Occhiuto guarda a Roma, ma la Calabria resta povera: il coraggio di governare serve qui
Il presidente propone al centrodestra un’agenda liberale e prova a occupare uno spazio politico nazionale. Ma quasi una famiglia calabrese su quattro vive in povertà relativa, i giovani continuano a partire e il caro vita soffoca lavoratori e imprese: la sua forza a Roma sarà utile se produrrà risposte per la regione
“Agenda Occhiuto, il centrodestra che non ha bisogno di Vannacci”. È il titolo dell’intervento pubblicato sul quotidiano nazionale Il Foglio con il quale Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria e vicesegretario di Forza Italia, rilancia le idee contenute nel suo libro Il coraggio di governare e delinea la propria visione per il futuro della coalizione. Un centrodestra moderno, liberale, europeista, capace di parlare ai giovani, alle imprese e a quella parte dell’elettorato che non si riconosce nelle spinte populiste.
La riflessione ha una sua fondatezza politica. Nel centrodestra italiano Giorgia Meloni continua a essere l’unica figura dotata di una forza elettorale e comunicativa realmente nazionale, mentre intorno alla presidente del Consiglio manca ancora una classe dirigente capace di attrarre autonomamente consenso. Roberto Vannacci prova a occupare questo vuoto riportando al centro temi e parole d’ordine che, in larga parte, ricordano quelli utilizzati dalla stessa Meloni prima dell’arrivo a Palazzo Chigi, quando il programma era più radicale e la responsabilità di governo non ne aveva ancora attenuato i toni.
In questo scenario Occhiuto può effettivamente rappresentare qualcosa di diverso: una voce moderata ma non remissiva, liberale senza essere estranea ai problemi sociali, meridionale ma capace di rivolgersi all’intero Paese. Il centrodestra nazionale potrebbe avere bisogno di Roberto Occhiuto. La domanda, però, è un’altra: in questo momento non è soprattutto la Calabria ad avere bisogno di lui?
«Calabria in ginocchio ma Occhiuto va in gita a Roma per presentare il suo libro»: l’affondo di Tridico (M5S)Quasi una famiglia calabrese su quattro è povera
È da questa domanda che occorre cambiare prospettiva. Il punto non è stabilire se Occhiuto abbia o meno il diritto di coltivare un progetto nazionale, né negare i risultati raggiunti dalla Regione in alcuni settori. La questione è capire che cosa la sua crescita politica possa concretamente restituire alla Calabria, una terra nella quale la povertà non è un concetto astratto da inserire in un programma, ma una condizione vissuta ogni giorno da migliaia di famiglie.
I numeri dell’Istat non consentono equivoci. Nel 2024 la povertà relativa riguardava il 23,5 per cento delle famiglie calabresi, contro una media italiana del 10,9 per cento. Significa che quasi una famiglia su quattro vive al di sotto di una soglia economica dignitosa e che la Calabria presenta la seconda incidenza più elevata d’Italia, preceduta soltanto dalla Puglia.
Dietro le percentuali ci sono famiglie che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, pensionati costretti a scegliere quali spese rinviare, lavoratori che pure avendo un’occupazione non riescono più a sostenere bollette, affitti e generi alimentari, genitori che aiutano figli adulti senza un reddito stabile. In Calabria non sono in difficoltà soltanto i disoccupati: spesso sono poveri anche coloro che lavorano.
Il problema riguarda l’intero Paese, ma non produce ovunque gli stessi effetti. Dove i redditi sono più bassi, il lavoro è più fragile, i servizi pubblici meno accessibili e gli spostamenti quasi sempre obbligati, ogni aumento pesa più che altrove. Una famiglia calabrese non dispone degli stessi strumenti di difesa economica di una famiglia che vive in un territorio con salari più elevati, trasporti efficienti e maggiori opportunità occupazionali.
Il caro carburanti è il sintomo, non la malattia
Il rincaro di benzina e gasolio rappresenta la manifestazione più immediata di questa fragilità, ma non può diventare l’unico argomento dell’editoriale. Il caro carburanti è il sintomo; la malattia è la povertà strutturale della Calabria.
Le principali compagnie hanno introdotto tetti ai prezzi: Eni e SOCAR hanno fissato un massimo di 1,99 euro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio, mentre Q8 ha annunciato una misura analoga. Si tratta di un contenimento, non di una soluzione. I dati aggiornati al 5 ottobre dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy indicano in Calabria una media self service di 2,055 euro per la benzina e 2,250 euro per il gasolio, valori leggermente superiori alle medie nazionali.
Un anno fa benzina e gasolio costavano molto meno. Oggi anche un prezzo formalmente calmierato resta troppo alto per chi percepisce uno stipendio che non cresce, per chi deve percorrere decine di chilometri per raggiungere il posto di lavoro o per chi vive in un paese privo di collegamenti pubblici adeguati. In Calabria l’automobile non è sempre una comodità: molto spesso è l’unico mezzo disponibile per lavorare, studiare, curarsi o accompagnare i figli a scuola.
Il costo del carburante, inoltre, non si ferma al distributore. Entra nel prezzo dei beni trasportati, si riversa sui prodotti alimentari, mette in difficoltà agricoltori, allevatori, pescatori e autotrasportatori e, alla fine, arriva sulle tavole delle famiglie. Le proteste di questi giorni, dal presidio degli autotrasportatori davanti alla Cittadella regionale alle mobilitazioni di agricoltori e altre categorie produttive, raccontano un malessere che non può essere liquidato come una rivendicazione corporativa.
I 15 milioni di euro annunciati dalla Regione Calabria e attesi oggi all’esame del Consiglio regionale rappresentano un primo segnale. Sarà però necessario conoscere rapidamente la ripartizione delle risorse, i beneficiari, i criteri e i tempi di erogazione. Quindici milioni possono aiutare alcune categorie nella fase più acuta dell’emergenza, ma non possono risolvere un problema che investe l’intera struttura economica e sociale della regione.
La Calabria deve diventare una questione nazionale
È qui che il ruolo nazionale di Occhiuto può assumere un significato utile per la Calabria. Il presidente della Regione non può determinare da solo il prezzo del petrolio, modificare le accise o intervenire sui grandi equilibri energetici internazionali. Può però chiedere al Governo nazionale misure più incisive, pretendere trasparenza sulla formazione dei prezzi, sollecitare interventi fiscali per le aree economicamente più deboli e portare al centro dell’agenda politica il costo aggiuntivo che cittadini e imprese devono sostenere nel Mezzogiorno.
Può soprattutto utilizzare il proprio peso dentro Forza Italia e nella maggioranza per ricordare che la stessa spesa non pesa allo stesso modo su tutti i territori. Dieci euro in più per un pieno possono sembrare una variazione sopportabile vista da Roma; diventano un problema serio per una famiglia calabrese che deve già ridurre la spesa alimentare o rinviare una visita medica.
La vera sfida, dunque, non è impedire a Occhiuto di guardare alla politica nazionale, ma chiedergli di farlo portando con sé la Calabria. Se la sua autorevolezza crescerà, dovrà crescere anche la capacità della regione di ottenere infrastrutture, lavoro, servizi, investimenti e interventi contro la povertà. Diversamente, il protagonismo nazionale rischierebbe di essere percepito come una distanza crescente dai problemi quotidiani della terra che lo ha eletto e rieletto.
Anche la proposta di una no tax area per i giovani può essere utile, ma in Calabria deve inserirsi in una strategia molto più ampia: creare lavoro stabile, sostenere le imprese che assumono, migliorare università e servizi, rendere conveniente restare e possibile ritornare. Ridurre le tasse serve poco se i giovani non trovano un’occupazione, se sono costretti a trasferirsi altrove o se le aziende non riescono a sopravvivere.
Occhiuto ha davanti a sé un’occasione politica importante. Può diventare una delle nuove figure nazionali del centrodestra, ma la sua credibilità si misurerà prima di tutto sulla capacità di migliorare la vita dei calabresi. La Calabria non gli chiede di rinunciare a Roma: gli chiede di usare Roma per la Calabria.
Perché il coraggio di governare non si misura dalla distanza percorsa tra Catanzaro e i palazzi della politica nazionale, ma dalla capacità di ridurre la distanza, ancora enorme, tra la Calabria e il resto d’Italia.