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13/04/2026 ore 07.14
Politica

L’effetto domino della realtà Orbán. La prima crepa nel fortino dell'identità

Il potere di Viktor Orbán si incrina tra crisi economica, inflazione e stanchezza sociale, mentre trionfa Peter Magyar. Il sovranismo mostra i suoi limiti e l’Ungheria diventa il laboratorio di un possibile cambiamento europeo

di Gianfranco Donadio*
Viktor Orban (Ipa)

Budapest non è mai stata così silenziosa. Non è il silenzio della pace, ma quello dello sconcerto, lo stesso che si respira in una stanza quando cade un lampadario di cristallo e nessuno sa da dove iniziare a raccogliere i cocci. Viktor Orbán, l'uomo che aveva trasformato l'Ungheria in un laboratorio a cielo aperto per la democrazia illiberale, ha urtato lo spigolo della realtà. Il sovranismo, quella corazza che sembrava impenetrabile, fatta di retorica identitaria e muri di filo spinato, ha mostrato la prima, profonda crepa. Non è solo un dato elettorale. È un cedimento strutturale.

Ungheria, crolla Orbán. Trionfa Magyar: «È la fine del regime». L’Europa dopo 16 anni può ripartire

Il mito dell'invincibilità si è sbriciolato sotto il peso di una stanchezza che non ha nulla di ideologico, ma molto di biologico. Le piazze di Budapest, solitamente sature di una propaganda che mastica nemici immaginari a colazione, hanno iniziato a sputare fuori un sapore diverso. C'è stata una metamorfosi.

Peter Magyar, con quella sua aria da transfuga che conosce i segreti della corte, ha aperto le cateratte. Il sistema non è caduto per un'invasione esterna, ma per un'autocombustione interna. Il sovranismo, quando smette di distribuire dividendi emotivi e inizia a mostrare il conto economico del suo isolamento, diventa un fardello insopportabile anche per chi lo ha alimentato.

Osservando i flussi di voto, emerge un'evidenza brutale che i talk show faticano a digerire. Il vento che soffiava impetuoso da est verso ovest ha trovato l’ostacolo imprevisto della saturazione. L'elettore europeo, bombardato per un decennio da narrazioni apocalittiche, ha iniziato a sviluppare una strana forma di resistenza immunitaria. I dati reali parlano di un'economia ungherese che arranca, di un'inflazione che ha mangiato i risparmi della classe media mentre l'oligarchia vicina al potere si gonfiava come una zecca. Il sovranismo prometteva protezione e ha consegnato solitudine. È questo il paradosso che sta facendo tremare le cancellerie della destra radicale da Parigi a Roma. Se cade il "modello Budapest", cade il santuario.

Le cancellerie europee guardano a questo smottamento con un misto di sollievo e terrore. Perché se è vero che l'effetto domino è una possibilità concreta, è altrettanto vero che il vuoto lasciato dai populismi non viene riempito automaticamente da una nuova visione solida. Il rischio è che la sconfitta di Orbán rimanga un episodio isolato, un incidente di percorso in una marcia che altrove continua, seppur più claudicante. Ma c'è un elemento che non si può ignorare: la demografia del dissenso. Sono i giovani, quelli nati dopo il 1989, a non aver più paura dello spauracchio di Soros o delle minacce di Bruxelles. Per loro, il sovranismo non è una riscossa, è un claustrofobico ritorno al passato che non hanno mai chiesto di abitare.

Il potere orbaniano si è retto per anni su un controllo maniacale dei media, una ragnatela che avvolgeva ogni villaggio, ogni provincia, trasformando la nazione in una gigantesca camera dell'eco. Eppure, il digitale ha tradito il censore. Le crepe sono passate attraverso gli schermi degli smartphone, attraverso una narrazione parallela che la propaganda non è riuscita a intercettare. Quando il racconto ufficiale dice che il Paese è l'ultimo baluardo della civiltà cristiana e il cittadino vede l'ospedale sotto casa cadere a pezzi, il corto circuito è inevitabile. La realtà ha la pelle dura e, alla lunga, vince sempre sulla finzione cinematografica della politica.

Questo colpo al cuore del progetto illiberale riapre una partita che credevamo chiusa. Non si tratta solo di capire chi siederà nei prossimi consigli europei, ma di comprendere se l'idea di una società chiusa, arroccata sui propri confini mentali prima ancora che geografici, abbia ancora un mercato. L'Ungheria ci sta dicendo che la merce è avariata. Che il rancore, come unico carburante della politica, prima o poi finisce per corrodere il serbatoio. I leader che hanno guardato a Budapest come a una Mecca della resistenza contro la modernità ora si ritrovano a osservare un tempio che si sta svuotando. La domanda non è più se il sovranismo sia il futuro, ma quanto tempo impiegherà per diventare archeologia.

Non ci sono certezze matematiche in politica, solo tendenze che si incrociano come correnti oceaniche. Il 2024 doveva essere l'anno della valanga bruna, il trionfo definitivo delle identità contro le istituzioni. E invece, proprio dove il seme era stato piantato con più cura, il raccolto è amaro. C'è un'ironia sottile in tutto questo: il sovranismo, che ha fatto della sovranità popolare il suo feticcio, viene ora punito proprio dal popolo che pretendeva di incarnare. Non è un tradimento, è una revoca del mandato per manifesta incapacità di gestire il presente.

Camminando oggi per il Viale Andrássy, l'aria sembra più leggera, ma è una leggerezza ingannevole. Le transizioni sono processi sporchi, faticosi, pieni di zone d'ombra. Orbán non sparirà in una notte, le sue radici sono profonde e intrecciate con il capitale e la magistratura. Ma il velo di Maya è stato squarciato. Ora tutti sanno che il re è nudo, o quantomeno che il suo sarto è un truffatore. Resta da vedere se il resto d'Europa avrà il coraggio di guardare fisso in quella nudità o se preferirà continuare a socchiudere gli occhi, sperando che il fantasma del sovranismo svanisca da solo, senza fare troppo rumore. Ma i fantasmi, si sa, non se ne vanno mai via in silenzio. Rimane quel sapore di polvere in bocca, quello di un'epoca che si sta chiudendo mentre la prossima ancora non riesce a nascere, sospesa tra un sussulto di rabbia e un'insperata voglia di normalità.

*Documentarista Unical