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24/09/2026 ore 06.15
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Lega, l’aut-aut del Nord: Salvini lasci a ottobre o nascerà una nuova Lega Nord. Le indiscrezioni verso il congresso

Il retroscena che scuote il partito: Zaia ammicca a Marina Berlusconi e lavora a un’area liberale, mentre Attilio Fontana tesse una rete nazionale con i leghisti scontenti. Il congresso straordinario può diventare l’ultima occasione concessa al segretario

di Redazione Politica

Matteo Salvini potrebbe essere arrivato davanti all’ultimo bivio della sua lunga segreteria: lasciare la guida della Lega entro ottobre, permettendo al partito di aprire una transizione ordinata, oppure assistere alla nascita di un nuovo soggetto politico radicato nel Settentrione e pronto a recuperare il nome, l’identità e lo spazio elettorale della vecchia Lega Nord. Lo scenario, secondo indiscrezioni provenienti da fonti qualificate del centrodestra, non corrisponde ancora a una decisione formalmente assunta, ma avrebbe ormai superato il livello dello sfogo individuale. Luca Zaia guarda all’area liberale rappresentata da Marina Berlusconi, mentre il presidente della Lombardia Attilio Fontana starebbe costruendo una ragnatela di rapporti con dirigenti e amministratori leghisti scontenti in diverse regioni italiane. Il congresso straordinario annunciato a Pontida, anziché blindare il leader, rischia così di diventare l’ultima occasione per evitare la rottura.

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L’aut-aut maturerebbe entro ottobre, il mese indicato dallo stesso Salvini per la convocazione dell’assise, arrivata appena diciotto mesi dopo l’ultimo congresso. Il segretario ha presentato l’appuntamento come una prova di unità, assicurando che la Lega «è e sarà più unita che mai», ma dietro la rappresentazione ufficiale si muove un partito attraversato da tensioni che non riguardano soltanto l’individuazione di un candidato alternativo. Il problema, per una parte crescente della base, coincide con la sopravvivenza politica di una comunità che non si riconosce più nella trasformazione nazionale e sovranista impressa da Salvini.

La Lega fotografata dai sondaggi non assomiglia più alla forza che alle elezioni europee del 2019 superò il 34 per cento e sembrò destinata a diventare il baricentro dell’intero centrodestra. La Supermedia YouTrend-AGI del 17 settembre assegna al partito il 5,6 per cento, mentre Futuro Nazionale, la formazione nata dalla frattura con Roberto Vannacci, raggiunge il 7,7 per cento. Per Salvini il sorpasso ha un significato particolarmente pesante: una parte dell’elettorato identitario che avrebbe dovuto trovare casa nella Lega ha scelto un concorrente costruito proprio sulle sue divisioni interne.

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In questo quadro si collocano le mosse di Luca Zaia, più attente e meno rumorose di una sfida congressuale. L’ex presidente del Veneto non sembra interessato a guidare una rivolta con le bandiere della vecchia Padania, ma lavora da tempo alla costruzione di una destra liberale, autonomista, europeista e più aperta sui diritti civili. Il dialogo con Marina Berlusconi non nasce oggi: già nel 2024 Zaia aveva condiviso le posizioni della presidente di Fininvest su aborto, fine vita e diritti delle persone Lgbtq, chiedendo al centrodestra una svolta realmente liberale.

Il rapporto ha assunto un significato politico ancora più evidente nel maggio scorso, quando Zaia e Marina Berlusconi si sono incontrati e, secondo quanto emerso pubblicamente, non hanno tralasciato considerazioni sullo scenario nazionale. La sintonia riguarda il liberalismo, i diritti civili, l’europeismo e la necessità di sottrarre il centrodestra alle spinte più radicali. Elementi che disegnano uno spazio alternativo tanto alla destra dominante di Giorgia Meloni quanto al sovranismo salviniano e vannacciano.

Zaia non ha annunciato scissioni né candidature, mentre Marina Berlusconi ha ripetutamente escluso di voler manovrare partiti e alleanze. Il segnale politico, tuttavia, resta. Silvio Berlusconi aveva già indicato nel 2017 il dirigente veneto come possibile candidato alla presidenza del Consiglio e la famiglia del fondatore di Forza Italia non ha mai nascosto l’apprezzamento per un profilo capace di parlare al Nord produttivo senza rinunciare alla vocazione moderata e liberale del centrodestra. L’ammiccamento non equivale a un accordo, ma offre a Zaia una prospettiva che supera i confini della Lega e rende meno scontata la sua permanenza sotto una leadership ormai in declino.

Diversa, e per molti aspetti più sotterranea, sarebbe l’azione di Attilio Fontana. Il presidente della Lombardia non si limiterebbe a rappresentare l’insofferenza del gruppo dirigente settentrionale, ma starebbe tessendo una rete di contatti con leghisti scontenti in tutta Italia: parlamentari, amministratori locali, dirigenti territoriali ed ex esponenti del partito che non si riconoscono più nella linea di Salvini. Una ragnatela costruita senza proclami e senza offrire al segretario un bersaglio immediato, destinata a capire quanti siano realmente disponibili a sostenere una transizione o, qualora questa diventasse impossibile, una separazione.

Il dato politicamente più rilevante consiste proprio nella dimensione nazionale della rete. La contestazione non arriverebbe soltanto dalla Lombardia e dal Veneto, ma attraverserebbe anche quelle regioni del Centro e del Mezzogiorno nelle quali la Lega aveva costruito una classe dirigente confidando nella trasformazione del Carroccio in un partito stabilmente italiano. Il progetto salviniano rischia così di perdere contemporaneamente le sue due scommesse: il Nord, che reclama il ritorno alle origini, e il resto del Paese, dove amministratori e militanti temono di essere trascinati verso l’irrilevanza elettorale.

Fontana non ha ancora indicato pubblicamente un candidato alla successione e potrebbe non voler assumere personalmente la guida del partito. La sua funzione, secondo le indiscrezioni, sarebbe diversa: collegare i nuclei del dissenso, misurarne la consistenza e impedire che il congresso venga ridotto a una semplice ratifica della leadership di Salvini. Il presidente lombardo è già considerato una delle voci interne più critiche e favorevoli al recupero delle radici settentrionali del movimento. La rete nazionale aggiungerebbe a questa posizione una capacità organizzativa che finora era mancata agli oppositori del segretario.

Salvini può ancora contare sul controllo della struttura e sull’assenza di un unico sfidante, ma potrebbe commettere l’errore di confondere la maggioranza congressuale con l’unità politica. Vincere l’assise non basterebbe se, subito dopo, una parte dei governatori, degli amministratori e della base decidesse che il partito non può più essere riportato alle proprie origini. Il segretario rischierebbe il paradosso più amaro: conservare formalmente la Lega e perdere definitivamente il Nord.

La nascita di una nuova Lega Nord non avrebbe soltanto un valore nostalgico. Il progetto, qualora prendesse forma, punterebbe a recuperare l’autonomia, il federalismo, il rapporto con le imprese e la rappresentanza dei territori, lasciando a Salvini una formazione nazionale identificata persino nel nome con il suo leader. Accanto a questo possibile ritorno alle origini potrebbe svilupparsi anche un’area più liberale e moderata, costruita attorno alla sintonia tra Zaia e Marina Berlusconi. Le due operazioni non sarebbero necessariamente coincidenti, ma potrebbero convergere nell’obiettivo di chiudere la stagione salviniana e ridisegnare gli equilibri del centrodestra.

Giorgia Meloni osserva una Lega sempre più debole, ma non può considerare conveniente una frammentazione capace di moltiplicare i concorrenti interni alla coalizione. Forza Italia cerca di consolidare lo spazio moderato, Futuro Nazionale sottrae voti sul versante identitario e una nuova formazione nordista potrebbe portare via al Carroccio amministratori, strutture e consenso nelle regioni decisive per vincere le elezioni.

Il congresso di ottobre non servirà dunque soltanto a discutere il programma o a misurare la fedeltà dei delegati. Intorno all’assise si muovono almeno due partite: Zaia esplora un asse liberale che conduce verso Marina Berlusconi; Fontana costruisce una rete trasversale di leghisti scontenti e prepara il terreno sul quale potrebbe consumarsi la resa dei conti. Salvini guida il partito dal 2013, lo ha portato dal regionalismo padano al sovranismo nazionale, dal quattro al 34 per cento e poi nuovamente sotto il sei. Ha trasformato la Lega più di qualsiasi altro segretario, ma quella trasformazione ora gli presenta il conto: entro ottobre dovrà aprire realmente il dopo Salvini oppure il Nord potrebbe riprendersi la Lega, anche costruendone un’altra.