Pomicino e i proiettili di piombo firmati Geronimo: il fantasma della Prima Repubblica tra inchiostro e potere
‘O Ministro se n’è andato e con lui un pezzo di politica che non c’è più contenuto (anche) nel suo racconto dei palazzi romani sulle colonne dei quotidiano nazionali. Penna affilata e citazioni coltre per travestire da corsaro dell’informazione l’ultimo dei mohicani di piazza del Gesù
L’odore era quello delle sigarette fumate nei corridoi, tra un faldone di bilancio e una congiura di Palazzo. O forse era solo l’odore di un’epoca che se ne andava, trascinandosi dietro i suoi segreti e le sue maschere. Paolo Cirino Pomicino è morto. Portandosi via quell’ultimo lembo di Democrazia Cristiana che non chiedeva scusa a nessuno, men che meno ai posteri. Ma mentre il politico riposa, è il suo spettro di carta a reclamare spazio. Geronimo. Un nome che sapeva di polvere da sparo e di prateria, scelto da un uomo che la prateria l’aveva asfaltata con la spesa pubblica e il cemento delle grandi opere.
Era un gioco di specchi. Pomicino scriveva di Pomicino, o meglio, Geronimo scriveva di ciò che Pomicino vedeva dal buco della serratura del potere vero. Non quello sbandierato sui social, ma quello dei silenzi prima dei voti di fiducia. Lo pseudonimo non serviva a nascondersi (tutti sapevano chi impugnava la penna) ma a sdoppiarsi. Gli permetteva di essere l’anatomopatologo di un sistema di cui era, allo stesso tempo, il chirurgo primario.
Le sue righe su “Il Giornale” o “Libero” non erano semplici editoriali, ma proiettili di piombo tipografico. Usava la punteggiatura come un’arma impropria. Frasi brevi. Secche. Come sentenze del Tribunale della Storia scritte su un tovagliolo di carta al ristorante “Fortunato al Pantheon”. Alternava l’invettiva a periodi lunghi, sinuosi, carichi di incisi e citazioni colte, quasi a voler stordire l’avversario con la superiorità dialettica di chi ha letto i classici mentre gli altri leggevano i sondaggi. Una prosa sporca di realtà, densa di quel pragmatismo campano che non s’incrosta mai di idealismi d’accatto.
In “Dietro le quinte”, la sua scrittura diventava un documentario d’osservazione in presa diretta. Non c’era la polvere dorata della nostalgia. C’era il grasso degli ingranaggi. Geronimo raccontava la Prima Repubblica come un organismo vivente, con le sue febbri e le sue guarigioni miracolose. Rivendicava l’eredità della corrente andreottiana con una ferocia intellettuale che lasciava senza fiato i nipotini della politica liquida. Per lui, il potere era una cosa seria. Una liturgia che richiedeva sangue, sudore e una memoria d’acciaio.
C’era una certa voluttà nel suo modo di descrivere i palazzi romani. Li sentiva suoi. Ne conosceva ogni scricchiolio, ogni doppia entrata, ogni botola. Quando scriveva, sembrava di sentire il rumore dei tacchi sul marmo e il brusio delle segreterie telefoniche che registravano i destini della nazione. Non usava mai termini asettici. Se doveva descrivere un tradimento, non parlava di “cambio di rotta”, ma di coltelli che cercavano la schiena. Se doveva analizzare una manovra economica, ne sentiva il sapore metallico, l’urto contro le tasche della gente, la carne viva dei numeri.
Il paradosso di Geronimo era la sua libertà. Paradossale, sì, per un uomo che era stato al centro di ogni trama possibile. Eppure, protetto da quel nome da capo indiano, Pomicino si toglieva il doppiopetto ministeriale e si sporcava le mani con l’inchiostro. Era una vendetta continua contro la semplificazione. Detestava la politica urlata, quella dei balconi e dei tweet. La sua era una penna che scavava, che cercava il nervo scoperto della modernità per irriderla con la saggezza cinica di chi ha visto passare troppi funerali politici per credere ancora alle rinascite.
Era l’ultimo dei mohicani di Piazza del Gesù, travestito da corsaro dell'informazione. Un osservatore che non stava a guardare dalla riva, ma che si tuffava nel fango per dimostrare che, in fondo, quel fango lo aveva inventato lui. E lo faceva con una grazia spietata, con un’ironia che sapeva di zolfo e incenso. Non cercava il consenso. Cercava il riconoscimento del rango. Voleva che il lettore sentisse il peso della storia, quella vera, fatta di compromessi necessari e di ambizioni sfrenate, lontana anni luce dalla purezza di facciata dei tempi nuovi.
Ora che la penna di Geronimo è rimasta sul tavolo e “'O Ministro” è uscito di scena, resta un vuoto di stile. Resta la sensazione che la politica abbia perso l'ultimo che sapeva ancora come si scrive un segreto senza rivelarlo del tutto. Chissà se, nell’aldilà che spetta ai democristiani di ferro, Pomicino ha già trovato un nuovo pseudonimo per commentare le nuvole. O se invece, fedele al suo personaggio, stia già trattando con il destino per avere l'ultima parola, magari con una nota a margine, breve e tagliente, firmata con un’iniziale che nessuno oserà mai cancellare.
Del resto, il potere non muore mai davvero. Cambia solo pelle, in attesa che qualcuno, con la stessa cattiveria sapiente, decida di rimettersi a scriverne le cronache dalla penombra.
*Documentarista Unical