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20/08/2026 ore 06.30
Politica

Pd Cosenza nel caos, Bevacqua rompe il silenzio: «Il partito non ha bisogno di una tregua, ma di cambiare passo»

L’ex capogruppo in Consiglio regionale interviene sulla crisi del partito dopo lo stop al congresso e l’arrivo del commissario: «Dobbiamo tornare attrattivi per giovani, amministratori e cittadini. E basta con i giochetti, dopo aver sconfitto Adamo e Guccione sono spuntati diversi Cavalli di Troia...»

di Battista Bruno

La vicenda della segreteria provinciale del Pd di Cosenza, dopo il caos delle ultime settimane, tiene ancora banco. Una guerra che ha creato una situazione di impraticabilità del campo. A nulla sono valse le estenuanti mediazioni romane, gli incontri finiti in dure accuse reciproche, i viaggi nella sede nazionale del Pd. Tutto vano. Arriva un commissario. Notoriamente, i commissari non portano mai bene e non risolvono alcun problema. Ma non c’erano altre soluzioni praticabili.

Ne parliamo con uno dei protagonisti, l’ex capogruppo del Pd in Consiglio regionale, Mimmo Bevacqua considerato detentore di un pacchetto di maggioranza del Pd cosentino.

Bevacqua, lei in questi ultimi mesi ha mantenuto il silenzio. Non è intervenuto. Ma perché? Lei comunque è uno dei protagonisti principali del Pd cosentino.

Perché non ho mai pensato che la politica si faccia mostrando i muscoli o imponendo le proprie ragioni. La mia cultura politica è quella della mediazione, del confronto e della costruzione.

Ma c’è una cosa che va detta con chiarezza: mediare non significa farsi ricattare, né accettare che qualcuno si attribuisca il diritto di stabilire chi abbia titolo a parlare e chi no.

In questi mesi ho scelto il silenzio perché non volevo alimentare una guerra di posizionamenti, né condizionare il dibattito in corso. Oggi, però, credo sia necessario ristabilire la verità dei fatti.

Non può però negare che Francesco De Luca, candidato alla segreteria provinciale, sia vicino a lei.

Non lo nego affatto. Lo stimo e lo sostengo. E mi consenta di aggiungere: magari avessimo tanti giovani brillanti e competenti come De Luca nel nostro partito.

Francesco ha 28 anni, è libero, autonomo, ha qualità umane e intellettuali e, soprattutto, non ha bisogno della politica per vivere. Questo, per me, è un valore.

E voglio ricordare una cosa: sono stato io, inizialmente, a sconsigliargli di intraprendere questo percorso. Quando però mi ha detto di aver costruito intorno alla sua candidatura, con mia grande meraviglia e soddisfazione, una maggioranza superiore al 55 per cento, non potevo chiedergli di fare un passo indietro.

Avrei contraddetto tutto ciò che ho sempre sostenuto: che la politica deve premiare il consenso, il territorio, la capacità di costruire.

Ma De Luca, alla fine, ha pagato per tutti.

Non ritengo che sia giusto affermare che De Luca “abbia pagato per Tutti”. In questi anni abbiamo costruito insieme a tanti con sacrificio, umiltà e credibilità una maggioranza politica che poneva e pone un problema di superamento dello stato di crisi profonda del partito nella nostra federazione. Una battaglia di cambiamento e di superamento delle contrapposizioni e dei personalismi che hanno portato il PD ai minimi storici elettorali ed organizzativi della nostra organizzazione. Ci siamo battuti al congresso e successivamente perché vi fosse un nuovo protagonismo e la costituzione di un nuovo gruppo dirigente. De Luca è la figura dche rappresenta meglio il quadro dirigente di cui il PD ha bisogno per invertire la tendenza. E’ chiaro che questo processo è avversato da chi vuole mantenere lo status quo nel partito.

Taruffi, un dirigente nazionale di peso, ha però bloccato l’assemblea congressuale, sostenendo che quella non fosse una maggioranza sufficientemente solida per governare il partito provinciale. Lei si è sentito chiamato in causa?

No. E per una ragione molto semplice: in questi mesi non ho cercato alcun contatto con Igor Taruffi.

Ho sempre pensato che un gruppo dirigente è tale se dimostra la propria autorevolezza, non la propria subalternità a livelli superiori.

Igor lo conosco, lo apprezzo e gli riconosco chiarezza e serietà. A lui non ho nulla da rimproverare.

La mia amarezza è rivolta a chi gli ha raccontato una realtà diversa da quella che esiste sul territorio.

Perché i numeri, in politica, possono essere interpretati, ma non cancellati.

Se intorno a una candidatura ci sono l’unica consigliera regionale eletta nella nostra provincia, gli unici due consiglieri provinciali, una forte maggioranza di sindaci iscritti al PD e oltre il 60 per cento dei circoli, di quale rappresentanza stiamo parlando?

Ma evidentemente non era sufficientemente rappresentativa la candidatura di De Luca. In molti non si riconoscevano.

Non credo che si possa liquidare tutto questo come una maggioranza non sufficientemente rappresentativa.

E aggiungo un elemento: proprio per senso di responsabilità, De Luca e la maggioranza che lo sosteneva avevano dato la disponibilità a sostenere un altro candidato, se questo fosse servito ad allargare ulteriormente il consenso.

Quindi non c’è stata una chiusura.

Il problema è che l’alternativa proposta è sembrata più una provocazione che una soluzione.

Sta dicendo che qualcuno ha voluto lo scontro? Cosa c’è dietro?

Dico che quando si ha la responsabilità di guidare un partito bisogna saper leggere la realtà e non costruirla a tavolino.

E aggiungo una cosa importante: chi non vive più quotidianamente il territorio rischia di non accorgersi che il territorio è cambiato.

Sono cambiate le persone, le sensibilità, i rapporti politici. Continuare a pensare il PD di Cosenza attraverso le categorie e gli equilibri di dieci o vent’anni fa è il modo migliore per non capire il presente.

Ormai è chiaro che il Pd è spaccato almeno in due parti, in provincia di Cosenza. Non è che nelle altre province stia bene, considerato che in molte realtà è praticamente scomparso. Qualcuno sostiene che dentro il PD ci siano “progressisti” e “moderati” e che lei rappresenti la seconda categoria. Si riconosce?

No. E trovo questa lettura francamente ridicola. Il PD nasce proprio dal superamento delle vecchie appartenenze e io mi riconosco pienamente nella linea della segretaria nazionale Elly Schlein, che ha rimesso al centro i problemi concreti degli italiani: lavoro, sanità, casa, ambiente, legalità, diritti.

È su queste cose che si misura il progressismo, non sulle etichette.

Guardiamo, per esempio, chi ha firmato e sostenuto la candidatura di De Luca: ci sono dirigenti e militanti provenienti da storie politiche diverse, comprese quelle che oggi qualcuno pretende di intestarsi come “progressiste”.

Ma allora qual è il ragionamento che ha portato alla paralisi del partito?

Se il ragionamento è che nella maggioranza che sosteneva De Luca non ci sono alcuni esponenti storici come Adamo e Guccione, allora questo è vero. Ma non è una novità.

Il progressismo non è un marchio di proprietà di qualcuno: è una cultura politica che si dimostra con le scelte, la coerenza e la capacità di rappresentare i problemi delle persone. Il resto sono etichette utili soltanto a chi non ha argomenti.

Lo scontro fra le due anime del PD cosentino si era consumato già un anno fa. Ed aveva portato all’elezione di Lettieri a segretario provinciale. Ma non ha risolto i problemi.

Il gruppo attorno ad Adamo e Guccione l’abbiamo affrontato e sconfitto al congresso provinciale dello scorso anno.

A viso aperto. E da quel congresso è uscita una segreteria, quella di Lettieri, che rappresentava un cambiamento evidente negli equilibri del partito.

Non è un caso che sempre gli stessi dal giorno dopo hanno raccolto le firme per sfiduciarlo.

Purtroppo ci sono state anche debolezze nella gestione e qualche cavallo di Troia che, dall’interno, ha finito per frenare gli effetti di quel cambiamento, per il quale quella classe dirigente aveva ricevuto sostegno e fiducia.

E adesso? Come se ne esce? Nel 2027 ci saranno scadenze elettorali importanti. E voi come vi farete trovare? A litigare in eterno?

Il punto è che oggi si tenta di trasformare una normale dialettica politica in una contrapposizione tra buoni e cattivi, tra progressisti e moderati.

Io non ci sto.

E se per “progressisti” dobbiamo intendere chi organizza iniziative politiche con il presidente Occhiuto e contribuisce a far perdere la Provincia di Cosenza al centrosinistra per rancori personali o interessi particolari, allora cambierei categoria: non progressismo, ma trasformismo. Se non addirittura antipolitica.

La verità è che le vecchie etichette servono a chi non ha nuove idee.

Quindi arriverà un commissario. Su questo non c’è dubbio. Un timbro ufficiale per un partito ingestibile. Lei cosa farà?

Io sarò quel dirigente responsabile: mi metterò a disposizione del commissario.

Ma questa volta non basterà amministrare l’esistente.

Chi arriverà dovrà fare scelte chiare, nette e coraggiose. Perché il PD cosentino non ha bisogno dell’ennesimo compromesso che consenta a tutti di restare esattamente dove sono.

Ha bisogno di tornare ad avere una direzione politica, una credibilità e una prospettiva.

Il rischio è che il partito continui semplicemente a vivacchiare. E vivacchiare non serve a nessuno.

Non possiamo continuare ad assistere, ad esempio, allo spettacolo penoso che sta andando in scena a Cosenza.

E allora cosa bisogna fare? È necessario dirlo.

Il PD deve tornare a essere attrattivo per chi sta fuori dalla politica, per gli amministratori, per i giovani, per chi vuole impegnarsi senza dover appartenere a una corrente.

Sì, ok. Però deve tradurre queste frasi.

Certo. Significa anche avere il coraggio di riconoscere quando una classe dirigente non è più in grado di interpretare il proprio tempo.

Che brutte scene al Comune di Cosenza. Una rissa targata PD attorno alla figura della vicesindaca PD. Imbarazzante.

Esprimo la mia vicinanza umana alla vicesindaca di Cosenza Maria Locanto, che in queste ore è oggetto, a mio avviso, di attacchi pretestuosi e strumentali. Purtroppo vedo che gli stessi che sono andati a Roma per indicarla adesso ne chiedono volgarmente le dimissioni. Credo che il PD e il centrosinistra debbano aprire una riflessione seria su Cosenza e sul loro rapporto con la città.

Fra poco si vota al Comune capoluogo. Che si fa?

Ma non si può che ripartire da chi oggi governa la città, Franz Caruso. A tal proposito, ho condiviso in gran parte le dichiarazioni del consigliere regionale De Cicco espresse qualche giorno fa.

E cosa si fa nella provincia di Cosenza, dove regna il caos in tante realtà locali?

Occorre ripartire dalla credibilità.

Prima ancora delle alleanze, dei congressi e delle tessere, viene la credibilità del gruppo dirigente.

Nelle note diffuse in questi giorni traspare anche un attacco alla segreteria regionale. Cosa ne pensa?

Conosco la storia e l’approccio di chi da almeno vent’anni prova a condizionare i processi politici non attraverso le proprie idee o un’alternativa progettuale, ma attraverso metodi che non mi appartengono.

Se qualcuno aveva qualcosa da dire al segretario regionale, avrebbe dovuto dirlo nell’ultima Direzione regionale.

Non lo ha fatto.

Dirlo adesso, attraverso note e dichiarazioni, non è coraggio politico. È povertà politica. E, aggiungo, anche umana.

Certo che se questa è politica, siamo messi proprio male nel PD calabrese.

Io preferisco un’altra politica: quella delle responsabilità e delle scelte.

Perché alla fine è questo il punto: il PD cosentino non ha bisogno di una tregua tra gruppi dirigenti. Ha bisogno di cambiare passo.