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07/02/2026 ore 09.36
Politica

«Liberale a chi?»: nel salotto di Perfidia esplode il confronto tra Furgiuele e Stasi

La trasmissione di Antonella Grippo anticipa il dibattito nazionale e mette in collisione identità, giustizia e potere. Ecco come è andata la prima puntata

di Ernesto Mastroianni

Il ritorno di Perfidia, come categoria dello spirito colto televisivo, riafferma immediatamente la natura ontologica della trasmissione: un dispositivo laico di analisi politica. La laicità qui non è equidistanza, né sospensione del giudizio, bensì liberazione dell’argomentazione dal catechismo delle appartenenze. È il rifiuto della fede tribale in favore della dialettica. Una scena in cui le idee non vengono custodite ma esposte all’attrito.

Fin dall’incipit si percepisce come la trasmissione non si limiti a commentare la politica, ma la anticipi, la evochi, talvolta la costringa ad esistere. In questo senso Perfidia, guidato magistralmente dalla sulfurea e caustica Antonella Grippo, sacerdotessa laica, che distrugge ogni appiattimento liturgico, precede il dibattito nazionale, lo provoca e lo obbliga a rincorrerla.

Il titolo della puntata è particolarmente emblematico: «Non si può morire centro», risulta essere già un’operazione critica. La modifica della celebre canzone di Gianni Bella («Non si può morire dentro») non è un semplice gioco lessicale: è una diagnosi. Il centro politico non muore interiormente, muore per evaporazione simbolica, per assenza di conflitto. La sostituzione di «dentro» con «centro» trasforma la lirica privata in teoria della crisi democratica.

Il riferimento si incastra perfettamente con l’attualità: il congedo di Vannacci da Salvini e lo psicodramma identitario che attraversa alcune latitudini politiche della destra italiana, sospese fra radicalizzazione e timore di irrilevanza.

Il carro è pronto, i cavalli pure: attorno a Vannacci si raduna la nuova compagnia dell’ultrasovranismo

Il duello sulla giustizia: Caiazza e Baldino

Antonella Grippo apre il confronto costruendo una scena classica: il Sì e il No incarnati.

Ospiti di questa prima parte:
Giandomenico Caiazza, presidente del comitato per il sì, Fondazione Einaudi;
Vittoria Baldino, Movimento 5 Stelle.

La domanda della Grippo è speculare e chirurgica: «qual è la balla più clamorosa dell’avversario?»

Caiazza risponde con nettezza quasi notarile: «la bugia vergognosa dei sostenitori del no consiste nel sostenere che la magistratura verrebbe espropriata di tutto, mentre la riforma mira esattamente a impedire quell’egemonia. L’allarmismo viene definito un’arma emotiva priva di sentimento reale».

Qui Perfidia raggiunge uno dei suoi vertici: l’intervento di Caiazza assume una qualità argomentativa rara nel dibattito televisivo. Si tratta di un’architettura giuridica esposta in forma accessibile senza essere semplificata.

Caiazza prosegue: «da oltre 35 anni esiste uno squilibrio di poteri a favore della magistratura, titolare di un potere straordinario e sostanzialmente irresponsabile, unico potere che non risponde a nessuno dei propri atti. La riforma riequilibrerebbe il sistema mettendo al centro il giudice e non il pubblico ministero, rendendolo autonomo anche dagli uffici della procura».

Alla stessa domanda, posta da Antonella, Baldino ribatte: «la più grande balla del sì — pronunciata da Meloni — è che la riforma rinnovi davvero l’ordinamento della giustizia». Porta esempi mediatici: scontri di Torino, caso Garlasco, famiglia nel bosco, ritenuti non dimostrativi dell’efficacia della riforma.

Perfidia anticipa tutti

A questo punto, Antonella devia sul terreno rivelatore del denaro: chi finanzia i comitati del no?

Baldino non sa, presume autofinanziamento.

Segue il contrappunto: accordi tra sì e governo? Fondazione Einaudi ha preso soldi?

Caiazza precisa: «il comitato vive con poche decine di migliaia di euro raccolte autonomamente, nessun euro proviene dalla fondazione».

Poi la notizia decisiva: «sono stato chiamato dal ministro Nordio per il codice di procedura penale». E aggiunge: «anche una certa trasmissione televisiva se ne occuperà a breve».

Qui emerge il tratto distintivo della capacità e della lungimiranza analitica di Antonella Grippo: ancora una volta Perfidia anticipa le trasmissioni nazionali.

Caiazza, infine, rivendica la natura trasversale del referendum: «si vota per convinzione, non per appartenenza politica».

Il talk: la dissezione del centro

Si entra nel momento più atteso della trasmissione: il talk, che in Perfidia non costituisce un semplice segmento della trasmissione, ma una vera e propria camera di combustione del politico.

Il talk si apre con ospite Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio, il quale rifugge da ogni tentazione apocalittica e oppone al catastrofismo l’antidoto dell’ottimismo.

Entrano quindi Domenico Furgiuele, Flavio Stasi e il generale Giuseppe Graziano.

Domanda di Antonella Grippo: «l’opposizione a Giorgia nasce da una destra fondamentalista? E Furgiuele resterà nella Lega

Segue lo scontro: «Siete diventati liberali». Replica Furgiuele: «Io non ti ho offeso quindi non mi chiamare liberale né moderato, io non sono liberale né moderato».

Scintille, accuse, dissenso non anestetizzato. Non degenerazione, ma autenticità del conflitto.

La puntata si chiude come un riuscito prodotto giornalistico di libertà politica integrale. Perfidia non registra il dibattito: lo genera.

Il senso ultimo resta quello annunciato dal titolo: «non si può morire centro», finché esiste ancora un luogo in cui le idee sono costrette a vivere.

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