Legge elettorale, Franco Bruno avverte: «In Calabria fino a 13 parlamentari su 18 senza preferenze»
L’ex senatore analizza gli effetti della riforma sulla rappresentanza calabrese: «Il problema non è togliere potere ai partiti, ma pretendere che lo esercitino con trasparenza e responsabilità»
La nuova legge elettorale potrebbe cambiare profondamente il modo in cui la Calabria eleggerà i propri rappresentanti in Parlamento. Secondo una simulazione basata su tre diversi scenari, in due di questi fino a 13 parlamentari calabresi su 18 potrebbero essere eletti senza preferenze, lasciando alle decisioni dei partiti un ruolo determinante nella scelta degli eletti. Una questione che va oltre le regole elettorali e investe la democrazia, il rapporto tra eletti ed elettori e la qualità della classe dirigente.
Ne parliamo con l’ex senatore Franco Bruno.
«Non demonizzo le liste bloccate. Il vero problema è chi sceglie i candidati e perché» dice subito Bruno. Ma poi entriamo nel merito.
La nuova legge elettorale viene presentata come uno strumento per garantire la governabilità. Ma siamo sicuri che garantisca anche una maggiore rappresentatività democratica? Il rischio è che la stabilità del governo venga privilegiata rispetto alla volontà degli elettori.
Io non considero la governabilità un valore secondario. Anzi, penso che l'Italia abbia bisogno di governi stabili, capaci di programmare e assumersi responsabilità. Per questo non sono pregiudizialmente contrario a un premio di maggioranza.
Ma la questione è un'altra: quali effetti produce concretamente il sistema elettorale sulla rappresentanza?
Nel dossier ho cercato di dimostrare che una legge elettorale non è semplicemente un meccanismo tecnico per trasformare i voti in seggi. È anche uno strumento che condiziona le alleanze, la selezione della classe dirigente e gli stessi equilibri politici.
La soglia del 42%, in particolare, introduce un elemento di discontinuità: il suo superamento può modificare sensibilmente la composizione del Parlamento.
Ecco perché bisogna guardare non soltanto alla governabilità, ma anche alla qualità della rappresentanza e alla trasparenza delle regole.
In due dei tre scenari elaborati, fino a 13 parlamentari calabresi su 18 potrebbero essere eletti senza preferenze. È un dato che deve preoccupare? E quanto potere rischiano di concentrare nelle proprie mani le segreterie nazionali dei partiti?
Il dato nasce da una simulazione, quindi non rappresenta una previsione certa. Ma certamente aiuta a comprendere il peso che possono assumere le decisioni dei partiti.
Detto questo, io non sono dell'idea che la selezione dei candidati da parte dei gruppi dirigenti sia necessariamente un male.
Al contrario, ritengo che i partiti debbano recuperare una funzione fondamentale: quella di selezionare, formare e proporre una classe dirigente di qualità.
In Calabria abbiamo conosciamo anche il lato meno nobile delle preferenze. Fenomeni di familismo politico (mogli e mariti, fratelli, figli e nipoti, non mi ricordo di fratelli e sorelle, ma non dispero), e poi accordi opachi, reti di consenso organizzate e gruppi capaci di concentrare migliaia di voti, finendo per occupare gran parte degli spazi di rappresentanza spesso utilizzando gli stessi voti per occupare diversi livelli istituzionali.
In questi casi la preferenza rischia di premiare non necessariamente la competenza o l'autorevolezza, ma la capacità di controllare reti elettorali.
Un partito deve poter candidare anche una personalità di grande valore che non dispone di un'organizzazione capace di raccogliere migliaia di preferenze.
Il problema, quindi, non è togliere potere ai gruppi dirigenti. È pretendere che quel potere venga esercitato con responsabilità, trasparenza e criteri riconoscibili.
Legge elettorale, Passarelli attacca: «Il premio è una truffa, gli elettori conteranno quasi nulla»Il problema non riguarda soltanto chi sceglie i parlamentari, ma anche come vengono scelti. Quali garanzie abbiamo che le candidature rispondano a criteri di competenza, autorevolezza, radicamento territoriale e capacità di rappresentare realmente la Calabria?
Le garanzie non derivano automaticamente dal sistema delle preferenze, così come non derivano automaticamente dalle liste predisposte dai partiti.
La qualità della rappresentanza dipende dalla serietà dei processi di selezione.
Io credo che i gruppi dirigenti debbano assumersi pubblicamente la responsabilità delle candidature, privilegiando competenza, esperienza, autonomia di giudizio e conoscenza dei problemi del territorio.
C'è ad esempio un aspetto della riforma che mi preoccupa particolarmente: il rischio di un passo indietro rispetto alla parità di genere.
Negli ultimi anni sono stati compiuti progressi importanti per favorire la presenza femminile nelle istituzioni. Sarebbe grave se una nuova legge elettorale finisse per indebolire questi risultati.
Non basta garantire un certo equilibrio tra uomini e donne nella composizione delle liste. Bisogna verificare quali siano le posizioni effettivamente eleggibili, come vengano distribuite le candidature e quali effetti producano i diversi meccanismi di assegnazione dei seggi.
La rappresentanza femminile non può essere affidata soltanto alla buona volontà delle segreterie.
Per questo ritengo che le garanzie sulla parità di genere debbano essere effettive e verificabili.
Melonellum, la sfida dei 300 e la mossa di Conte: il campo largo combatte su due frontiLa Calabria rischia di avere parlamentari sempre più dipendenti dai vertici nazionali e sempre meno legati ai territori. Un deputato o un senatore scelto dai dirigenti del partito sarà più portato a rispondere agli elettori calabresi oppure a chi lo ha candidato?
Non credo che esista un automatismo.
Un parlamentare scelto da un partito può essere profondamente legato al territorio. E un parlamentare eletto con le preferenze può essere, al contrario, fortemente condizionato dai gruppi che ne hanno sostenuto l'elezione.
Ma c'è un altro elemento che mi lascia perplesso: la possibilità di avere capilista pluricandidati.
Temo che i partiti possano utilizzare figure di rilievo nazionale come capilista in più circoscrizioni. In questo modo il rapporto tra candidatura e territorio rischierebbe di diventare ancora più debole.
Un conto è scegliere responsabilmente un candidato, un altro è utilizzare la stessa personalità come elemento di richiamo elettorale in territori diversi.
E poi bisogna considerare gli effetti dei meccanismi di attribuzione dei seggi.
Devo confessare che provo un certo imbarazzo quando cerco di spiegare ai cittadini il funzionamento della regola del miglior resto, soprattutto quando si combina con soglie, premi, compensazioni e candidature multiple.
Naturalmente conosco la necessità tecnica di distribuire i seggi che non vengono assegnati attraverso i quozienti interi. Ma una legge elettorale dovrebbe essere anche comprensibile.
Il cittadino deve poter capire come il suo voto contribuisce a eleggere una determinata persona.
Quando questo rapporto diventa troppo complicato, aumenta la distanza tra elettori e istituzioni.
La riforma punta anche a favorire la governabilità attraverso un premio di maggioranza e altri meccanismi di assegnazione dei seggi. Qual è il punto di equilibrio tra stabilità e pluralismo? Esistono rischi per l'equilibrio democratico?
Il punto di equilibrio consiste nel garantire maggioranze capaci di governare senza alterare eccessivamente il rapporto tra voti e seggi.
Ma vorrei aggiungere una riflessione politica che va oltre gli aspetti tecnici del dossier.
Ho il sospetto che, sotto traccia, possa esserci anche chi ragiona sull'ipotesi che nessuna delle due principali coalizioni superi il 42%.
Non ho elementi per sostenere che esista un accordo in questo senso. È una mia lettura politica, uno scenario che ritengo meriti attenzione.
Se nessuna coalizione raggiungesse la soglia prevista per il premio, si aprirebbe una situazione nella quale potrebbero tornare centrali gli accordi parlamentari successivi alle elezioni.
E non escluderei affatto la possibilità di una fase governata attraverso larghe intese.
C'è poi una circostanza che rende questo scenario ancora più interessante: nel 2029 scadrà il settennato del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Sarà il prossimo Parlamento a essere chiamato a eleggere il nuovo Capo dello Stato.
E allora non mi sorprenderei se gli equilibri tra centrodestra e centrosinistra finissero per incrociarsi anche con quella trattativa.
La scelta del Presidente della Repubblica è una partita istituzionale che può richiedere convergenze ampie, anche tra forze politiche contrapposte.
Naturalmente un accordo sul Quirinale non implica necessariamente un governo di larghe intese. Ma le due questioni potrebbero influenzarsi reciprocamente.
Ecco perché considero possibile che, dietro la discussione sulla legge elettorale, si stiano già valutando anche gli scenari politici e istituzionali dei prossimi anni.
Sarebbe un paradosso interessante: una legge pensata per favorire la governabilità potrebbe accompagnare una fase nella quale la stabilità venga ricercata attraverso accordi parlamentari tra schieramenti diversi.
Ripeto: è un'ipotesi politica, non una certezza. Ma credo che sarebbe ingenuo non prenderla in considerazione.
Guardando alle prossime elezioni politiche, che cosa dovrebbe fare la Calabria per evitare di ritrovarsi con rappresentanti scelti dall'alto, poco presenti sul territorio e incapaci di incidere sulle grandi emergenze regionali? Servono regole diverse, primarie, preferenze o soprattutto una nuova cultura politica?
Io partirei da un elemento molto concreto della proposta elettorale: il listino collegato al premio di maggioranza.
Nella simulazione relativa alla Calabria abbiamo considerato una configurazione di due seggi alla Camera e uno al Senato. Tre posizioni che, se attribuite attraverso il meccanismo del premio, potrebbero diventare particolarmente importanti negli equilibri tra i partiti.
E qui entra in gioco la politica nazionale.
Prendiamo il centrodestra. Se decidesse di includere anche la formazione di Roberto Vannacci, potrebbe aprirsi una trattativa delicata sulla distribuzione delle candidature.
Se quei voti risultassero determinanti per raggiungere il 42%, Vannacci acquisirebbe un potere negoziale significativo.
E potrebbe chiedere una presenza nei listini del premio nelle diverse circoscrizioni, Calabria compresa.
Naturalmente non sto sostenendo che questa trattativa sia già avvenuta o che quelle candidature siano state decise. Sto descrivendo un possibile effetto politico della soglia prevista dalla riforma.
Nel centrosinistra, almeno sotto questo specifico profilo, vedo una situazione potenzialmente meno complicata. Ma non mi sorprenderei se anche lì, soprattutto nel Partito Democratico, emergessero candidature di provenienza romana, individuate nell'ambito degli equilibri nazionali.
Il punto è che le candidature calabresi rischiano di essere condizionate non soltanto dal consenso sul territorio, ma anche dalle trattative nazionali tra i partiti.
Invece, penso che i partiti debbano riappropriarsi seriamente della responsabilità di selezionare una classe dirigente, senza però trasformare questa funzione in una semplice distribuzione di posti.
La Calabria ha bisogno di parlamentari autorevoli, competenti e capaci di incidere sulle grandi questioni regionali: sanità, infrastrutture, lavoro, spopolamento, investimenti e qualità dei servizi pubblici.
E soprattutto ha bisogno di poter valutare il loro lavoro.
Non basta sapere quanti parlamentari calabresi siederanno alla Camera e al Senato, né se saranno stati eletti con le preferenze oppure attraverso una lista.
La domanda fondamentale è un’altra: che cosa saranno capaci di fare in Calabria? Perché la rappresentanza non consiste semplicemente nell'occupare un seggio. Consiste nell'esercitare una responsabilità nell'interesse generale.