Nordio, il grande sconfitto: voleva riscrivere la giustizia, il referendum rischia di cancellare il suo futuro politico
Dal Csm “para mafioso” al fair play: il doppio volto del ministro in una campagna iniziata all’attacco e finita in difesa. Il voto è una battuta d’arresto tra critiche, scivoloni comunicativi e cambi di strategia
Era il momento decisivo per il ministro della Giustizia Carlo Nordio e per l’esecutivo che lo aveva voluto alla guida di via Arenula. In caso di vittoria, avrebbe potuto rivendicare una riforma destinata a segnare profondamente la magistratura, ambiente di cui lui stesso ha fatto parte per decenni. L’esito, però, è stato opposto: una battuta d’arresto personale che richiama, per portata, quella della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, protagonista assoluta degli ultimi giorni di campagna referendaria.
Se per la premier si trattava di uno scontro eminentemente politico, per il guardasigilli la posta in gioco aveva un valore quasi esistenziale.
Nato a Treviso in una famiglia di giuristi, pubblico ministero a Venezia per tutta la carriera, commentatore prolifico sui temi della giustizia in tv e sui giornali, Nordio ha messo in campo la propria biografia per incarnare una riforma che, oltre a separare le carriere tra pm e giudici, avrebbe pesato sugli equilibri costituzionali dell’ordine giudiziario. Per sostenerla, ha fatto ricorso alla sua esperienza diretta nelle aule, mescolando ricordi, omissioni e una marcata abilità retorica.
«Giudici equi, pubblici ministeri autonomi e merito»: ultimi appelli per il Sì al referendum da Gentile, Foti e CarfagnaTra i passaggi più ricorrenti della sua narrazione, il parallelo con la propria storia personale: «Ho vestito la toga per oltre 40 anni, figurarsi se un magistrato che si sente ancora tale umilierebbe i colleghi». Una frase ripetuta più volte durante la campagna, a sottolineare come il suo approdo alla politica sia stato quasi accidentale — «per vanità», sostengono i critici — più che frutto di una scelta ponderata. Da sempre collocato nell’area della destra, è stato scelto da Fratelli d’Italia come figura tecnica di riferimento: prima con un collegio sicuro nella sua città, poi con l’accesso diretto al ministero che sentiva più vicino.
Questa ascesa rapida ha alimentato in lui una certa idea di autonomia, poi ridimensionata dall’esperienza di governo. A via Arenula ha infatti dovuto confrontarsi con i vincoli della politica, molto diversi dalla libertà vissuta in magistratura, anche considerando che lui stesso ha spesso dichiarato di non aver mai inseguito incarichi di vertice. Una ricostruzione che non coincide del tutto con quella di alcuni ex colleghi della procura di Venezia, dove si ricordano più le sue lentezze investigative che un reale disinteresse per ruoli apicali.
Referendum giustizia, Scanzi si schiera con Gratteri: «Ecco perché voterò No»Resta il fatto che per gran parte della carriera è rimasto sostituto procuratore, diventando aggiunto solo negli ultimi anni e poi capo facente funzioni nel 2017, anno del pensionamento. «Mettermi a dirigere un ufficio sarebbe stato come mettere un pilota da guerra dietro una scrivania. A me piaceva fare i processi», raccontava in passato. Col tempo, però, è diventato il ministro più critico verso il «correntismo», accusato di influenzare le nomine, arrivando a smontare proprio quell’impianto istituzionale che aveva accompagnato la sua esperienza professionale.
Nel racconto della sua carriera emergono anche alcune contraddizioni tornate a galla durante la campagna: oggi critico verso le correnti e l’Anm, nel 1994 firmò una lettera alla stessa associazione esprimendosi contro la separazione delle carriere che oggi avrebbe voluto inserire in Costituzione. Ma il passare degli anni tende a rimodellare i ricordi, adattandoli alla figura che si è diventati.
Forse anche per questo, durante la lunga campagna referendaria, Nordio è apparso spesso disorientato di fronte agli attacchi degli ex colleghi schierati per il No, che lo hanno dipinto più come un demolitorе che come un riformatore. Un’accoglienza diversa l’ha invece trovata nell’avvocatura, dove i suoi interventi in difesa della riforma hanno ricevuto consensi che la magistratura non gli aveva mai tributato.
La campagna ha finito per delineare il profilo di un ministro dalle molte sfaccettature, capace di adattarsi al contesto. In una prima fase è stato scelto da Meloni come figura di punta, assumendo un tono sempre più aggressivo fino all’espressione «Csm para mafioso», che ha spinto il Quirinale a intervenire per richiamare al rispetto istituzionale. Successivamente, ha accolto con apparente sollievo l’invito a defilarsi, adottando toni più concilianti fino ad affermazioni come «sarebbe anche stucchevole ritornare sulle questioni che potrebbero unirci piuttosto che dividerci. Ci sono cose sulle quali un giorno potremo e, secondo me, dovremo concordare».
Negli ultimi giorni ha quindi lasciato spazio ad altri, tra cui il sottosegretario Alfredo Mantovano, figura molto diversa da lui per stile e riservatezza. L’unico punto su cui è rimasto fermo è stata la difesa della capa di gabinetto Giusi Bartolozzi, protagonista di un’uscita controversa — «votate Sì, così ci liberiamo della magistratura» — che ha creato tensioni interne. Nonostante indiscrezioni su uno scontro tra i due, il rapporto non si è incrinato.
Ora il destino politico di entrambi appare incerto. Più solida appare la posizione del ministro, mentre per la sua collaboratrice il rischio di conseguenze è maggiore, anche se difficilmente sarà l’unica a pagare in caso di sconfitta. «Se il popolo la rifiuterà, resteremo fermi al nostro posto rispettandone la decisione», ha dichiarato Nordio all’apertura dell’anno giudiziario in Cassazione, sintetizzando un atteggiamento improntato a una certa imperturbabilità.
Negli ultimi tempi, il ministero è stato attraversato da diverse vicende controverse — dal caso Almasri ai rapporti privati legati all’ambiente del sottosegretario Delmastro — mentre lui ha mantenuto un profilo immobile, quasi distaccato. Un atteggiamento coerente con una figura dai molti volti, che sembra vivere questa fase della propria carriera senza la percezione di avere davvero qualcosa da perdere.