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07/09/2026 ore 20.42
Politica

Legge elettorale, il rebus di Meloni si chiama Vannacci: dal 42 al 41%, la maggioranza cerca la soglia per vincere

Il centrodestra accelera sulla riforma mentre prende quota l’ipotesi del voto nella primavera 2027. Il ballottaggio divide gli alleati, Forza Italia frena e la crescita di Futuro Nazionale complica i conti della destra

di Franco Gemoli

Quarantuno, quarantadue o magari quarantatré: a Palazzo Madama, più che una legge elettorale, a tratti sembra di assistere all’estrazione dei numeri, con una differenza non proprio trascurabile, perché qui in palio non c’è un terno ma il governo del Paese e quel punto che separa il 42 dal 41 per cento, apparentemente insignificante, potrebbe pesare parecchio quando arriverà il momento di contare i voti veri, soprattutto perché mentre in Parlamento si fanno calcoli, si presentano emendamenti e si spostano asticelle, fuori dal Palazzo c’è qualcuno che continua a scompaginare le cifre: Roberto Vannacci, con una Futuro Nazionale che rappresenta ormai un’incognita impossibile da ignorare per chi sta disegnando le regole delle prossime elezioni.

Il testo approvato dalla Camera aveva fissato al 42 per cento la soglia necessaria alla lista o alla coalizione vincente per ottenere il premio di governabilità, ma arrivata al Senato quell’asticella ha cominciato a stare stretta e Fratelli d’Italia, con un emendamento della senatrice Paola Ambrogio, ha proposto di abbassarla al 41 per cento; la modifica è stata accantonata e se ne riparlerà, mentre restano aperte contemporaneamente la questione del ballottaggio e quella della cosiddetta norma “anti-cespugli”, tanto che la riforma sembra ormai avere un impianto definito ma continua a cambiare proprio nei punti capaci di determinare chi potrà conquistare il premio e governare.

Ed è qui che una discussione apparentemente tecnica diventa inevitabilmente politica, perché se l’asticella continua a muoversi la domanda viene quasi da sola: quanto deve prendere una coalizione per vincere e, soprattutto, chi è oggi realmente in grado di arrivarci? Alleanza Verdi-Sinistra ha scelto di colpire esattamente su questo punto e il capogruppo Peppe De Cristofaro, contestando l’accantonamento dell’emendamento sul 41 per cento, ha chiesto alla maggioranza se stia aspettando «le rilevazioni più recenti dei sondaggi» prima di decidere quale percentuale scegliere, domandando perché si continui a oscillare tra 41, 42 e 43 per cento. È l’accusa dell’opposizione e non esiste alcuna prova che il centrodestra stia costruendo la legge sulla base delle rilevazioni elettorali, ma bisogna riconoscere che la domanda arriva nel momento perfetto, perché mentre in Parlamento cambiano le percentuali, fuori dal Parlamento stanno cambiando anche i partiti.

Il convitato di pietra della riforma si chiama infatti Roberto Vannacci e il rapporto tra la crescita di Futuro Nazionale e il dibattito sulla legge elettorale non nasce soltanto da una suggestione giornalistica, visto che già alla fine di agosto, quando era tornata improvvisamente in campo l’ipotesi del ballottaggio, l’Ansa riferiva che nel centrodestra il secondo turno veniva approfondito anche davanti alla continua crescita nei sondaggi del partito dell’ex generale; poi, però, sul ballottaggio sono affiorati dubbi e resistenze, anche perché un elettore di destra, sapendo di avere a disposizione un secondo turno, potrebbe sentirsi molto più libero di scegliere Vannacci al primo e nessuno potrebbe poi dare per scontato che quei voti tornino disciplinatamente al centrodestra nella sfida decisiva.

Il paradosso, insomma, è notevole: il ballottaggio discusso anche mentre cresce Vannacci potrebbe finire per fare un favore proprio a Vannacci, consentendogli di raccogliere più liberamente consensi al primo turno e consegnandogli poi un patrimonio elettorale preziosissimo al secondo, tanto più che il leader di Futuro Nazionale ha già fatto capire che i suoi voti non possono essere considerati proprietà privata dei vecchi alleati e che, eventualmente, andrebbero conquistati.

Se il ballottaggio divide, sui piccoli partiti le cose non vanno molto meglio, perché il nodo riguarda quali voti debbano concorrere al totale della coalizione necessario per raggiungere la soglia del premio e Forza Italia non ha sottoscritto l’intesa raggiunta da Fratelli d’Italia, Lega e Noi Moderati, facendo sapere che «tutto quello che Forza Italia non ha sottoscritto va discusso». Tradotto dal politichese, l’accordo non c’è, anche se sulle preferenze il centrodestra è riuscito almeno a ricucire lo strappo consumato alla Camera, approvando in commissione al Senato la soluzione che mantiene il capolista bloccato e permette di esprimere fino a tre preferenze sugli altri candidati.

A rendere tutto molto meno accademico c’è poi un’altra questione: quando si voterà? Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha definito le elezioni nella primavera del 2027 «l’opzione di maggior buon senso», pur ricordando naturalmente il ruolo del presidente della Repubblica in qualsiasi percorso verso uno scioglimento anticipato delle Camere, mentre contemporaneamente la maggioranza accelera per portare rapidamente all’approvazione definitiva la nuova legge elettorale. Le due cose finiscono inevitabilmente per incrociarsi: da una parte si comincia a parlare apertamente di primavera 2027, dall’altra si corre per stabilire le regole con le quali si potrebbe votare e nel mezzo ci sono una soglia che passa dal 42 al 41 per cento, un ballottaggio che entra dalla porta e rischia di uscire dalla finestra, i voti dei piccoli partiti che improvvisamente diventano preziosi e Vannacci che continua a pescare proprio nel bacino elettorale nel quale il centrodestra avrebbe bisogno di non perdere neppure un voto.

Per Giorgia Meloni il problema, dunque, non è soltanto mettere d’accordo Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati, ma capire quale sarà la geografia della destra quando gli italiani torneranno alle urne, perché se Futuro Nazionale correrà da solo ogni punto conquistato da Vannacci renderà più difficile raggiungere la soglia del premio, mentre un eventuale ballottaggio trasformerebbe i voti dell’ex generale in una riserva elettorale preziosa ma tutt’altro che automaticamente disponibile: Vannacci non è seduto al tavolo dove si scrive la legge elettorale, ma la sua ombra sul tavolo comincia a vedersi parecchio.

Nessuno può sostenere, sulla base degli elementi disponibili, che il 41 per cento sia stato pensato per arginare Vannacci o che la maggioranza stia scrivendo la riforma con i sondaggi aperti sul computer, ma la sequenza resta politicamente interessante: Vannacci cresce, riappare il ballottaggio, il secondo turno divide il centrodestra, FdI propone di scendere dal 42 al 41 per cento, l’emendamento viene accantonato e l’opposizione domanda se si stia aspettando il prossimo sondaggio. Forse il vero problema è proprio questo: il centrodestra sta cercando di fissare le regole della prossima partita mentre il campo continua a spostarsi sotto i piedi dei giocatori e, ogni volta che sembra aver trovato il numero giusto, qualcuno deve ricominciare a fare i conti.