L'ultimo scisma: i lefebvriani lasciano Roma e scoprono Futuro Nazionale. «Veniamo anche noi, sì voi sì...»
Ironia delle ironie, un partito che porta nel nome il futuro continua ad attirare chi, con ammirevole coerenza, preferisce vivere stabilmente nel passato. E anche i lefebvriani sembrano aver trovato la loro 'terra promessa'
Dopo l'esodo dei leghisti, che hanno salutato il Carroccio (anche presso le nostre latitudini regionali) con la compostezza di chi abbandona una nave già attraccata per imbarcarsi su un'altra ancora in cantiere, ecco il nuovo fenomeno migratorio della stagione politico-religiosa: anche i lefebvriani sembrano aver trovato la loro 'terra promessa' (Eros Ramazzotti docet) Destinazione? Futuro Nazionale.
Non è ancora chiaro se il trasferimento sia avvenuto con il messale sotto il braccio o con il santino di qualche generale nel portafoglio, ma una cosa appare evidente: il richiamo è stato irresistibile. Del resto, tra una nostalgia ben custodita e una passione per le certezze granitiche, certi mondi finiscono inevitabilmente per riconoscersi come vecchi compagni di banco.
L'immagine è già entrata nella leggenda. Il telefono squilla.
— «Pronto?»— «Siamo i lefebvriani.»— «E allora?»— «Veniamo anche noi.»— «Sì... voi sì.»
Ed è subito coro. Le note di "Vengo anch'io. No, tu no" si trasformano nella colonna sonora del nuovo reclutamento politico. Stavolta, però, il ritornello cambia: "Veniamo anche noi, sì voi sì". Perché, a quanto pare, c'è posto per tutti. Anzi, più si è nostalgici, più la sala sembra allargarsi miracolosamente, come se la geometria politica seguisse le leggi elastiche della devozione.
In fondo, la sorpresa è soltanto apparente. I lefebvriani hanno sempre riscosso una certa considerazione negli ambienti della destra più radicale. È una stima antica, quasi liturgica: la stessa deferenza con cui si contempla un messale del 1962 o una fotografia in bianco e nero di un ordine sociale che nessuno ha mai veramente conosciuto, ma che molti ricordano con commovente precisione.
C’è, in questa inclinazione, qualcosa di profondamente coerente: la predilezione per ciò che non cambia, per ciò che resiste, per ciò che — soprattutto — non discute. Un mondo ideale in cui le risposte arrivano prima delle domande, e le domande, quando compaiono, vengono gentilmente rimandate al mittente con formula latina.
Così, mentre qualcuno continua ostinatamente a discutere di riforme, Europa, economia e innovazione, altrove si preferisce affrontare le grandi questioni del presente con l'ineguagliabile metodo del retrovisore. Perché il futuro, si sa, è molto più rassicurante quando assomiglia al passato.
La convergenza, talvolta, appare quasi naturale. Da una parte gli irriducibili della Tradizione con la T maiuscola; dall'altra i sacerdoti della provocazione permanente, guidati da Roberto Vannacci e dalla convinzione che ogni polemica sia un sacramento civile. L'incontro fra queste due galassie sembra scritto da uno sceneggiatore con un debole per l'assurdo: una fusione tra incenso e comizio, tra latino ecclesiastico e slogan identitario, tra asperges e hashtag.
A ben vedere, si tratta di un’alleanza che obbedisce a una logica superiore: quella per cui ogni epoca, quando si sente smarrita, cerca rifugio non nella complessità ma nella semplificazione solenne. E se la complessità insiste, la si espelle con un gesto austero, magari accompagnato da un formulario benedetto.
Qualcuno potrebbe definirlo un nuovo ecumenismo. Certo, un ecumenismo assai selettivo, in cui il dialogo universale lascia cortesemente il posto alla rassicurante omogeneità del "tra simili ci si comprende". Una comunione non dei santi, ma delle nostalgie. Una sorta di assemblea permanente del “si è sempre fatto così”, elevata finalmente a categoria politica.
Resta soltanto da capire quale sarà il prossimo approdo. Dopo gli ex leghisti e i tradizionalisti, chi salirà sul treno? Monarchici in libera uscita? Collezionisti di busti del Ventennio? Cultori dell'autorità declinata sempre e soltanto al passato remoto? Le candidature sembrano infinite, e il casting appare sorprendentemente inclusivo purché rigorosamente orientato all’indietro.
Intanto, dalle parti di Futuro Nazionale, qualcuno starà già predisponendo un cartello all'ingresso: "Benvenuti. Il futuro è dietro di voi"!!!
Forse, è proprio questa la più riuscita delle ironie. Un partito che porta nel nome il futuro continua ad attirare chi, con ammirevole coerenza, preferisce vivere stabilmente nel passato. E, mentre, le adesioni si moltiplicano, si vocifera che si stia valutando anche un servizio navetta ufficiale: partenza dalla nostalgia, fermata intermedia nella tradizione, arrivo previsto direttamente nel programma elettorale.
In alternativa, per i più devoti, è già in fase di studio una liturgia di ingresso: segno della croce con mano destra rigorosamente ferma, giuramento su testo del 1962 e consegna della tessera accompagnata da incenso identitario.
Perché alla fine, più che un partito, sembra ormai una processione. Solo che, invece di andare avanti, procede con straordinaria disciplina all’indietro.