Meloni salva la maggioranza sulle preferenze, ma rischia la rivolta nelle urne: astensione e boom di Vannacci
La premier festeggia: «Le abbiamo reintrodotte dopo quasi 35 anni». Gli elettori, però, potranno scegliere soltanto tra i nomi stampati dai partiti e resteranno i capilista bloccati. Il centrodestra evita la resa dei conti in Parlamento, ma quella vera arriverà nelle urne
Giorgia Meloni ha salvato la maggioranza. Almeno per oggi. Domani, quando gli italiani saranno chiamati alle urne, potrebbe scoprire che la cambiale firmata per tenere insieme Matteo Salvini e Antonio Tajani presenta un conto molto più salato del previsto.
Il Senato ieri ha respinto con 68 voti favorevoli e 99 contrari l’emendamento delle opposizioni che avrebbe eliminato i capilista bloccati e introdotto le preferenze libere. Subito dopo, con 97 sì, 67 no e due astenuti, Palazzo Madama ha approvato la soluzione concordata dal centrodestra: un capolista scelto dal partito e fino a tre indicazioni tra gli altri candidati già stampati sulla scheda.
Tradotto dal linguaggio parlamentare: l’elettore potrà scegliere, ma soltanto dentro il recinto preparato dalle segreterie. Una libertà vigilata, insomma.
Il governo, attraverso la ministra per le Riforme istituzionali Elisabetta Alberti Casellati, si era rimesso all’Aula sugli emendamenti contenenti le preferenze libere. Sembrava uno spiraglio. È durato poco. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia hanno serrato i ranghi e votato insieme contro la proposta delle opposizioni, mettendo fine a una giornata nella quale il centrodestra aveva rischiato di trasformare una discussione sulla legge elettorale in una verifica di maggioranza.
Pochi minuti più tardi è intervenuta direttamente Meloni, affidando ai social la propria versione dei fatti. «Le preferenze, nel voto per il Parlamento, mancavano dal 1993, cioè da quasi 35 anni. Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di Fratelli d’Italia», ha scritto la presidente del Consiglio.
Formalmente è vero: una possibilità di indicazione torna sulla scheda. Ma tra una preferenza libera e una crocetta apposta accanto a un nome già scelto, stampato e collocato dal partito esiste una differenza che gli elettori sono perfettamente in grado di comprendere. E rimane soprattutto il capolista bloccato, cioè il candidato che non ha bisogno di conquistare una preferenza personale perché il posto migliore glielo ha già assegnato la segreteria.
La premier ha poi attaccato la sinistra, sostenendo che non sarebbe credibile «chi non le ha mai volute in questi 35 anni e ha votato per bocciarle anche un mese fa». Per Meloni, la differenza non sarebbe tra chi vuole più o meno preferenze, ma «tra chi le ha rimesse nella legge e chi no».
La questione, però, è leggermente più complicata di un post su Facebook. Le preferenze tornano, certamente, ma nella forma compatibile con l’accordo tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Gli elettori potranno esprimersi, purché scelgano tra i nomi messi sul tavolo dai partiti. È un po’ come entrare in un ristorante, ricevere un menù deciso dal cuoco e sentirsi dire che, potendo scegliere tra tre piatti, si è finalmente diventati padroni della cucina.
Meloni cede agli alleati e rivendica la vittoria
La giornata era cominciata con il centrodestra diviso e si è conclusa con la maggioranza ricompattata. Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione di Fratelli d’Italia, aveva assicurato che non sarebbero saltati «né il governo né la maggioranza», mentre il presidente del Senato Ignazio La Russa, pur dichiarandosi personalmente favorevole alle preferenze libere, aveva ricordato che i patti tra alleati devono essere rispettati.
Alla fine Meloni ha scelto il male minore. Poteva insistere sulla posizione originaria di Fratelli d’Italia e rischiare di andare sotto con i voti di Lega e Forza Italia, oppure fare un passo indietro e salvare la coalizione. Ha scelto la seconda strada, poi l’ha raccontata come una vittoria. È politica, e anche piuttosto antica: quando non si può cambiare il risultato, si cambia la narrazione.
Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd, ha sostenuto che Meloni volesse le preferenze soltanto finché erano «preferenze finte» e ha affondato il colpo: la premier, dovendo scegliere tra «perdere la faccia o perdere la legge», avrebbe scelto di perdere la faccia.
Matteo Renzi l’aveva sfidata apertamente: votare l’emendamento del Pd oppure tradire se stessa. Il leader di Italia Viva ha poi ricordato che il Parlamento discute di sistemi elettorali mentre le famiglie affrontano il caro scuola, il costo dei carburanti, l’inflazione e un carrello della spesa diventato sempre più pesante.
Carlo Calenda aveva invece criticato una precedente formulazione dell’emendamento delle opposizioni perché non garantiva adeguatamente la doppia preferenza con alternanza di genere, chiedendo di ritirarla e riformularla. Una posizione diversa, ma almeno coerente con il problema della rappresentanza femminile.
La stilettata più pericolosa per Meloni è arrivata però da Roberto Vannacci. Il leader di Futuro Nazionale aveva invitato Fratelli d’Italia a votare con le opposizioni e a dimostrare di credere davvero nella libertà di scelta degli elettori. Adesso potrà sostenere che il centrodestra ha restituito agli italiani non le preferenze libere, ma soltanto la possibilità di selezionare alcuni nomi preventivamente autorizzati dai partiti.
Per chi vuole raccogliere il malcontento a destra, è un regalo politico già confezionato.
Quando i cittadini si stancano, restano a casa oppure puniscono
Il primo rischio è l’astensione. I partiti potranno organizzare convegni, lanciare appelli alla partecipazione e indignarsi davanti ai seggi semivuoti, ma non potranno fingere di non conoscere le ragioni della disaffezione. Se la politica continua a chiedere fiducia ai cittadini senza concedere loro una libertà piena nella scelta dei rappresentanti, prima o poi quei cittadini rispondono nell’unico modo rimasto: non andando a votare.
Naturalmente l’astensione non nasce soltanto da una legge elettorale e le preferenze libere non sarebbero sufficienti, da sole, a guarire una democrazia malata. Ma conservare i capilista bloccati e lasciare alle segreterie il controllo decisivo delle candidature non sembra esattamente il modo migliore per ricucire il rapporto tra il Palazzo e il Paese.
Esiste poi una seconda possibilità, persino più pericolosa per chi governa: che il malcontento decida di uscire di casa e andare alle urne per presentare il conto.
Dopo quattro o cinque anni di legislatura, gli italiani non voteranno soltanto sulla legge elettorale. Voteranno pensando al carrello della spesa, alle bollette, ai carburanti, agli affitti e a stipendi che troppo spesso finiscono prima del mese. Non tutti i prezzi sono raddoppiati e sarebbe scorretto sostenerlo, ma l’aumento accumulato negli ultimi anni ha lasciato ferite profonde. L’inflazione può rallentare, ma i prezzi non tornano indietro per magia; le percentuali migliorano nei comunicati, mentre alla cassa del supermercato il conto continua ad arrivare per intero.
È dentro questa distanza tra il racconto ufficiale e la vita quotidiana che cresce il voto di protesta. E il voto di protesta, per definizione, non chiede il permesso ai partiti.
Vannacci supera la Lega e raggiunge Forza Italia
La Supermedia YouTrend per Agi del 10 settembre fotografa già un centrodestra profondamente diverso da quello che vinse le ultime elezioni. Fratelli d’Italia resta il primo partito con il 26,9%, ma Futuro Nazionale raggiunge il 7,6%, guadagna mezzo punto, supera nettamente la Lega ferma al 5,6% e raggiunge Forza Italia.
Vannacci non è più un fastidio laterale. È diventato un problema aritmetico.
Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati insieme arrivano al 41,1%. Aggiungendo Futuro Nazionale, il centrodestra salirebbe al 48,7%. È una simulazione politica, non una previsione sui seggi, perché il risultato parlamentare dipenderà dalla legge definitiva, dalle soglie, dal premio di maggioranza e dalla distribuzione territoriale dei consensi. Ma il messaggio è fin troppo chiaro: Meloni rischia di non poter vincere senza l’uomo che oggi tenta di scavalcarla a destra.
Sarebbe un paradosso notevole. La premier ha rinunciato alle preferenze libere per non rompere con Salvini e Tajani, ma alle prossime elezioni potrebbe essere costretta a bussare alla porta di Vannacci, che nel frattempo avrà utilizzato proprio quella rinuncia per conquistare nuovi consensi.
E con un partito al 7,6%, più forte della Lega e alla pari con Forza Italia, l’ex generale non entrerebbe nella coalizione in punta di piedi. Chiederebbe candidature, programma, ministeri e una quota decisiva di potere. Altro che alleato minore: potrebbe diventare l’azionista senza il quale il governo non nasce.
La protesta può spostarsi anche a sinistra
Non tutto il voto contrario al governo, però, è destinato a Vannacci. Una parte potrebbe convergere sulle opposizioni non per improvvisa passione verso la sinistra, ma per una ragione molto più semplice: mandare a casa Meloni.
La Supermedia assegna il 21% al Partito democratico, il 12,1% al Movimento Cinque Stelle e il 6,3% ad Alleanza Verdi e Sinistra. Insieme raggiungono il 39,4%. Aggiungendo Italia Viva e +Europa, il campo alternativo salirebbe al 43,2%; comprendendo anche Azione, accreditata del 3,7%, arriverebbe al 46,9%.
Anche questa è un’ipotesi aritmetica, perché mettere insieme Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Renzi e Carlo Calenda rimane un esercizio più difficile della legge elettorale stessa. I numeri non cancellano incompatibilità, rivalità e vecchi rancori. Ma quando in un Paese cresce il desiderio di cambiare governo, persino gli elettori possono diventare più pragmatici dei loro leader.
È questo il fattore che il centrodestra rischia di non calcolare. Le elezioni non si vincono soltanto disegnando soglie, premi, capilista e listini; si vincono convincendo le persone a votare. Una legge può trasformare i voti in seggi, ma non può fabbricare il consenso che manca.
Meloni ha vinto la battaglia parlamentare. Ha tenuto insieme Salvini e Tajani, ha evitato che la maggioranza andasse in pezzi e può rivendicare di avere riportato le preferenze sulla scheda dopo il 1993. Ma ha vinto scegliendo una formula che lascia ai partiti l’ultima parola sui candidati e agli elettori una libertà delimitata.
La vera conta arriverà nelle urne. Sarà allora che gli italiani decideranno se accontentarsi dei nomi messi sulla scheda dalle segreterie, restare a casa oppure utilizzare il voto per punire chi governa.
Se crescerà ancora l’astensione, se Vannacci otterrà un risultato clamoroso o se una parte del malcontento si sposterà verso le opposizioni, nessuno potrà dichiararsi sorpreso. La politica può scegliere i candidati, cambiare le soglie e costruire il premio di maggioranza più conveniente. C’è soltanto una cosa che non può nominare dall’alto: gli elettori.