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11/10/2026 ore 08.59
Politica

Legge elettorale, la Calabria perde collegi e peso politico: 18 parlamentari e il rischio dei paracadutati

La riforma cancella i collegi uninominali e ridisegna la rappresentanza calabrese: dai 19 parlamentari del 2022 si passa a 18. Con le preferenze limitate e il voto dei fuorisede, la partita sulle liste rischia di spostarsi lontano dal territorio

di Fernando Caldiero*

L’8 ottobre la Camera ha licenziato in via definitiva, con 227 voti favorevoli e 164 contrari, la legge che riscrive le regole di elezione del Parlamento. Il Senato l’aveva approvata il 15 settembre, Montecitorio in prima lettura il 16 luglio, e il testo era stato depositato il 26 febbraio con primo firmatario Galeazzo Bignami. Il percorso finale è passato per tre voti di fiducia, l’ultimo il 7 ottobre con 228 favorevoli, 144 contrari e tre astenuti sull’articolo che ridisegna i collegi di Merano, Bressanone e Bolzano, con l’effetto di sottrarre al voto gli emendamenti. La maggioranza la chiama Stabilicum, le opposizioni Melonellum. Sul piano tecnico si tratta di una riscrittura del DPR 361/1957 per la Camera e del D.Lgs. 533/1993 per il Senato, con l’abolizione dei collegi uninominali salvo Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige e il ritorno a un riparto integralmente proporzionale nei collegi plurinominali.

Il congegno che dovrebbe assicurare la stabilità è un premio di 70 deputati e 35 senatori, attribuito alla lista o alla coalizione più votata a condizione che superi il 42 per cento dei voti validi in entrambi i rami. Quei seggi non si aggiungono ai 400 della Camera e ai 200 del Senato, vengono sottratti alla quota proporzionale, e il vincitore non può comunque superare 220 deputati e 113 senatori, esclusa la circoscrizione Estero. Se il 42 per cento non viene raggiunto, o se i due rami danno esiti divergenti, il premio non scatta e il riparto resta proporzionale puro. Il ballottaggio non è previsto. Restano le soglie del Rosatellum, 3 per cento per le liste e 10 per cento per le coalizioni, con il ripescaggio della lista coalizzata più votata rimasta sotto soglia e, al Senato, la deroga per chi supera il 20 per cento in almeno una regione.

Sulla scheda si trova il simbolo, poi un capolista bloccato e sei nomi. L’elettore può esprimere fino a tre preferenze, che devono riguardare generi diversi, altrimenti la seconda e la terza sono annullate. Si può essere candidati in cinque collegi. Per le formazioni nuove la barriera non è soltanto elettorale, le firme passano da 1.500 a 6.000 per collegio, circa 450.000 in totale e senza raccolta digitale, con esenzione per chi disponga di due gruppi parlamentari o di un gruppo costituito entro il 31 dicembre 2025. Il 1° ottobre la Camera aveva respinto a scrutinio segreto, con 229 voti contrari e 151 favorevoli, cinque questioni pregiudiziali di costituzionalità. Il Presidente della Repubblica ha promulgato il testo la sera del 9 ottobre e la Corte costituzionale, secondo le indicazioni del suo presidente Giovanni Amoroso, dovrebbe esaminare la materia tra la fine di gennaio e i primi di febbraio del 2027, in tempo utile prima del voto e senza che la disponibilità ad accelerare anticipi alcun orientamento di merito.

Dentro questo schema la Calabria perde peso. Il dossier del Servizio studi della Camera, applicando la popolazione del censimento 2021 pari a 1.855.454 residenti, attribuisce alla regione 12 deputati e 6 senatori, diciotto parlamentari contro i diciannove del 2022. Il calo non nasce dalla riforma ma dall’aggiornamento della ripartizione dei seggi, finora tarata sui dati del 2011, e sarà formalizzato dal decreto di assegnazione prima del ritorno alle urne. Si tratta dunque di una proiezione, ed è una proiezione che mette in cifre vent’anni di spopolamento.

Cadono insieme i cinque collegi uninominali della Camera e i due del Senato. Corigliano-Rossano, Cosenza, Catanzaro, Vibo Valentia e Reggio Calabria non avranno più un collegio proprio e la competizione si estende all’intero territorio regionale, con il perimetro definitivo dei collegi plurinominali rimesso a quel medesimo decreto. Dei diciotto seggi, sempre secondo il dossier, dieci deputati e cinque senatori sarebbero eletti con il riparto ordinario, mentre due seggi alla Camera e uno al Senato rientrerebbero nella quota del premio. Il premio non aumenta quindi il numero dei calabresi eletti, ne cambia soltanto la distribuzione tra le forze politiche.

Resta il nodo di chi quei nomi li sceglie. Il capolista è bloccato, non riceve preferenze e viene eletto d’ufficio appena la lista conquista il primo seggio nel collegio. Poiché in Calabria soltanto tre o quattro liste possono realisticamente superare un seggio, per la gran parte degli elettori la preferenza rischia di essere un gesto privo di effetto. Alcune stime, che occorre dirlo non sono effettuate con metodi statistici scientifici, indicano a livello nazionale circa il 44 per cento dei deputati e il 42 per cento dei senatori eletti con le preferenze, meno della metà, e in una regione con pochi seggi quella quota è destinata a scendere ancora. Il timore che la classe politica locale riassume in una parola sola, paracadutati, è l’altra faccia della stessa norma. E non è un timore astratto. Alla selezione concorrono insieme i parlamentari uscenti, i consiglieri regionali e i sindaci convinti che con le politiche del 2027 sia arrivato il loro turno, mentre la Camera ha respinto l’ordine del giorno che proponeva l’ineleggibilità temporanea di presidenti e assessori regionali. In una regione dove la politica si muove per filiere personali più che per programmi, la partita vera si giocherà sulla compilazione delle liste.

Il punto politicamente più rilevante è che quel 42 per cento, con i numeri di oggi, non è alla portata di nessuno. Il sondaggio SWG per il Tg La7 rilevato tra il 30 settembre e il 5 ottobre colloca Fratelli d’Italia al 27,7 per cento, il Partito democratico al 20,7, il Movimento 5 Stelle al 12,6, Futuro Nazionale al 7,8, Forza Italia al 7,1, Alleanza Verdi e Sinistra al 6,6 e la Lega al 5,2, con il 29 per cento degli intervistati che non indica alcuna preferenza. Sommando Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati il centrodestra si colloca intorno al 41 per cento, mentre il perimetro del campo largo oscilla tra il 40 e il 44 per cento a seconda di quante liste riformiste vi si includano. In entrambi i casi la soglia è sulla linea, non oltre. Sono numeri di un sondaggio, con un margine dichiarato del 2,8 per cento, ma la distanza dal premio non si colma con l’errore statistico.

Qui entra in gioco ciò che riguarda da vicino la Calabria, perché le due variabili capaci di spostare quella linea sono entrambe forze nate nell’ultimo anno. Futuro Nazionale, costituita dopo l’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega il 3 febbraio, vale tra il 7 e l’8,4 per cento e sottrae consensi al centrodestra senza farne parte. Più Uno, il soggetto promosso da Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli con atto costitutivo del 6 ottobre e presentato a Roma proprio in questi giorni, si colloca nell’area del centrosinistra con un’apertura dichiarata all’elettorato moderato e a chi ha smesso di votare.

Per entrambe la nuova legge è insieme un’occasione e un ostacolo. Un’occasione, perché il proporzionale premia chi supera il 3 per cento e perché il mancato scatto del premio moltiplica il valore di ogni singolo seggio nel momento in cui si forma un governo. Un ostacolo, perché la raccolta delle firme torna a essere un filtro di natura organizzativa e finanziaria prima che politica. E il filtro non è uguale per tutti, visto che Futuro Nazionale, disponendo di una componente in gruppo parlamentare, resta nella forbice ridotta tra 1.500 e 2.000 firme per collegio, mentre Più Uno nasce fuori dal perimetro della deroga e per questo ragiona sul simbolo di Centro democratico di Bruno Tabacci.

Qui si annida il paradosso più sottile della riforma. Il Senato ha cancellato la norma anti-cespugli, con il risultato che i voti delle liste alleate rimaste sotto il 3 per cento concorrono comunque al conteggio del 42 per cento, e la più votata tra quelle sotto soglia viene ripescata e porta a casa un seggio. Una legge presentata come strumento di semplificazione produce dunque l’incentivo contrario, e c’è già chi innaffia i cespugli. A dire il vero i cespugli sono l’anima più vera e più credibile della flora politica, perché quasi sempre nascono da un territorio, da un mestiere o da una vicenda concreta, e non da una segreteria. Il punto è che ora servono all’aritmetica di qualcun altro, e in Calabria la pianta buona rischia di essere coltivata per il solo frutto che produce a Roma.

Sul radicamento calabrese di Futuro Nazionale un test c’è già stato, ed è l’unico dato reale disponibile. Alle suppletive per la Camera nel collegio di Reggio Calabria del 27 e 28 settembre Fabio Roscioli, candidato del centrodestra espresso da Forza Italia, ha raccolto 38.359 voti pari al 51,02 per cento, Frank Benedetto per il centrosinistra 27.511 voti pari al 36,59, Domenico Giannetta per Futuro Nazionale 8.226 voti pari al 10,94. Giannetta era presidente del gruppo di Forza Italia in Consiglio regionale e ha seguito Vannacci quando il partito ha preferito un altro nome, circostanza che rende quel 10,94 per cento un dato ibrido, in parte consenso personale e in parte consenso di lista.

Il dettaglio territoriale dice più della media. A Reggio città Giannetta si è fermato al 7,62 per cento, nei restanti settanta comuni del collegio è salito al 14,66. È lo schema del voto periferico che si ritrova in molte aree interne del Mezzogiorno, e con la nuova legge quel voto non si disperde più in un collegio uninominale perduto, diventa quota proporzionale su scala regionale e quindi, potenzialmente, un seggio.

Il numero che dovrebbe inquietare più di ogni percentuale è però un altro. Hanno votato 77.165 elettori su 345.486, il 22,34 per cento, contro il 49,4 per cento registrato nello stesso collegio alle politiche del 2022. Alle regionali di ottobre 2025, vinte da Roberto Occhiuto con il 57,3 per cento contro il 41,7 di Pasquale Tridico, l’affluenza regionale era stata del 43,5 per cento, che al netto degli iscritti all’Aire risale intorno al 55. Una suppletiva non è un test nazionale e la scarsa partecipazione ne è un tratto strutturale, su questo i commentatori hanno ragione. Resta che in Calabria il corpo elettorale effettivo è molto più piccolo di quello iscritto, e un sistema che blinda i capilista e riduce la preferenza a un gesto condizionato non sembra lo strumento adatto a riportare qualcuno alle urne.

C’è infine una disposizione destinata a produrre in Calabria effetti più profondi di quanto il dibattito nazionale abbia registrato, ed è paradossalmente l’unica che ha raccolto consenso bipartisan. Chi vive per studio, lavoro o cure in un comune fuori dalla provincia di residenza da almeno nove mesi, e chi assiste un familiare ricoverato in altra regione, potrà iscriversi in un elenco presso il comune di domicilio e votare lì. Per una regione di partenze il punto non è dove si vota, è per quale collegio. Il voto del fuori sede si esprime sui candidati della circoscrizione del domicilio, non di quella di residenza.

Tradotto in termini economici, la riforma riconosce un diritto a centinaia di migliaia di persone e, nello stesso movimento, trasferisce verso il Centro-Nord una parte del peso elettorale del Mezzogiorno. Il rapporto Svimez di febbraio 2026 conta, tra il 2002 e il 2024, quasi un milione di under 35 trasferiti dal Sud al Centro-Nord, oltre un terzo dei quali laureati, con una perdita netta superiore a 500.000 persone nella fascia tra i 25 e i 34 anni. Per la Calabria la mobilità è la più alta del Mezzogiorno, solo il 59,2 per cento dei laureati lavora al Sud a tre anni dal titolo, oltre un terzo al Centro-Nord e più del 20 per cento nel solo Nord-Ovest. Il mancato ritorno dell’investimento pubblico in istruzione è stimato in circa 6,8 miliardi l’anno per l’intero Mezzogiorno.

È un nodo che un commercialista riconosce al primo sguardo, perché somiglia a quello di certi consolidati di gruppo. I seggi sono assegnati alla Calabria in base alla popolazione residente, mentre i voti che li determinano potranno essere espressi altrove. La regione conserva i diciotto parlamentari che la demografia le concede ma li fa decidere da un corpo elettorale più sottile, e insieme alimenta con i propri emigrati la rappresentanza delle regioni che li hanno accolti. È una partita doppia nella quale la posta territoriale resta qui e il voto si contabilizza fuori.

Nulla di tutto questo è un’obiezione al voto fuori sede, che corregge un’esclusione difficilmente difendibile. È piuttosto il rilievo che la rappresentanza, come ogni altra variabile istituzionale, ha un valore economico misurabile, e che un territorio il quale perde insieme popolazione, seggi, collegi propri e capacità di selezionare i candidati perde anche la possibilità di pesare sulle decisioni che riguardano le sue infrastrutture, la sua sanità, i suoi fondi di coesione. Per una regione che nel 2024 ha registrato il maggior disavanzo di mobilità sanitaria passiva del Mezzogiorno, circa 304 milioni, non è una questione di teoria costituzionale.

Sulla data del voto, infine, conviene non illudersi che pesino soltanto valutazioni di sistema. Secondo la ricostruzione del “Corriere della Sera” il 14 aprile 2027 è il giorno in cui 184 deputati su 400 e 81 senatori su 200, poiché circa la metà degli eletti è al primo mandato, maturano il diritto alla prima pensione parlamentare, un migliaio di euro netti al mese a partire dai sessantacinque anni, e per conservare quel diritto basterebbe uno scioglimento delle Camere successivo alla metà di gennaio. Nelle stesse settimane è atteso l’esame della Consulta, con una pronuncia possibile già a marzo, e dentro Forza Italia qualcuno ha osservato che sarebbe ragionevole votare dopo la sentenza. Tra il calendario dei ricorsi e quello delle pensioni, l’ipotesi del voto in primavera circola con insistenza mentre Palazzo Chigi la smentisce. Da qui alle urne la domanda da porsi non è quale coalizione vincerà, è se diciotto parlamentari selezionati in larga parte fuori dalla Calabria avranno qualche ragione concreta per occuparsi della Calabria.