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16/05/2026 ore 06.55
Politica

Mario Draghi, troppo autorevole per la politica: il gigante ignorato dall’Europa (e dall’Italia)

L’ex premier per il governo Meloni è quasi un corpo estraneo, per l’Ue è una contraddizione. Ma oggi appare per quello che realmente è: un’occasione perduta per dare credibilità alle istituzioni

di Tacco di Ghino

Non c’è dubbio che Mario Draghi sia uno degli uomini più autorevoli del nostro tempo. Non solo a livello nazionale, ma soprattutto europeo e internazionale. L’uomo capace di capire i mercati, parlare ai grandi vertici mondiali, influenzare favorevolmente i governi, confrontarsi alla pari con i leader delle maggiori potenze globali. Eppure quest’uomo, che in un Paese civile e normale avrebbe dovuto essere stabilmente impegnato a salvare i nostri disastrati conti pubblici, è stato gentilmente liquidato da leader di partito che, al suo confronto, avrebbero potuto ambire tutt’al più a fare i suoi autisti.

Liquidata rapidamente la sua esperienza a Palazzo Chigi, sembrava giunto il momento per l’Europa di utilizzare la grande esperienza internazionale di Draghi. Ma proprio la sua statura, la sua competenza e la sua autorevolezza nell’affrontare i grandi temi del nostro tempo, hanno finito per spaventare molti leader europei.

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Troppo forte il peso della sua storia, troppo autorevole, troppo autonomo, troppo difficilmente controllabile. L’uomo che alla guida della Banca Centrale Europea, nei giorni più drammatici della crisi finanziaria, ha svolto un ruolo decisivo nella tenuta dell’euro. L’uomo che ha gestito l’Italia durante la pandemia e guidato la ripartenza economica, conclusi i suoi incarichi, liquidato rapidamente dalla presidenza del Consiglio e ignorato dai governi europei nella costruzione dei nuovi equilibri comunitari, non gli è rimasto altro che fare l’illustre disoccupato.

Eppure, anche in questa condizione, Draghi ha voluto indicare un’agenda per il futuro dell’Europa. Un’agenda nella quale emergeva con urgenza la necessità di unire gli sforzi, rafforzare l’integrazione politica e avviare davvero il percorso verso gli Stati Uniti d’Europa. E lo diceva quando ancora il ciclone Donald Trump non era tornato sulla scena mondiale e le guerre non erano esplose in tutta la loro violenza.

Ma tutto è andato avanti come doveva andare, secondo le mediocri e modeste classi dirigenti europee. Nessun ruolo politico di vertice per lui. Nessuna vera investitura. Nessuna responsabilità operativa. Nessun incarico speciale. Niente di niente. Un gigante davanti ai nani dell’Europa faceva paura: non era controllabile, non era gestibile, non lo si poteva fermare.

All’ex premier non è rimasto altro che spiegare all’Europa i suoi errori. Ma anche indicare una strada, una via d’uscita, un percorso necessario per trasformare finalmente l’Europa in una vera unione politica: un grande Stato formato da tanti Stati, capace di resistere alla pressione americana, alle minacce provenienti dalla Russia e alle tensioni che incendiano il Medio Oriente.

Nel rapporto sul futuro dell’Unione Europea, Draghi ha saputo analizzare, indicare soluzioni, evidenziare le fragilità, tracciare un percorso per un rilancio dell’Unione. Un documento forte, lucido, chiaro, fortemente politico.

Applausi da mezzo mondo, poi il silenzio. Tutto rimasto in un cassetto. Nulla è venuto fuori.
A molti appare chiaro che il vero problema di Draghi sia uno solo: essere troppo competente. Troppo rigoroso. Troppo distante dalla mediocrità imperante dei nostri tempi.
In un’epoca fatta di banalità e incompetenza, Draghi fa più paura di un extraterrestre. Per il governo italiano è quasi un corpo estraneo. Per l’Europa, Draghi è una contraddizione.
Ma per la verità, oggi appare per quello che realmente è: un’occasione perduta. Uno spreco storico.
Forse l’ultima chance per l’Europa prima della sua definitiva inconsistenza.