda la vita e la salute dei cittadini. E su questo terreno il silenzio è assordante.
Ospedali senza personale, reparti chiusi o accorpati, pronto soccorso al collasso, liste d’attesa incompatibili con il diritto costituzionale alla cura. Intere aree interne prive di presidi sanitari degni di questo nome. Pazienti costretti a viaggi della speranza verso il Nord o, peggio, a rinunciare alle cure. Questa è la Calabria reale, non quella raccontata nei post patinati.
Eppure le risorse non mancano. Il Pnrr ha destinato alla sanità territoriale calabrese centinaia di milioni di euro, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare l’assistenza di prossimità, ridurre gli accessi impropri agli ospedali e garantire cure diffuse sul territorio. Il cuore di questa riforma dovrebbe essere rappresentato dalle Case della Salute – oggi Case della Comunità: strutture pensate per offrire medicina di base, specialistica, assistenza infermieristica e servizi sociosanitari integrati. Ma nella pratica molte di queste strutture restano sulla carta, incompiute o prive del personale necessario a funzionare. Si inaugurano contenitori vuoti, mentre medici di medicina generale, infermieri e operatori sociosanitari continuano a mancare. Il rischio concreto è che anche il Pnrr si trasformi in un’occasione persa, consumata più nella narrazione che nell’effettiva presa in carico dei cittadini.
La sanità calabrese non è in difficoltà: è in coma. E non da oggi. Ma chi governa da anni – e chi ha assunto pieni poteri commissariali – non può continuare a rifugiarsi nella comunicazione sostitutiva dell’azione. Elencare “dieci cose belle” mentre il sistema sanitario regionale è al limite del collasso appare come fumo negli occhi, utile a distrarre ma non a curare.
Il paradosso è evidente:mentre si parla di futuro, il presente viene rimosso. Mentre si celebrano progetti, si evita il nodo centrale: la riorganizzazione reale della sanità territoriale, l’utilizzo efficace e tempestivo dei fondi Pnrr, il reclutamento del personale medico e infermieristico, la fine del commissariamento eterno che ha prodotto solo deresponsabilizzazione. La politica non è marketing. Governare una regione fragile come la Calabria richiede meno storytelling e più verità. Meno elenchi e più assunzioni. Meno annunci e più servizi funzionanti, a partire proprio dalle Case della Comunità. Perché senza una sanità funzionante, nessuna “cosa bella” può reggere.
E alla fine la domanda è semplice, ma inevitabile: quante “cose belle” servono ancora prima di affrontare seriamente quella più urgente di tutte, il diritto alla salute dei calabresi?