Meloni sceglie l’Ucraina e sfida Vannacci: la linea rossa che può costarle Palazzo Chigi
La premier esclude svolte dettate dalla convenienza elettorale e indica la condizione per le future alleanze. Futuro Nazionale può diventare indispensabile per vincere, ma le posizioni del generale mettono in discussione l’identità costruita da Meloni al governo
In politica le porte più pesanti non sbattono, si chiudono con una frase pronunciata senza alzare la voce. Giorgia Meloni non nomina Roberto Vannacci, non dichiara formalmente che Futuro Nazionale resterà fuori dal centrodestra e non trasforma l’intervista concessa al Foglio in un ultimatum, ma stabilisce una condizione che oggi appare quasi impossibile da conciliare con la linea del generale: chi vota contro il sostegno all’Ucraina non può pretendere che la presidente del Consiglio cambi ciò in cui crede soltanto per vincere le prossime elezioni. È questo il fatto politico della giornata, perché la premier sceglie la coerenza atlantista proprio mentre l’aritmetica elettorale le suggerirebbe il contrario e mette in conto il rischio più grande: difendere la propria identità di leader e perdere i numeri necessari per restare a Palazzo Chigi.
La domanda di Claudio Cerasa, direttore del Foglio, è esplicita: Meloni sarebbe disposta a fissare per la futura coalizione la regola che esclude alleanze con chi vota contro gli aiuti a Kiev? La risposta non contiene il nome di Vannacci, ma contiene tutto il resto. «Io sono una persona seria e non sono buona per tutte le stagioni», afferma la presidente del Consiglio, prima di spiegare che chi cerca un premier pronto a cambiare posizione secondo la convenienza del momento deve rivolgersi altrove. Non è ancora il certificato ufficiale della rottura, perché in politica le campagne elettorali producono compromessi che qualche mese prima sembravano impensabili, ma è molto più di una schermaglia: Meloni sposta il confronto dal terreno delle percentuali a quello dell’affidabilità e dice che esiste qualcosa che viene prima della coalizione, persino quando dalla coalizione dipende la vittoria.
È qui che la dichiarazione assume un peso diverso rispetto alle schermaglie degli ultimi mesi con il leader di Futuro Nazionale. Vannacci non è più un’incognita collocata ai margini del sistema né un fenomeno alimentato soltanto dai programmi televisivi, ma il capo di una forza che i sondaggi accreditano stabilmente tra il 7 e l’8 per cento e che potrebbe determinare il risultato delle politiche del 2027. La rilevazione YouTrend per Sky TG24 del 4 settembre ha fotografato con particolare chiarezza il paradosso: Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati insieme raggiungono il 38,9 per cento, mentre aggiungendo il 7,9 per cento di Futuro Nazionale l’intera area arriverebbe al 46,8. Sono numeri, non seggi, e nessun sondaggio può anticipare gli effetti della legge elettorale, delle candidature e della campagna, ma la sostanza è difficile da aggirare: con Vannacci il centrodestra torna competitivo per governare, senza Vannacci rischia di diventare minoranza.
Meloni lo sa, e proprio per questo la sua scelta pesa. Avrebbe potuto lasciare la questione sospesa e affidarsi alla formula rassicurante secondo cui le alleanze si discutono al momento opportuno; sceglie invece di piantare un paletto nel punto esatto in cui passa la frattura tra la destra di governo e quella di protesta. Per la premier, sostenere la resistenza ucraina non significa compiacere Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina, né obbedire automaticamente a Bruxelles o alla Nato, ma impedire che si affermi un ordine internazionale nel quale il più forte possa cancellare i confini e sottomettere il più debole. «Ho sostenuto l’Ucraina per Roma», sintetizza, trasformando una scelta di politica estera in una dichiarazione di patriottismo italiano.
Vannacci parla allo stesso elettorato usando però un altro linguaggio. Il presidente di Futuro Nazionale contesta l’invio delle armi e intercetta una stanchezza reale che attraversa il Paese, dove la contrarietà alla prosecuzione degli aiuti militari risulta maggioritaria in alcune delle rilevazioni più recenti. È anche su questo sentimento, insieme alle battaglie sull’immigrazione, sull’identità e contro le élite, che il generale ha costruito la propria crescita: chiedergli di allinearsi alla politica ucraina del governo significherebbe imporgli di rinunciare a una parte della propria ragione sociale, mentre accettare la sua linea costringerebbe Meloni a smentire quattro anni di politica estera e a indebolire la credibilità conquistata nelle cancellerie occidentali.
Il conflitto, dunque, non riguarda soltanto Kiev, ma chi comanda nella destra italiana e quale destra si presenterà agli elettori: quella conservatrice, atlantista e istituzionale costruita da Meloni durante gli anni di governo oppure quella nazionalista e antisistema che Vannacci vuole organizzare intorno a sé. Entrambi rivendicano il patriottismo attribuendogli conseguenze opposte, ed entrambi parlano a un elettorato che considera immigrazione e sicurezza questioni decisive, ma uno promette la continuità di governo e l’altro offre la rottura. È una competizione politica prima ancora che elettorale, sulla quale un accordo puramente numerico rischierebbe di non bastare.
Nel tentativo di delimitare Vannacci, inoltre, Meloni può finire per rafforzarlo, perché ogni porta chiusa dal potere alimenta l’immagine del generale come avversario del sistema e ogni presa di distanza proveniente da Palazzo Chigi gli consente di presentarsi come il voto che fa paura. Se Futuro Nazionale crescerà ancora, la premier dovrà decidere se rinunciare a quei consensi, rischiando di consegnare il governo agli avversari, oppure recuperarli accettando un alleato capace di condizionare la collocazione internazionale dell’Italia.
La prima verifica arriverà in Calabria, nel collegio di Reggio, dove il 27 e 28 settembre si voterà per le elezioni suppletive della Camera. Futuro Nazionale schiera Domenico Giannetta, medico ed ex capogruppo di Forza Italia nel Consiglio regionale, mentre il centrodestra ufficiale sostiene Fabio Roscioli, tesoriere nazionale del partito guidato da Antonio Tajani. Non si decide il governo del Paese e ogni automatismo sarebbe sbagliato, ma quel collegio diventa improvvisamente un laboratorio nazionale: un risultato significativo del candidato di Vannacci dimostrerebbe che il generale può sottrarre alla coalizione non soltanto percentuali nei sondaggi, ma voti reali, classe dirigente e territori; una sconfitta netta consentirebbe invece a Meloni e agli alleati di ridimensionarne la forza contrattuale.
È anche per questo che le parole della premier arrivano nel momento più delicato. Meloni ha appena celebrato il record di durata del suo governo e si avvicina alla prossima campagna elettorale presentando la stabilità come la propria principale riforma, ma ora deve affrontare una minaccia che non nasce dall’opposizione tradizionale e cresce nello stesso spazio politico nel quale Fratelli d’Italia ha costruito il proprio successo. Il pericolo per chi governa, spesso, non arriva da chi vuole occupare il campo opposto, ma da chi promette agli stessi elettori di rappresentarli in maniera più netta, più dura e meno compromessa dal potere.
AfD divide il centrodestra, il silenzio di Meloni pesa: Salvini esulta, Tajani alza il muro e Craxi attacca VannacciLa premier ha messo la credibilità davanti alla convenienza e il proprio profilo internazionale davanti ai calcoli di partito. È una scelta coerente, forse persino coraggiosa, ma la politica non distribuisce premi alla coerenza: conta i voti. E quei voti raccontano una verità scomoda che nessuna dichiarazione può cancellare. Con Vannacci, Meloni rischia di non essere più Meloni; senza Vannacci, rischia di non essere più premier.