L’Italia prima di Bonino e Pannella: le donne, i diritti e quel lungo viaggio che arrivò fino ai Papi
Com’era l’Italia prima del divorzio e della legge 194? Fotografia della società che cambiò tra femminismo, battaglie radicali e referendum, fino al dialogo inatteso tra i due leader e i Pontefici. La storia di stagione che ha lasciato un segno profondo nella Repubblica
Com’era l’Italia prima del divorzio, della riforma della famiglia e della legge sull’aborto? E soprattutto, quale posto occupavano le donne nella società e nell’ordinamento? Pannella, Bonino e i Radicali non cambiarono il Paese da soli: intercettarono una trasformazione alimentata dal femminismo e dai movimenti, la portarono nel cuore della politica, il Parlamento la tradusse in leggi e milioni di italiani la legittimarono attraverso i referendum. Fino al paradosso di un dialogo mai davvero interrotto con la Chiesa: Giovanni Paolo II e la battaglia per la dignità dei detenuti, Papa Francesco al telefono con Pannella e poi nella casa di Emma Bonino.
È morta Emma Bonino, storica leader radicale: «La sua vita è stata una lunga lotta contro tutto ciò che nega le libertà»Com’era l’Italia prima di Emma Bonino e Marco Pannella? E, soprattutto, com’era essere donna in quel Paese, prima che il divorzio, la parità nella famiglia, l’aborto e l’autodeterminazione diventassero prima terreno di conflitto e poi materia della legislazione repubblicana? C’è infine una terza domanda, apparentemente distante e invece strettamente legata alle prime due: come si spiega che i protagonisti di alcune delle battaglie più aspre contro posizioni sostenute dalla Chiesa cattolica abbiano trovato, molti anni dopo, interlocutori nei Pontefici, fino alla telefonata di Papa Francesco a Pannella e all’immagine, difficilmente immaginabile nell’Italia degli anni Settanta, dello stesso Bergoglio che cambia percorso per entrare nella casa di Emma Bonino?
Sono domande che ne contengono una più grande: quanto è cambiata l’Italia in mezzo secolo e quale parte ebbero le battaglie civili in quella trasformazione?
Per rispondere bisogna tornare a un Paese che non era affatto immobile, perché la Costituzione aveva già proclamato l’uguaglianza, le donne avevano conquistato il voto, erano entrate nell’Assemblea costituente e il boom economico, la scolarizzazione, l’urbanizzazione e il lavoro femminile stavano modificando la struttura sociale; eppure, dietro quella modernizzazione impetuosa, sopravviveva un ordinamento nel quale il matrimonio non poteva essere sciolto, il principio costituzionale dell’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi non era ancora pienamente tradotto nella disciplina della famiglia, l’aborto rimaneva un reato e sarebbero serviti anni per cancellare definitivamente persino il delitto d’onore e il matrimonio riparatore.
È dentro questa distanza tra una società che correva e un diritto che spesso la inseguiva che si comprende il significato politico di Marco Pannella, Emma Bonino e della stagione radicale. Attribuire a loro la paternità esclusiva di quella rivoluzione sarebbe storicamente sbagliato, perché significherebbe cancellare le donne della Resistenza e le Madri costituenti, il movimento femminista, le associazioni, gli intellettuali, i sindacati e i parlamentari appartenenti a culture politiche molto diverse. Pannella e Bonino non inventarono la società dei diritti: compresero che la modernizzazione italiana aveva prodotto individui nuovi prima ancora che lo Stato producesse leggi capaci di riconoscerli. La loro politica nacque precisamente dentro quello scarto.
Nella Repubblica costruita attorno ai grandi partiti di massa e attraversata dalla Guerra fredda, mentre il confronto politico parlava soprattutto di capitale e lavoro, comunismo e anticomunismo, Washington e Mosca, Pannella impose ostinatamente un’altra domanda: fin dove può arrivare il potere dello Stato nella vita di un individuo? Il matrimonio, il corpo della donna, la coscienza dell’obiettore, la condizione del detenuto cessavano così di appartenere soltanto alla sfera privata e diventavano problemi della comunità, perché una società si definisce anche attraverso ciò che decide di consentire, vietare o imporre ai propri cittadini.
Il referendum è una preghiera laica e chi non vota tradisce la speranza: la voce immortale di PannellaIl divorzio fu il primo grande laboratorio di questa trasformazione. La legge Fortuna-Baslini del 1970 non fu una legge dei Radicali e già i nomi dei suoi promotori, il socialista Loris Fortuna e il liberale Antonio Baslini, raccontano quanto quella battaglia avesse cominciato ad attraversare culture politiche differenti; Pannella e la Lega italiana per l’istituzione del divorzio contribuirono però a trascinarla fuori dai recinti parlamentari e a farne una questione nazionale. Quando nel 1974 gli italiani furono chiamati a decidere se cancellare la legge, l’87,7 per cento degli aventi diritto andò alle urne e il 59,3 per cento respinse l’abrogazione: non rimase soltanto il divorzio, emerse un’Italia che aveva cominciato a distinguere ciò che ciascuno riteneva moralmente giusto per sé da ciò che lo Stato poteva imporre a tutti.
Quella fu forse la cesura culturale più profonda, perché aprì uno spazio nuovo tra morale personale, precetto religioso e legge civile, senza necessariamente negare nessuno dei tre. Si poteva continuare a considerare il matrimonio indissolubile per fede e, nello stesso tempo, riconoscere che la legge della Repubblica dovesse consentire a un altro cittadino di compiere una scelta differente. In quel passaggio non cambiava soltanto il diritto matrimoniale: cambiava il rapporto tra maggioranza e minoranza, tra convinzione individuale e potere pubblico.
Per le donne la trasformazione fu ancora più radicale. Nel 1968 la Corte costituzionale cancellò la discriminazione penale che colpiva l’adulterio femminile secondo una disciplina diversa da quella prevista per il marito; nel 1975 la riforma del diritto di famiglia diede attuazione molto più piena al principio costituzionale dell’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, superando la struttura costruita sulla preminenza del marito; nel 1978 arrivò la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza e nel 1981 gli italiani respinsero il tentativo di cancellarne gli elementi fondamentali, mentre nello stesso anno venivano eliminati dall’ordinamento il delitto d’onore e il matrimonio riparatore.
Letta oggi, questa successione di date rischia di sembrare una pagina di storia legislativa; letta dentro la società dell’epoca racconta invece una rivoluzione nella vita quotidiana, perché in poco più di un decennio mutarono il matrimonio, la famiglia, il rapporto giuridico tra uomo e donna, la maternità e perfino il modo in cui lo Stato guardava all’“onore” familiare. L’ordinamento cominciava finalmente a tradurre nella vita familiare quella soggettività giuridica autonoma della donna che la Costituzione aveva già riconosciuto, ma che leggi, consuetudini e rapporti sociali continuavano in parte a comprimere.
Emma Bonino entra nella storia politica italiana esattamente dentro questa frattura. Dire che abbia “liberato” le donne sarebbe tanto enfatico quanto ingiusto verso il femminismo e le generazioni che avevano preparato quella trasformazione; ma Bonino ne diventò uno dei volti più riconoscibili, soprattutto quando la questione dell’aborto portò la politica nel luogo più intimo e controverso, il corpo femminile. Attraverso il Cisa, il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, scelse la disobbedienza civile e nel 1975 venne arrestata: non nascondere la violazione di una legge considerata ingiusta, ma renderla pubblica, assumersene le conseguenze e costringere lo Stato a confrontarsi con una realtà che la clandestinità consentiva di non vedere.
Anche la legge 194 del 1978, tuttavia, non fu la legge di Bonino né dei Radicali. Fu l’esito di un movimento assai più vasto, delle battaglie femministe, della pressione sociale e di un confronto parlamentare che attraversò partiti e culture differenti; e quando nel 1981 la questione tornò direttamente davanti agli elettori, furono ancora una volta milioni di cittadini a pronunciarsi. È un elemento essenziale per comprendere quella stagione: i Radicali potevano accendere il conflitto, ma perché una battaglia diventasse diritto doveva attraversare la democrazia.
È qui che emerge forse la dimensione più interessante della loro politica. Il filo che collega divorzio, aborto, obiezione di coscienza, carceri, pena di morte, fame nel mondo e, negli anni di Bonino, le campagne internazionali contro le mutilazioni genitali femminili non consiste semplicemente in una rivendicazione individualistica della libertà, ma in una domanda molto più difficile: quale limite deve incontrare il potere della maggioranza quando entra nella vita di una persona, soprattutto quando quella persona appartiene a una minoranza, non dispone di rappresentanza o non possiede alcuna forza elettorale?
Il detenuto non costituisce una potente categoria sociale, il condannato a morte in un altro continente non porta voti in Italia, una donna africana sottoposta a mutilazioni genitali non sposta percentuali in un sondaggio; eppure proprio la capacità di vedere chi rimane fuori dal perimetro immediato del consenso distingue, talvolta, una politica che amministra il presente da una politica che prova a immaginare la comunità futura. I diritti civili nascono spesso dalla condizione di un singolo, ma diventano politici quando costringono tutti a decidere quale società intendono costruire.
È anche da questa prospettiva che il rapporto tra il mondo radicale e la Chiesa appare meno paradossale di quanto sembri. Pannella e Bonino avevano sostenuto battaglie frontalmente opposte alla dottrina cattolica, soprattutto sull’aborto, e il radicalismo italiano proveniva da una tradizione fortemente anticlericale; eppure il confronto non impedì che, su alcuni terreni, due culture lontanissime riconoscessero un principio comune.
Con Giovanni Paolo II uno di questi terreni fu la dignità dei detenuti. Nel novembre del 2002 Wojtyla, parlando davanti al Parlamento italiano, denunciò il sovraffollamento delle carceri e invocò un «segno di clemenza», entrando così in una questione sulla quale Pannella conduceva da anni campagne, digiuni e iniziative nonviolente. Non era una convergenza ideologica e sarebbe improprio descriverla come tale: rimanevano distanze profonde su questioni decisive. Ma proprio per questo assumeva un significato particolare che il Pontefice e il leader radicale potessero ritrovarsi davanti alla dignità di una persona privata della libertà.
Con Papa Francesco quel dialogo assunse anche una dimensione personale. Nel 2014 Bergoglio telefonò a Pannella mentre il leader radicale conduceva uno sciopero della fame e della sete legato alla condizione delle carceri; con Emma Bonino il rapporto proseguì negli anni attraverso incontri e conversazioni sull’Africa, sulle migrazioni e sui diritti umani, senza che venisse mai occultata la distanza radicale sull’aborto.
Poi, il 5 novembre 2024, arrivò un’immagine capace di raccontare quella storia meglio di molte definizioni. Papa Francesco, tornando dalla Pontificia Università Gregoriana, modificò il proprio percorso e andò personalmente a trovare Emma Bonino nella sua abitazione, dopo il ricovero della leader radicale. Un Papa nella casa della donna che aveva fatto della battaglia sull’aborto uno degli atti fondativi della propria vita politica.
Nessuno dei due aveva rinnegato nulla. Papa Francesco non aveva modificato la dottrina della Chiesa ed Emma Bonino non aveva cancellato una riga della propria storia. Era accaduto qualcosa di più interessante: dopo mezzo secolo di conflitti, la distanza delle idee non impediva il riconoscimento della persona e la radicalità del dissenso non rendeva impossibile trovare un terreno comune sulla dignità umana.
È forse questa immagine a spiegare perché la storia di Pannella e Bonino non possa essere ridotta né a un’agiografia radicale né alla cronaca di una stagione libertaria. Furono divisivi, provocarono, esasperarono conflitti, persero battaglie e ne vinsero altre che continuano ancora oggi a dividere le coscienze; ma ebbero la capacità politica di individuare dentro una società che stava cambiando questioni che le istituzioni faticavano ancora a riconoscere, trascinarle al centro della discussione pubblica e consegnarle infine al Parlamento e, quando arrivarono i referendum, agli italiani.
Perché una battaglia civile diventa davvero una conquista democratica proprio nel momento in cui cessa di appartenere a chi l’ha cominciata. Il divorzio non appartiene ai Radicali, la parità tra marito e moglie non appartiene a una parte politica e la dignità di un detenuto non dovrebbe appartenere a una maggioranza o a un’opposizione: quando entrano nel patto democratico, i diritti definiscono la comunità nel suo insieme.
All’inizio di questa storia c’è un’Italia nella quale il divorzio non esisteva, l’uguaglianza proclamata dalla Costituzione faticava ancora a entrare pienamente nella famiglia e l’aborto viveva nella clandestinità; alla fine c’è Papa Francesco che cambia strada per entrare nella casa di Emma Bonino.
Tra quelle due immagini non c’è la vittoria di una parte sull’altra, e neppure la conversione dell’Italia al radicalismo. C’è qualcosa di più profondo: mezzo secolo nel quale la Repubblica ha progressivamente imparato che riconoscere un diritto non significa imporre a tutti di esercitarlo. Pannella e Bonino ebbero la capacità politica di vedere quella distinzione quando ancora divideva il Paese. Il Parlamento la trasformò in legge, i referendum la consegnarono agli italiani. Ed è forse questo il punto nel quale una battaglia di parte smette di appartenere a chi l’ha iniziata e diventa patrimonio di una comunità.