Primarie, opportunità o trappola? Il centrosinistra diviso tra leadership, regole e identità
Tra ipotesi di “federatori” e candidature alternative, il dibattito resta bloccato sui nomi mentre il nodo centrale, il programma politico, rimane sullo sfondo
Il treno delle primarie accelera, ma c’è chi tira il freno d’emergenza. Nel centrosinistra il dibattito sulla leadership si trasforma ogni giorno di più in un terreno scivoloso, dove il rischio di una frattura interna appare concreto. L'ultimo, in ordine di tempo, a sollevare l’allarme è stato Romano Prodi, che ha liquidato l’ipotesi di una competizione immediata come un “giochino pericoloso, deleterio”. Il timore è chiaro: una guerra fratricida che finirebbe per rafforzare Giorgia Meloni.
Parole che pesano e che intercettano un malessere diffuso, soprattutto dentro il Partito Democratico. L’apertura alle primarie di coalizione avanzata da Giuseppe Conte, arrivata a urne referendarie ancora aperte, ha colto di sorpresa (oltre ad indispettire) più di un dirigente dem. Non pochi leggono quella mossa come un tentativo di mettere in difficoltà Elly Schlein, proprio mentre il partito prova a consolidare la sua leadership. Eppure, il campo si allarga. Tra disponibilità annunciate e candidature potenziali, si affaccia una pluralità di nomi: da Ernesto Maria Ruffini ad Alessandro Onorato. Ma più crescono gli aspiranti, più si rafforza la sensazione che manchi una regia.
Il ritorno del “federatore”
È in questo vuoto che riemerge una figura che sembrava archiviata: il federatore. A rilanciarla è stata Rosy Bindi, che propone una soluzione radicale quanto evocativa: un “papa straniero”, capace di mediare tra le ambizioni dei leader e costruire una sintesi politica. Dietro l’immagine, tutt’altro che neutra, si intravede una sfiducia nella capacità degli attuali protagonisti di guidare da soli il cosiddetto campo largo. Non a caso, i nomi che circolano con più insistenza sono quelli di Pierluigi Bersani e Paolo Gentiloni, figure che godono di una credibilità trasversale. Ma, almeno per ora, si tratta solo di suggestioni: nessun contatto ufficiale, nessuna disponibilità dichiarata. Sul tavolo resta anche l’ipotesi Gaetano Manfredi, indicato da più parti come possibile punto di equilibrio tra Pd e Movimento 5 Stelle. Un profilo amministrativo, capace di tenere insieme esperienze diverse, ma che avrebbe bisogno di una convergenza politica oggi tutt’altro che scontata.
Schlein chiude, il partito si divide
La linea della segretaria dem è netta: niente scorciatoie, niente figure calate dall’alto. «O si fa come la destra, chi prende un voto in più guida, oppure si fanno le primarie». Nessuna terza via. Una posizione che però non trova un consenso unanime. C’è chi, come Ilaria Salis, considera le primarie non necessarie in questa fase, privilegiando una lettura più pragmatica dei rapporti di forza. E chi, come Clemente Mastella, le boccia senza appello, puntando tutto su un accordo diretto tra leader. Nel mezzo, il Partito Democratico fatica a trovare una sintesi. E mentre il confronto si concentra su regole e leadership, resta sullo sfondo il tema più urgente: il programma.
Il rischio di una discussione “lunare”
A sottolinearlo è anche il senatore dem Filippo Sensi, che invita a riportare il dibattito sui contenuti. «Le primarie fanno parte del nostro DNA, ma oggi la discussione è un po’ lunare: non sappiamo quando si voterà né con quale legge elettorale». Un punto decisivo. Perché l’incertezza sulle regole del gioco condiziona ogni scelta strategica. Se il sistema restasse invariato, la candidatura di Elly Schlein (segretaria del partito a vocazione maggioritaria del centrosinistra) apparirebbe naturale. Ma un eventuale cambiamento potrebbe rimescolare completamente le carte, imponendo decisioni rapide e condivise.
Da un lato, la spinta alle primarie come strumento di legittimazione democratica. Dall’altro, la paura che si trasformino in un boomerang. Il rischio, sempre più concreto, è che la discussione sulle regole finisca per soffocare quella sui contenuti. E che, mentre si cerca chi debba guidare la coalizione, resti irrisolta la domanda più importante: per fare cosa.