Legge elettorale, Passarelli attacca: «Il premio è una truffa, gli elettori conteranno quasi nulla»
Il docente de La Sapienza critica la riforma voluta dal governo Meloni: nel mirino il premio di maggioranza, i parlamentari dei listini e il potere delle segreterie. «Il popolo è sempre meno sovrano»
Appena approvata la legge elettorale, si sono acuite le contestazioni, soprattutto da parte di costituzionalisti e analisti politici. Abbiamo sentito il professor Gianluca Passarelli, docente de La Sapienza, tra i più critici nei confronti della riforma.
Professore, lei definisce la nuova legge elettorale una sorta di «Frankenstein» e parla di una vera e propria truffa del premio. Qual è il problema fondamentale di questa riforma voluta dal governo Meloni?
Il cosiddetto “premio”, una fattispecie che non esiste al mondo. La coalizione che otterrà più voti (superando il 42%) avrà in dote quasi un quinto dei seggi quale “premio”. Se ipotizziamo che la distanza dalla seconda coalizione sia minima (42.3% vs 42.1%), appare evidente una distorsione in termini di rappresentanza che non rispecchia quella dei voti e del sostegno popolare reale nel Paese.
Legge elettorale, Mattarella firma la riforma voluta dal governo. Ma la partita costituzionale non è chiusaIl punto più controverso sembra essere quello dei parlamentari che potrebbero entrare in Parlamento grazie al premio, senza essere effettivamente eletti nei collegi. Come funzionerebbe questo meccanismo e perché, secondo lei, potrebbe entrare in conflitto con i principi costituzionali dell'uguaglianza del voto e dell'accesso alle cariche elettive?
Per evitare che i candidati nel “listino del premio” (70 alla Camera e 35 al Senato) risultassero come marziani, il legislatore ha previsto che siano anche candidati. Tuttavia, potrebbe succedere che la coalizione vincente elegga i famosi settanta tra cui ci siano esponenti di una o più forze politiche che alle elezioni “normali” non hanno ottenuto seggi perché non ha superato le soglie, non ha ottenuto nessun quoziente. Quindi, una formazione piccola entrerebbe in Parlamento grazie a una sorta di nomina pur senza voti tra gli elettori. Un elemento aggiuntivo di potenziale incostituzionalità, a detrimento (almeno) degli articoli 48 e 51 della Carta costituzionale quanto all’uguaglianza del voto e del suo esercizio nonché alle condizioni per accedere alle cariche elettive.
Lei denuncia il rischio di un Parlamento sempre composto da parlamentari scelti dalle segreterie dei partiti, anziché dagli elettori. Selezione delle candidature, listini e pluricandidature: quanto potere viene sottratto ai cittadini e concentrato nelle mani dei vertici politici?
Gli elettori conteranno quasi nulla. Il loro voto sarà importante nella decisione circa la vittoria della coalizione A o B, ma la strutturazione del Parlamento sarà decisa da 45 segretari di partito. Settanta deputati nominati, cui sommare i capilista eletti senza colpo o verbo (pro)ferire, e si arriva in un battibaleno a oltre i tre quarti dei parlamentari nominati dalle segreterie dei partiti. E in tutto ciò quanti si candidano in cinque collegi determinano l’elezione di quattro aspiranti, insomma un terno al lotto. Il popolo è sempre meno sovrano e la democrazia parlamentare sempre meno forte. Del resto questa riforma è il tentativo surrettizio di introdurre per via legislativa ordinaria quell’abominio che era il Premierato. La destra punta a rafforzare il “capo”.
La democrazia verso la capocrazia: perché la nuova legge elettorale viola la CostituzioneIl governo sostiene che la riforma serva a garantire stabilità e governabilità. Ma lei osserva che la durata di un esecutivo non coincide necessariamente con la sua capacità di governare.
Un governo può durare senza governare, senza assumere decisioni importanti. La governabilità dipende dai partiti, dalla loro coesione e omogeneità. In ogni caso, anche con questa riforma, essendo in una Repubblica parlamentare ci potranno sempre essere crisi di governo, per cui nessuna “governabilità né stabilità”, solo tanta confusione.
L'astensionismo cresce e molti cittadini non si sentono più rappresentati. Una legge elettorale che rafforza il potere delle segreterie e riduce la possibilità di scegliere i propri parlamentari può aggravare questa distanza?
Molti parlamentari sono “paracadutati”, hanno pochissimi legami con il collegio in cui sono eletti. Questa legge favorisce le reti “romane”, chi è abile a coltivare i rapporti con le segreterie e quindi una volta sul “territorio” gli elettori – giustamente – sentono di respingere tali imposizioni e non potendo incidere “rimangono a casa”. Non è un bel gesto, ma è comprensibile e soprattutto spiegabile.
Per contrastare questo scivolamento democratico e istituzionale, è importante una mobilitazione civica. Intanto stanno per partire i ricorsi alla Corte costituzionale.