Meloni e il selfie con il referente del clan Senese, la premier accusa i media e rivendica la linea dura contro le mafie
Con un post sui social la presidente del Consiglio si difende e punta il dito contro una parte del giornalismo rea a suo dire di agire come “grancassa mediatica” di interessi politici
C’è un punto in cui la politica smette di essere confronto e diventa collisione. È esattamente lì che si colloca l’ultimo intervento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che con un lungo post su Facebook ha scelto di alzare il livello dello scontro mediatico, chiamando in causa direttamente alcune delle principali testate giornalistiche italiane.
Il bersaglio è chiaro e definito: quella che la premier ribattezza “redazione unica”, un fronte mediatico composto - nella sua ricostruzione - da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report. L’accusa è pesante e senza sfumature: aver costruito una narrazione artefatta, fondata su una fotografia che la ritrae accanto a un soggetto ritenuto vicino alla criminalità organizzata, per insinuare un’ombra sulla sua figura politica.
Meloni non si limita a respingere l’addebito. Lo ribalta. Parla di “tesi bizzarra”, di “pirotecnici collegamenti” e, soprattutto, denuncia un meccanismo che definisce scientifico: l’utilizzo strumentale di un’immagine, decontestualizzata, per costruire un teorema mediatico. Il riferimento al padre diventa il passaggio più delicato e, al tempo stesso, più personale del suo intervento. La premier ricorda di aver interrotto ogni rapporto con lui all’età di 11 anni, sottolineando come quel legame venga oggi evocato in modo strumentale per suggerire una presunta continuità che, nella sua versione, non è mai esistita.
È un passaggio chiave perché sposta il terreno dello scontro dal piano politico a quello umano, rendendo la risposta più incisiva e, al contempo, più difensiva. Meloni costruisce così una linea narrativa netta: da una parte una vita pubblica lunga decenni, fatta - come lei stessa evidenzia - di “decine di migliaia di foto” con cittadini e sostenitori; dall’altra, un episodio isolato trasformato in prova indiziaria.
Il cuore politico del messaggio arriva subito dopo. La presidente del Consiglio rivendica la propria azione di governo nella lotta alla criminalità organizzata, contrapponendola a scelte passate che, a suo dire, avrebbero favorito la scarcerazione di boss mafiosi durante l’emergenza Covid. Il riferimento al carcere duro, definito un istituto “salvato dallo smantellamento”, diventa il pilastro della sua difesa: non solo negazione delle accuse, ma affermazione di una coerenza politica “cristallina, duratura”.
Ma il vero obiettivo del post non è solo difensivo. È offensivo. Meloni accusa apertamente una parte del giornalismo di agire come “grancassa mediatica” di interessi politici, mettendo in discussione non singoli articoli, ma l’intero impianto di credibilità di chi li produce. È qui che il conflitto assume una dimensione più ampia: non più una polemica su un fatto specifico, ma uno scontro tra potere politico e sistema dell’informazione.
Il linguaggio scelto non lascia spazio a mediazioni. “Gettare fango nel ventilatore”, “gente in malafede”, “nessun giornalismo, solo politica”: espressioni che segnano una linea di frattura sempre più evidente tra governo e una parte della stampa. Non è la prima volta che accade, ma la radicalità dei toni indica un salto di qualità nello scontro.
In controluce emerge una strategia precisa: trasformare un attacco mediatico in occasione di rafforzamento identitario. Meloni si presenta come bersaglio di un sistema ostile, ma anche come leader che non arretra. “Non sono una persona che si fa intimidire” è la frase che chiude il cerchio e che parla non solo agli avversari, ma soprattutto al proprio elettorato.
La vicenda, però, apre interrogativi più ampi. Dove finisce il diritto di cronaca e dove inizia la costruzione narrativa? E, allo stesso tempo, fino a che punto la politica può delegittimare il lavoro giornalistico senza incrinare l’equilibrio tra poteri?
Domande che restano sul tavolo mentre lo scontro continua. Perché, al di là delle singole ricostruzioni, è evidente che la partita in corso non riguarda solo una fotografia, ma il rapporto - sempre più fragile - tra verità, percezione e potere.