Occhiuto e l'equilibrismo del bollo auto: se la proposta degli altri è "propaganda" e la tua è "svolta"
Come la stessa identica idea cambia nome e dignità politica a seconda della bocca da cui esce: la storia di un'abolizione promessa, derisa e poi rivenduta come rivoluzione fiscale
C’è una strana magia nella politica nostrana, una forma di alchimia verbale per cui un’idea cambia radicalmente natura a seconda della bocca da cui esce. Se a proporre un taglio o l’abolizione del bollo auto sono le opposizioni o figure del panorama alternativo alla destra, il verdetto del governatore Roberto Occhiuto e della sua maggioranza è sempre stato implacabile, immediato e sprezzante: «Propaganda elettorale», «Demagogia inattuabile».
Poi, d’incanto, il vento cambia. La stessa identica bandiera viene strappata dalle mani degli avversari, ridipinta con i colori della svolta governativa e sventolata come la madre di tutte le battaglie per la giustizia fiscale. Oggi che l’abolizione, o la drastica rimodulazione, del tributo regionale più odiato dagli automobilisti porta la firma di Occhiuto, non è più populismo. È, per definizione, «buon governo».
La memoria corta della campagna elettorale
Il cortocircuito logico è fin troppo evidente e, per comprenderlo, basta fare un piccolo passo indietro. Durante la campagna elettorale, quando l’economista Pasquale Tridico aveva inserito l’abolizione del bollo auto tra i punti programmatici, Occhiuto non si era limitato a esprimere un semplice disaccordo politico. Aveva liquidato la proposta con sarcasmo, prendendo apertamente in giro l’avversario e bollando l’intera operazione come una «trovata da dilettanti», alla disperata ricerca di voti facili.
L’ex presidente dell’Inps veniva dipinto, dalle parti del centrodestra, come un sognatore senza coperture, un dispensatore di illusioni irrealizzabili. Oggi, con una spregiudicatezza comunicativa che lascia sbalorditi, quel giudizio tranchant viene archiviato in nome della convenienza politica. Le ironie del passato si convertono nelle grandi riforme del presente.
Il gioco del «No, se lo fai tu»
Lo stesso copione, del resto, è andato in scena nelle aule del Consiglio regionale quando il consigliere Antonio Lo Schiavo propose di ridurre il bollo del 50% per dare ossigeno alle famiglie. Anche in quel caso la mozione venne respinta e liquidata senza troppi complimenti. Viene quasi il sospetto, con una punta di ironia, che il problema di quella proposta fosse semplicemente un difetto di ambizione: si chiedeva troppo poco. Perché accontentarsi del 50% quando, per fare un titolo sui giornali e cancellare il ricordo delle proprie derisioni, si può promettere il 100%?
Questo gioco di specchi svela il vero volto di una mossa che profuma di marketing politico lontano un miglio. Si boccia il buonsenso degli altri e si ridicolizzano le loro proposte per poter rivendere, a tempo debito, la stessa identica merce come una concessione magnanima del sovrano.
Oltre l’annuncio: il peso della realtà calabrese
Ma, al di là del teatrino della coerenza — merce purtroppo rara nel dibattito pubblico — resta da capire quale sia il disegno complessivo dietro queste sparate fiscali. Presentare ogni tassa come un pizzo di Stato o un fardello intollerabile è l’arma preferita di una certa destra per distogliere l’attenzione dal vero nodo della questione: a cosa servono quei soldi? E, soprattutto, chi sta pagando davvero per tenere in piedi i servizi?
Mentre si consuma il dibattito sul bollo auto, la realtà della Calabria si incarica di ridefinire le priorità.
Sanità al collasso: migliaia di calabresi continuano a rinunciare alle cure sul territorio o sono costretti a intraprendere i viaggi della speranza verso gli ospedali del Nord.
Infrastrutture e aree interne: strade provinciali e statali versano in uno stato di degrado e di scarsa manutenzione che sta letteralmente isolando intere comunità montane, accelerando lo spopolamento e rendendo i servizi essenziali un miraggio.
In questo scenario, condonare o azzerare una tassa senza un piano strutturale di redistribuzione della ricchezza rischia di essere un gioco a somma zero o, peggio, un danno. La vera giustizia fiscale non si realizza con sconti lineari che mettono sullo stesso piano l’utilitaria del pensionato e il SUV di lusso. Si costruisce garantendo che chi ha accumulato grandi patrimoni contribuisca in modo progressivo, alleggerendo la pressione sui redditi medio-bassi e sul lavoro.
L’uscita di Occhiuto sul bollo auto non è la rivoluzione del fisco calabrese. È l’ennesimo esempio di una politica che preferisce l’effetto annuncio alla coerenza della proposta, protegge lo status quo e offre in cambio ai cittadini un piccolo specchietto per le allodole, mentre i diritti fondamentali — dalla salute alla mobilità — continuano a franare sotto i piedi.