Legge elettorale, il prof Gianluca Passarelli: «Riforma Frankenstein, così si svuotano voto e Parlamento»
«Liste bloccate, premier indicato sulla scheda e profili di incostituzionalità»: il docente della Sapienza analizza la riforma tra governabilità, rappresentanza e potere delle segreterie
Giorgia Meloni ha troppa fretta e il rischio è che la nuova legge elettorale sia un pasticcio. La metafora utilizzata da Gianluca Passarelli, politologo e docente in Scienza politica e Politica comparata della Sapienza, è più efficace. Il prof evidenzia le contraddizioni di una norma dalla quale discenderà l’equilibro della democrazia italiana. Lo abbiamo intervistato
Professore, lei ha definito questa proposta una “legge elettorale Frankenstein”. Quali sono gli elementi che la rendono così problematica rispetto ai sistemi elettorali del passato?
«Non c’è una logica sistemica. Il punto è che ciascun aspetto, da solo, non serve e non significa nulla, se isolato. E può persino produrre effetti contro intuitivi e inaspettati. Ad esempio, il sistema uninominale maggioritario esiste in India e negli Stati Uniti ed ha effetti diversi su rappresentanza e numero di partiti. Il presidenzialismo esiste in Brasile e negli Stati Uniti, ma il Capo dello Stato ha poteri diversi e il numero di partiti in parlamento che lo sostiene varia da uno a undici; Il parlamentarismo esiste in Germania e in Grecia, ma governabilità e stabilità sono agli antipodi. La proposta in esame è un insieme di punti messi in un frullatore».
Tra le critiche più forti c’è quella relativa ai candidati nominati dai partiti. Quanto rischia di indebolirsi il rapporto tra elettori ed eletti con oltre 300 parlamentari sostanzialmente scelti dalle segreterie?
«Le liste bloccate e lunghe sono una iattura specie se in assenza di meccanismi correttivi che avvicinino gli elettori agli eletti, ma soprattutto che conferiscano un minimo di potere ai cittadini. La possibilità di essere candidati in più circoscrizioni (pluri-candidature: fino a 5 collegi plurinominali e lista di nominati…) squilibra il diritto di voto attivo e passivo: pare che i candidati abbiano paura del verdetto del voto popolare… In considerazione della proposta, avremmo un gruppo cospicuo di parlamentari (fino a 314) nominati dai segretari di 5-6 partiti. Ci sarebbe poi un gruppo di super nominati (70) che diverrebbero parlamentari per volontà oscure posto che costoro non dovrebbero nemmeno degnarsi di apparire in pubblico. Tra l’altro, in circoscrizioni grandi sia sul piano dell’estensione geografica che su quella del numero di eletti, pardon nominati (6 candidati in media). Esiste poi uno squilibrio di genere: 60% per quello più rappresentato».
Lei ha parlato di possibili profili di incostituzionalità. Quali sono, a suo avviso, i punti che potrebbero essere maggiormente esposti a un eventuale giudizio della Corte costituzionale?
«Il Trentino Alto Adige/Sud Tirol e la valle d’Aosta sono escluse dal computo della percentuale di voto per assegnare il premio. La disciplina differenziata per “territori” produce una diseguaglianza del voto e nel voto. Per quanto la legittima tutela delle minoranze linguistiche (art. 5 C.) possa rinviare a norme ad hoc, non è ammissibile – per mere ragioni politiche – che tali regole siano la base di un sistema elettorale differenziato, separato, che mina il principio di eguaglianza del voto e, quindi, il rapporto eletti/elettori e la rappresentanza parlamentare; ritengo che la proposta presenti chiari ed evidenti profili di illegittimità costituzionale (art. 3, art. 48, art. 49, art. 67, sentenza Corte 1/2014)».
La proposta prevede l’indicazione del candidato premier sulla scheda. È una scelta che rafforza la governabilità oppure rischia di alterare gli equilibri previsti dalla Costituzione e il ruolo del Presidente della Repubblica?
«La norma in esame prevede l’indicazione preventiva del candidato Presidente del Consiglio. Permane una distorsione ottica, logica, sistema e scientifica. Il quadro normativo attribuisce alle elezioni del Parlamento una funzione impropria, ossia l’elezione diretta del Governo. Non è il voto popolare che determina la scelta e l’investitura del PdCM. L’Italia è una Repubblica parlamentare in cui attraverso il voto di fiducia, et pour cause, i governi si fanno e si disfano in Parlamento, dopo la nomina del Capo dello Stato. Le cui prerogative verrebbero fortemente minate».
Sul piano politico, questa riforma sembra favorire la leadership di Giorgia Meloni all’interno della coalizione di centrodestra. Quanto pesa la convenienza politica rispetto alla ricerca di un sistema realmente più rappresentativo?
«In realtà il piano Meloni-Casellati punta a rafforzare solo l’Esecutivo introducendo una modifica surrettizia della forma di Governo».
La Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa raccomanda di non modificare le regole elettorali nell’anno precedente alle elezioni. L’Italia sta correndo un rischio sul piano della qualità democratica e della credibilità istituzionale?
«Non è il primo richiamo e non è il primo caso; avvenne anche con la legge Calderoli del 2005 prima della scadenza naturale della legislatura e nel 2017 con la legge Rosato prima della fine del mandato nel 2018».
Guardando al futuro, quale sarebbe secondo lei una buona legge elettorale per l’Italia: quali principi dovrebbe garantire per coniugare rappresentanza, stabilità di governo e rispetto della volontà degli elettori?
«Dipende all’obiettivo. La stabilità non può essere definita per legge, a meno che non si produca un sistema presidenziale. La governabilità dipende dai partiti. Sul sistema elettorale in sé: direi una strutturazione che contenga rappresentanza e anche “governabilità” (nel senso di dare una forza parlamentare a chi è in grado di raccogliere i consensi). Un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento attorno al 4% nazionale, con voto di sfiducia costruttiva per consolidare il governo. Sulle preferenze, che pure generano o non inibiscono comportamenti non virtuosi, si potrebbero adottare (due, una per genere), ma in contesti di liste corte. Insomma, tutt’latro rispetto al pastone indigesto e incostituzionale in discussione».