“Mi chiamo Gianni”, in un libro Pittella racconta mezzo secolo di politica: «Ho portato il Sud in Europa»
Scritto in forma di dialogo con il giornalista Mario Lamboglia, il volume ripercorre l'impegno dell'ex europarlamentare lucano: «Oggi comandano tecnocrati e autocrati. Ai giovani direi di non cedere al cinismo e di coltivare sempre una visione»
“Mi chiamo Gianni” non è una semplice autobiografia politica. Attraverso il dialogo tra Gianni Pittella, a lungo europarlamentare ed esponente di primo piano della politica nazionale, e il giornalista e scrittore Mario Lamboglia, il libro ripercorre oltre mezzo secolo di vita pubblica e privata, dalle radici lucane all’impegno europeo, offrendo una riflessione sul valore della politica, della democrazia e del rapporto tra territori e grandi sfide globali. Un racconto che intreccia memoria, passione civile, Europa e Mezzogiorno, restituendo il profilo di uno dei protagonisti della politica italiana ed europea degli ultimi decenni.
Come nasce l’idea di questo libro e perché ha scelto la formula del dialogo per raccontare la sua storia politica e umana?
L’idea nasce dal desiderio di lasciare una testimonianza che non fosse un’autobiografia tradizionale, ma una conversazione sincera tra generazioni, tra un giornalista stimolante e attento come Mario Lamboglia e il sottoscritto. Una sorta di romanzo che attraversa quasi cinquanta anni di impegno e che è impreziosito da una galleria di personalità che ho avuto la fortuna di conoscere, da Rita Levi di Montalcini a Romano Prodi a Bettino Craxi. Ho scelto la formula del dialogo perché consente di raccontare non solo i fatti, ma anche le emozioni, i dubbi, gli errori e le speranze che hanno accompagnato il mio percorso. Il dialogo è il metodo più democratico che conosco: permette di interrogarsi, di approfondire e di evitare l’autoreferenzialità.
Nel corso della stesura, quale aspetto della sua personalità è venuto fuori?
Forse più di ogni altra cosa è emersa la dimensione umana. Dietro gli incarichi istituzionali e le responsabilità pubbliche c’è sempre stato un uomo profondamente legato alle proprie radici, alla famiglia, agli affetti e ai valori ricevuti. Ho riscoperto quanto la passione, più ancora dell’ambizione, abbia guidato le mie scelte. E anche una certa capacità di non arrendermi davanti alle sconfitte.
Passione, unita ai valori del socialismo democratico e della dottrina sociale della Chiesa, e rispetto delle persone sono stati per me il motore della mia vita.
Cosa ricorda con particolare attenzione del suo impegno pubblico?
Ricordo soprattutto l’incontro con le persone. Le leggi, le battaglie politiche e gli incarichi sono importanti, ma ciò che resta davvero sono i volti, le storie, le speranze di chi ti affida una parte del proprio destino. Ho avuto il privilegio di servire le istituzioni italiane ed europee in anni di grandi trasformazioni e considero questo un onore straordinario. Ma non ho mai smesso di percorrere il sud e non solo in lungo e in largo e quante volte ci siamo trovati insieme a Rende o a Cosenza ma anche nei più piccoli comuni dove è' stato più importante portare la presenza dell’Europa.
E cosa le manca?
Non provo nostalgia o rimpianti perché ho dato il massimo ed ora sono in una fase della mia vita nella quale, senza ruoli istituzionali o di responsabilità dirigenziali in un partito e senza tessera, sento di dare il meglio trasferendo il patrimonio di conoscenza e di riflessioni e l'Amore per la Politica con la “P” maiuscola agli altri soprattutto ai giovani. Perché oggi la politica è la grande assente e comandano i tecnocrati e gli autocrati nel mondo.
Il libro attraversa decenni di storia italiana ed europea. Quali sono, a suo giudizio, le lezioni più importanti che le nuove generazioni possono trarre da questa sua lunga e appassionante esperienza?
La prima lezione è che nulla si conquista senza impegno e sacrificio. La seconda è che la democrazia non è un bene acquisito per sempre: va difesa ogni giorno. La terza è che bisogna avere il coraggio di guardare lontano. Quando abbiamo costruito l’Europa unita molti la consideravano un sogno irrealizzabile; oggi sappiamo che senza Europa saremmo tutti più deboli. Ai giovani direi di non cedere al cinismo e di coltivare sempre una visione.
Dalle pagine emerge un forte legame tra il Mezzogiorno e l’Europa. Quanto è stata determinante questa doppia dimensione nella costruzione del suo percorso politico?
È stata decisiva. Sono figlio del Mezzogiorno, di Lauria, della Basilicata. Ho sempre pensato che l’identità locale e l’orizzonte europeo non fossero in contraddizione, ma si rafforzassero a vicenda. Ho portato il Sud in Europa e l’Europa nel Sud. La mia convinzione è che il Mezzogiorno possa diventare protagonista del Mediterraneo e che l’Europa rappresenti la dimensione naturale per valorizzarne le potenzialità.
Il volume affronta anche temi attualissimi come la crisi della democrazia, i populismi, l’immigrazione e il futuro dell’Europa. Cosa sta accadendo in questa epoca così complessa?
Stiamo vivendo una grande transizione storica. Il mondo costruito dopo la Seconda guerra mondiale è entrato in crisi e nuovi equilibri stanno emergendo. Le disuguaglianze, le paure generate dalla globalizzazione, le rivoluzioni tecnologiche e i conflitti internazionali alimentano sfiducia e insicurezza. In questo contesto prosperano populismi e nazionalismi. La risposta non può essere il ritorno al passato, ma più democrazia, più giustizia sociale e un’Europa più forte, capace di proteggere i cittadini senza rinunciare ai valori di libertà e solidarietà.
Dopo aver raccontato una vita interamente dedicata alla politica, pensa che questo libro possa contribuire a riavvicinare i giovani all’impegno civile e alla partecipazione democratica?
Me lo auguro profondamente. Non ho scritto questo libro per celebrare una carriera, ma per trasmettere un messaggio: la politica, quando è vissuta come servizio, può essere una delle forme più alte di impegno umano. Se anche un solo giovane, leggendo queste pagine, decidesse di interessarsi alla cosa pubblica, di partecipare, di non restare spettatore, allora il libro avrebbe raggiunto il suo obiettivo più importante. La democrazia ha bisogno di cittadini attivi, non di semplici osservatori. E il futuro appartiene a chi sceglie di impegnarsi per cambiarlo.