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08/09/2026 ore 12.33
Politica

Meloni e Schlein divise da un soffio: Vannacci e Calenda possono decidere chi governerà l’Italia

L’ultimo sondaggio SWG apre uno scenario sorprendente in vista delle prossime Politiche. Abbiamo provato a ricomporre le possibili coalizioni: con Vannacci nel centrodestra e Calenda e Cateno De Luca nel nuovo “campo aperto”, i due schieramenti arriverebbero al 48,1 e al 48%. Non è una previsione elettorale, ma una simulazione che racconta un Paese politicamente diviso a metà

di Franco Gemoli

Un decimale. Tanto separerebbe il centrodestra dal nuovo “campo aperto” se oggi i partiti fossero chiamati a scegliere da che parte stare e le percentuali dell’ultimo sondaggio SWG per il TgLa7 venissero ricomposte sulla base di uno dei possibili scenari delle prossime Politiche. 48,1% da una parte e 48% dall’altra, praticamente niente. E infatti sarebbe sbagliato leggere quel decimale come un vantaggio reale di Giorgia Meloni su Elly Schlein: non è questo che dice il sondaggio e non è questo che vogliamo sostenere. La notizia politica è un’altra, ed è forse persino più interessante: con determinate alleanze, i due grandi schieramenti potrebbero ritrovarsi sostanzialmente alla pari e Roberto Vannacci e Carlo Calenda, con pesi e storie molto diversi, potrebbero diventare due degli uomini capaci di spostare l’equilibrio della prossima maggioranza.

La fotografia di partenza è quella dell’ultima rilevazione SWG, realizzata tra il 2 e il 7 settembre. Fratelli d’Italia resta il primo partito con il 26,8%, il Pd è al 20,6%, il Movimento 5 Stelle al 12,5%, mentre Futuro Nazionale di Roberto Vannacci raggiunge il 7,7%. Seguono Forza Italia al 6,9%, Alleanza Verdi e Sinistra al 6,8%, Lega al 5,7%, Azione al 3,2%, Italia Viva al 2,5%, +Europa all’1,4%, Noi Moderati all’1% e Sud chiama Nord all’1%. Sono queste le percentuali SWG; tutto quello che viene dopo è invece il nostro esercizio politico sulle possibili coalizioni.

Ed è proprio mettendo insieme quei numeri che comincia la parte più interessante. Il centrodestra nella sua composizione tradizionale - Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati - vale oggi aritmeticamente il 40,4%. Se Roberto Vannacci, che con Futuro Nazionale ha ormai conquistato uno spazio elettorale tutt’altro che marginale, decidesse di ricollocarsi nell’area naturale del centrodestra, quel blocco arriverebbe al 48,1%. Per Meloni cambierebbe tutto: Vannacci passerebbe dall’essere il concorrente che sottrae voti soprattutto alla sua area politica a rappresentare una delle condizioni per riportare la coalizione vicina alla metà dell’elettorato.

Dall’altra parte la costruzione è inevitabilmente più complicata. Pd, Movimento 5 Stelle, Avs, Italia Viva e +Europa, sommati, valgono il 43,8%. Se a questa area si aggiungesse Azione di Carlo Calenda, con il suo 3,2%, il totale salirebbe al 47%; nell’ipotesi in cui anche l’1% di Sud chiama Nord di Cateno De Luca entrasse in questo nuovo “campo aperto”, si arriverebbe esattamente al 48%. È importante dirlo chiaramente: né l’ingresso di Calenda né quello di De Luca possono essere presentati oggi come fatti acquisiti. Stiamo costruendo uno scenario possibile, non descrivendo una coalizione nazionale già sottoscritta. Proprio questa incertezza, però, rende politicamente interessante la simulazione.

A quel punto avremmo dunque 48,1 contro 48. Un solo decimale che, dal punto di vista statistico, non consente naturalmente di stabilire chi sia davanti e chi sia dietro, ma che restituisce un’immagine molto più efficace di qualsiasi graduatoria: un’Italia politicamente divisa quasi esattamente a metà. Non Meloni vincente per un soffio, quindi, e nemmeno Schlein sconfitta per un decimale, ma due aree che, qualora riuscissero davvero a ricomporsi in questo modo, partirebbero praticamente dalla stessa linea.

È qui che il 7,7% di Vannacci assume una dimensione politica enorme. Senza Futuro Nazionale il centrodestra vale il 40,4%, con Vannacci raggiunge il 48,1%. Naturalmente non possiamo sapere quanti elettori seguirebbero realmente il generale dentro un’alleanza con Meloni, Salvini e Tajani, perché i voti non sono pacchi che si spostano da una colonna all’altra senza perdere nulla per strada. Ma il dato indica chiaramente quanto sia diventato importante lo spazio occupato da Futuro Nazionale e perché, da qui alle Politiche, il rapporto tra Meloni e Vannacci sia destinato a diventare uno dei dossier più delicati del centrodestra.

E poi c’è Calenda. Il 3,2% di Azione può sembrare poca cosa rispetto alle percentuali dei grandi partiti, ma basta cambiare la sua collocazione per vedere muoversi l’intera fotografia. Se Vannacci rimanesse autonomo e Calenda scegliesse il centrodestra, quest’ultimo passerebbe dal 40,4 al 43,6%, mentre l’area alternativa senza Azione sarebbe al 43,8%: appena due decimali di differenza. Se invece Calenda entrasse nel “campo aperto”, quell’area salirebbe al 47% e, nella nostra ulteriore ipotesi con Sud chiama Nord, al 48%. Insomma, un partito al 3,2% potrebbe ritrovarsi a pesare molto più della propria consistenza numerica.

Anche Cateno De Luca merita un ragionamento a parte. Il suo 1% sarebbe normalmente relegato nelle ultime righe di qualsiasi sondaggio, ma quando due possibili coalizioni si muovono intorno al 48% persino un punto diventa prezioso. La nostra scelta di collocare Sud chiama Nord nel “campo aperto” è quindi una ipotesi politica, coerente con la distanza che separa De Luca da Vannacci e con le interlocuzioni che il leader siciliano ha aperto nell’area alternativa al centrodestra, ma non equivale all’annuncio di un accordo nazionale. È una distinzione che va mantenuta perché proprio la trasparenza sulle ipotesi rende più credibile il risultato della simulazione.

E c’è un’ultima cautela, forse la più importante. 48,1 e 48 sono somme di percentuali nazionali, non una proiezione dei seggi parlamentari. La legge elettorale, le candidature nei collegi, la distribuzione territoriale dei voti e gli eventuali cambiamenti delle regole prima delle Politiche potrebbero produrre risultati molto diversi. Per non parlare dell’effetto delle alleanze stesse: mettere insieme partiti differenti non significa necessariamente sommare integralmente i loro elettori, perché qualcuno potrebbe restare a casa, qualcun altro cambiare scelta e altri ancora potrebbero essere attratti proprio dalla nascita di una nuova coalizione.

Ma forse è proprio questo il punto. La politica non è una calcolatrice, eppure qualche volta basta una calcolatrice per accorgersi di quanto la politica sia cambiata. Meloni e Schlein rimangono le protagoniste naturali della sfida per Palazzo Chigi, ma intorno a loro si stanno muovendo forze che potrebbero risultare decisive: Vannacci alla destra del centrodestra, Calenda nel territorio mobile del centro e De Luca con quel piccolo 1% che, davanti a un equilibrio simile, piccolo non sarebbe più.

Per questo 48,1 contro 48 non ci dice chi governerà l’Italia. Ci dice qualcosa di più prudente e, politicamente, forse più importante: che nessuno oggi può considerare la partita chiusa e che la prossima maggioranza potrebbe dipendere dalla capacità di Meloni e Schlein di allargare i rispettivi confini senza perdere per strada i propri elettori.

Quando due possibili schieramenti sono separati da appena un decimale, insomma, la domanda non è chi sia davanti. La domanda è chi riuscirà, alla fine, a mettere insieme il campo capace di vincere.