Politica fragile, sanità in crisi e sviluppo fermo al palo: Calabria laboratorio del fallimento?
Dalla gestione del potere alle inefficienze strutturali, passando per la fuga dei giovani e i servizi carenti: il ritratto di una regione sospesa tra criticità croniche e potenzialità inespresse
C’è una domanda che torna ciclicamente, quasi fosse un rito stanco e inevitabile: la Calabria ha ancora speranze? Non è una provocazione sterile, ma il riflesso di una realtà che, anno dopo anno, sembra incancrenirsi invece di evolvere.
La fotografia è impietosa. Una classe politica che, salvo rare eccezioni, appare sempre più concentrata sulla gestione del potere che sulla soluzione dei problemi. Il lessico è noto: indennità, rimborsi, interpretazioni “elastiche” delle norme. Escamotage legali che, pur restando formalmente entro i confini della legge, tradiscono lo spirito del servizio pubblico. E mentre si discute di questi dettagli, i cittadini restano spettatori di un sistema che sembra autoreferenziale.
Le inchieste sull’uso disinvolto delle risorse pubbliche non sono più scandali isolati, ma episodi ricorrenti. Non fanno quasi più notizia. E questo è forse il segnale più grave: l’assuefazione. Quando l’eccezione diventa regola, il confine tra lecito e opportuno si dissolve.
Nel frattempo, le promesse si accumulano. Piani di rilancio, strategie di sviluppo, annunci di svolta. Ma troppo spesso restano parole. La precarietà, invece, è concreta. Aumenta tra i giovani, che continuano a lasciare la regione, e tra chi resta, costretto a vivere in un equilibrio fragile tra lavori intermittenti e assenza di prospettive.
Il divario tra ricchi e poveri si allarga, seguendo una dinamica che non è solo calabrese ma qui assume tratti più marcati. Il clientelismo, poi, sembra sopravvivere a ogni stagione politica, adattandosi, cambiando forma, ma restando sostanzialmente intatto. Un meccanismo che soffoca il merito e alimenta sfiducia.
E poi c’è la sanità, il nervo scoperto. Commissariamenti, piani di rientro, tavoli tecnici: se ne parla ogni giorno, ma i cittadini continuano a fare i conti con liste d’attesa interminabili, servizi carenti e una mobilità sanitaria che svuota ulteriormente le casse regionali. È un sistema che sembra reggere più per inerzia che per progettualità.
Sul fronte infrastrutture, il copione è sempre lo stesso: grandi annunci, cantieri che tardano a partire, opere che si arenano. E il turismo, risorsa potenzialmente straordinaria, viene spesso affidato a iniziative dell’ultimo minuto, senza una visione strategica capace di trasformare un patrimonio naturale e culturale in sviluppo stabile.
Eppure, ridurre tutto a una narrazione di declino sarebbe troppo facile. La Calabria non è solo la sua classe dirigente. È anche una terra di energie diffuse, di competenze, di imprenditori e professionisti che resistono, spesso controcorrente. Il problema è che queste energie restano isolate, non diventano sistema.
La vera domanda, allora, non è se la Calabria abbia speranze. Ma se esista la volontà – politica e civile – di rompere un equilibrio che, pur essendo inefficiente, continua a garantire rendite di posizione a chi lo alimenta.
Finché questa volontà non si tradurrà in atti concreti, ogni speranza rischierà di restare, ancora una volta, solo un titolo. Provocatorio, certo. Ma sempre più vicino alla realtà.