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29/11/2025 ore 08.54
Politica

Gratteri, Craxi e l’ombra di Tangentopoli. A Perfidia la resa dei conti: chi teme davvero la separazione delle carriere?

Tra il no di Cisterna, che denuncia il rischio di trasformare il processo penale in un’arena politica, e il sì di Staiano, che vede nella riforma l’unica garanzia di equilibrio tra accusa e giudizio, il dibattito resta sospeso tra principi invocati e paure taciute

di Raffaele Florio

C’è un luogo, il venerdì sera, dove la politica smette di essere un salotto di plastica e torna ring, arena, tribunale morale.

Quel luogo si chiama Perfidia. E Antonella Grippo non lo conduce: lo governa, come una regista che sa accendere gli angoli bui e costringere gli ospiti a guardarsi allo specchio. Perché lei non modera: smonta, ricompone, aziona detonatori.

La puntata “Certo, certissimo, anzi, probabile” è stata una di quelle puntate in cui la tv non racconta l’Italia: la rivela (RIVEDI QUI LA PUNTATA).

Non è stata una puntata di talk: è stata un’indagine antropologica, un’incursione chirurgica nella coscienza collettiva italiana, messa in scena da una Grippo in stato di grazia, che maneggia politica, storia e provocazione come una funambola che sulla fune non cammina: ci danza.

Se Dickens si fosse trovato davanti a questa puntata, avrebbe fatto due cose: strappato metà dei suoi capitoli e ricominciato da capo. Perché raramente un programma televisivo riesce nel miracolo di trasformare un dibattito politico in un romanzo sociale, una seduta spiritica del potere, un teatro di maschere dove la verità, più che detta, viene inseguita con la stessa ostinazione con cui l’ispettore Javert rincorreva il suo Valjean.

La Grippo apre con una stilettata a Tucci: «Ha vinto Fico, ma se non era per il Pd… era dura per voi0187.

Un incipit alla Dürrenmatt: ironia, veleno, e una lente d’ingrandimento sulle contraddizioni di una coalizione che celebra il risultato mentre si interroga su chi abbia guidato davvero la macchina.

Tucci ci prova a tenere la barra dritta, Fazzalari invoca la responsabilità del campo largo, Staiano filosofeggia sul metapotere, e Cisterna lancia il primo monito: l’astensionismo come spettro del nuovo millennio.

Gratteri spariglia a Perfidia: «Se Craxi aveva gli attributi? Sicuramente sì»

Craxi, Gratteri e l’origine del mondo

Ma la vera mossa geniale è quando la Grippo riporta in scena Craxi, evocato come fosse un fantasma shakespeariano che ritorna per ricordare a tutti dove si è spezzata la spina dorsale della Prima Repubblica.

Staiano inciampa sulla domanda culturale: «Perché riascoltare Craxi?».

Fazzalari, con tono rasoterra e lama affilata, glielo spiega senza esitazione: perché senza Tangentopoli non si capisce nulla, né del potere né della sua degenerazione.

E aggiunge ciò che nessuno osa più dire: che trent’anni fa la giustizia, usata come ariete, ha spazzato via i partiti tradizionali.

Cisterna lo nega con eleganza chirurgica: Craxi non fu il censore, ma il primo grande autoassolto.

E qui la puntata cambia registro: diventa storia, memoria, colpa e rimozione.

È lì che la Grippo fa il salto che la distingue da tutti gli altri conduttori: punta il dito sull’origine della rotta di collisione tra politica e magistratura.

Non edulcora, non lascia sfuggire nulla.

Costringe gli ospiti a guardare dove non vogliono.

La sequenza in cui Gratteri, incalzato, ammette che Craxi «aveva le palle» è un momento che nessun archivio potrà ignorare.

Cisterna sospetta autoassoluzioni, Fazzalari vede la radice dell’abuso giudiziario degli anni ’90, Tucci ricorda che Craxi parlò al Parlamento, non ai magistrati.

Ed è qui che la Grippo fa la magia: riporta Tangentopoli non come evento, ma come trauma collettivo.

Parla del «sentimento patibolare», dell’epoca in cui la folla voleva teste, applausi, manette.

E quando snocciola il sondaggio sul referendum, il suo sguardo sembra dire: «Ragazzi, la storia torna sempre. E torna perché non l'abbiamo capita».

Il passaggio decisivo: Falcone, l’idolatria e la tentazione del mito

Altro momento da annali: la domanda a Gratteri nella puntata precedente sull’idolatria di Falcone.

In un Paese che trasforma i suoi eroi in icone pop, la Grippo compie un’operazione culturale raffinata: non denigra e non ridimensiona: restituisce umanità.

E anche qui la puntata fa un salto. Entra nella complessità.

Si allontana dalle curve dello stadio giudiziario.

Gratteri contro tutti tra riforma della giustizia e attacchi mediatici: «Il mio padrone deve ancora nascere»

Fazzalari difende Gratteri: il momento più caldo della puntata

Quando si parla di Gratteri, e del suo giudizio su Craxi, arriva il momento in cui la trasmissione cambia energia.

La Fazzalari, che non ha paura di schierarsi, difende il procuratore dalla cagnara mediatica che gli piove da mesi.

Ricorda che Gratteri è l’unico ad aver avuto il coraggio di dire che Craxi era un politico «con le palle», pur riconoscendo che quasi tutti i partiti dell’epoca erano attraversati dalla corruzione.

Non lo santifica, ma lo difende dal linciaggio mediatico e dall’ipocrisia, mettendo sul tavolo una verità scomoda: in questo Paese il coraggio non te lo perdonano mai.

Tucci e il garantismo vero: l’esempio che inchioda Conte alla realtà

E quando si passa al tema del garantismo, Tucci sgancia la bomba personale.

Racconta della sua vicenda giudiziaria che dura da sei anni, un limbo in cui qualsiasi altro leader politico lo avrebbe scaricato, nascosto, cancellato dalle candidature.

Conte invece no. Conte lo ha candidato comunque.

E Tucci lo dice senza giri di parole: questa è la prova che il garantismo, nel M5s di Conte, non è una posa, ma una linea di condotta.

Il garantismo non è citazione: è comportamento. È scelta. È rischio politico.

Mastroianni e Graziano: due editoriali, un bisturi

Poi arriva Mastroianni con il suo editoriale che è un’incisione chirurgica: Occhiuto come figura monolitica che «comanda tutto e tutti», Cirillo come presidente «grazie anche a due voti dell’opposizione», Ranuccio come presenza silenziosa.

Poi quella chiusa latina «Ordine stabilitum est» che sembra un sigillo notarile sul potere calabrese.

Mastroianni ha quella rara qualità che hanno solo alcuni intellettuali del Sud: la capacità di trasformare i fatti in geometrie, le notizie in architetture. Non ti racconta una vicenda ma ti costruisce una mappa. E chi lo ascolta, improvvisamente, capisce dove si trova.

Subito dopo il generale Graziano, che descrive l’opposizione come un fantasma parlamentare, con tre sole eccezioni.

È un editoriale che non graffia: lacera.

Anatomia finale del potere

Tucci denuncia le promesse disattese su sanità e commissariamento.

Staiano elogia l’intelligenza tattica di Occhiuto ma non gli perdona il fallimento.

Cisterna vede nelle dimissioni del presidente un avvertimento alla procura, forse l’alzata di sipario su qualcosa di molto più grande.

Fazzalari chiude scomodando il futuro: secondo lei, Occhiuto è pronto a un salto nazionale.

La puntata termina, ma l’eco no.

Resta la sensazione di aver assistito non a una trasmissione, ma a una seduta psicoanalitica della politica italiana, diretta da una Grippo che più che conduttrice sembra la psichiatra dell’inconscio pubblico.

Perfidia è un romanzo vivente

Alla fine, ciò che resta è un’immagine: la Grippo che cammina tra i temi come farebbe Balzac tra i suoi personaggi: osservandoli, sfidandoli, ridendoci sopra, dissezionandoli.

È questo il segreto: non è un talk. È un romanzo settimanale del potere italiano. E la Grippo ne è l’autrice più spietata, più brillante, più necessaria.