Nordio, grazia (a Mario Roggero) e disgrazia di un ministro: la lezione del Quirinale
L’ultima gaffe del Guardasigilli completa un campionario fatto di scontri con la magistratura e flop sul referendum. Il tentativo di scavalcare Mattarella dopo la condanna del gioielliere segna però un salto di qualità: per fortuna c’è il Presidente
È davvero lunga la sequenza di errori del ministro della Giustizia. Lunga e imbarazzante, fino all’ultima gaffe culminata nel duro richiamo di Mattarella.
È il caso della grazia a Mario Roggero, l’uomo che ha trasformato la legittima difesa nella libertà di uccidere.
Carlo Nordio ha annunciato l’intenzione di avviare un’istruttoria per concedergli la grazia, mentre l’intera maggioranza trasformava il caso in una campagna politica fatta di petizioni, cartelli esibiti in Parlamento e addirittura annunci di candidatura alle prossime elezioni politiche, dimenticando che lo vieta la legge.
Ma il ministro della Giustizia ha dovuto fare i conti con un principio fondamentale della Costituzione: la grazia è una prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica, prevista dall’articolo 87. Come poteva non saperlo un ministro che ga passato la sua vita a fare il magistrato?
Mattarella, netto e chiaro, ha ristabilito il corretto equilibrio istituzionale. Ha immediatamente convocando il Guardasigilli al Quirinale, gli ha ricordato che le prerogative presidenziali non possono essere confuse con quelle del Governo. Lo ha fatto richiamando anche una celebre riflessione di Luigi Einaudi: il Presidente della Repubblica ha il dovere di trasmettere al proprio successore, senza alcuna incrinatura, i poteri che la Costituzione gli attribuisce.
Un richiamo fermo, autorevole e dal forte valore istituzionale, che ha ribadito il ruolo del Quirinale come garante della Carta e dell’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Ma Nordio non è nuovo a certe figuracce. Il suo mandato al Ministero della Giustizia si è caratterizzato per una lunga serie di polemiche, errori, gaffe, figuracce e battute d’arresto.
Il suo mandato ha registrato la responsabilità politica del fallimento del referendum costituzionale del marzo 2026. La riforma della giustizia, fortemente voluta dal ministro e considerata il pilastro della sua azione di governo, è stata clamorosamente bocciata dagli elettori. In altre epoche, per molto meno un ministro si sarebbe dimesso.
Ma il ministro Nordio sin dall’inizio del mandato ha alimentato uno scontro continuo con la magistratura. Le tensioni con l’Associazione nazionale magistrati e con il Consiglio superiore della magistratura sono diventate uno degli elementi distintivi della sua gestione. Le accuse rivolte ai magistrati, le polemiche sulle correnti del CSM e la definizione del sistema come “para-mafioso” hanno ulteriormente deteriorato il rapporto tra Governo e ordine giudiziario, suscitando dure reazioni anche da parte di autorevoli esponenti della magistratura.
Anche diverse iniziative legislative del ministro sono state oggetto di forti critiche da parte di costituzionalisti, ma la vicenda Roggero, segna un salto di qualità. Non è una disputa politica né un confronto tra maggioranza e opposizione. È il Presidente della Repubblica che interviene per ricordare al ministro della Giustizia quali siano i limiti delle sue competenze costituzionali. Un fatto raro, che evidenzia la gravità dell’errore compiuto.
Abbiamo così visto da una parte un ministro oltrepassare il perimetro delle proprie attribuzioni. Dall’altra il presidente della Repubblica, che con equilibrio e fermezza ha difeso le prerogative del Quirinale, ricordando che le istituzioni non possono essere piegate alle esigenze della politica del momento.
Per Carlo Nordio, quella sulla grazia a Roggero rischia di diventare la figuraccia simbolo di un mandato già segnato da sconfitte politiche e numerosi conflitti istituzionali.
Il Quirinale, invece, ha confermato ancora una volta la netta volontà di essere il custode della Costituzione e dell’equilibrio democratico del Paese.