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03/10/2026 ore 17.57
Politica

Proteste in Calabria, dalle accuse di Wanda Ferro al diritto di manifestare: il ruolo dello Stato tra legalità e dissenso

Dalle mobilitazioni degli agricoltori ai riferimenti della sottosegretaria all'Interno alle possibili infiltrazioni criminali. Una riflessione sulla responsabilità delle istituzioni, sulla funzione rieducativa della pena e sulla necessità di distinguere gli illeciti dalle rivendicazioni sociali

di Ernesto Mastroianni

La Calabria dei trattori, dei camion, dei presìdi e della rabbia ha ormai smesso di essere una fotografia episodica della crisi agricola per trasformarsi in una domanda politica che il Governo dovrà necessariamente affrontare. Da Pizzo a Rosarno, da Davoli a Cosenza, la protesta contro il caro carburanti ha portato sulle strade una parte del mondo produttivo che denuncia l’insostenibilità dei costi e l’erosione progressiva dei margini di sopravvivenza delle proprie imprese. La mobilitazione ha prodotto anche disagi alla circolazione e, in alcuni momenti, tensioni con le forze dell’ordine: fatti che devono essere accertati, regolati e, qualora configurino illeciti, perseguiti secondo legge.

Fin qui, il terreno è quello ordinario di ogni democrazia: una rivendicazione sociale entra nello spazio pubblico, incontra le istituzioni, può degenerare in comportamenti illegali e deve essere governata attraverso gli strumenti dello Stato di diritto.

Il problema nasce quando il linguaggio istituzionale comincia a sovrapporre categorie differenti.

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La sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro, intervenendo sulla mobilitazione, ha parlato di proteste che in alcuni casi sarebbero «degenerate in azioni illegali», riferendo inoltre di «segnalazioni di infiltrazioni» e, in alcune circostanze, persino della criminalità organizzata. Nella medesima nota ha richiamato la presenza mediatica di «diversi condannati per reati ambientali, truffe o altro», sostenendo che tali soggetti «nulla possono aver a che fare con i sani principi che contraddistinguono i nostri agricoltori e pescatori».

Sono parole che meritano di essere analizzate con estrema attenzione proprio perché provengono da una sottosegretaria al Ministero dell’Interno.

La sicurezza dello Stato richiede fermezza. La fermezza, tuttavia, non coincide con la generalizzazione. Un conto è affermare che un determinato comportamento integra un illecito, un altro è trasferire la responsabilità di quel comportamento sull’intera mobilitazione. Un conto è segnalare, sulla base di elementi investigativi verificabili, un’eventuale infiltrazione criminale; altro conto è evocare la criminalità organizzata come spettro politico-mediatico mentre migliaia di cittadini discutono di carburanti, costi di produzione, redditività agricola e futuro delle proprie aziende. La differenza è istituzionale.

Cosa dovrebbe fare, dunque, un sottosegretario? 

Dovrebbe, anzitutto, separare con chirurgica precisione ciò che appartiene alla protesta legittima da ciò che appartiene all’illecito. Dovrebbe garantire l’ordine pubblico, ascoltare le ragioni sociali che stanno alimentando la mobilitazione, coordinare le strutture competenti, acquisire informazioni attendibili sulle eventuali infiltrazioni e, qualora emergano responsabilità penali, lasciare che siano le autorità competenti ad accertarle.

Soprattutto, dovrebbe parlare a nome delle istituzioni senza trasformare una categoria sociale in un soggetto da rassicurare sulla propria rispettabilità.

La politica dovrebbe riuscire a dire contemporaneamente due cose: la legge deve essere rispettata e la protesta deve essere ascoltata. Le due affermazioni non si escludono. Anzi, appartengono alla medesima grammatica dello Stato costituzionale.

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La protesta può essere scomoda. Può persino arrecare disagi. Può assumere forme che l’autorità pubblica deve impedire quando oltrepassano il confine della legalità. Ma la risposta istituzionale dovrebbe sempre interrogarsi sulle ragioni che hanno condotto migliaia di persone a portare i propri mezzi di lavoro sulle strade.

Il mondo agricolo calabrese non sta discutendo soltanto di qualche centesimo in più al litro. Sta mettendo sul tavolo il problema della sostenibilità economica di un comparto che deve affrontare carburanti, energia, materie prime, costi di produzione e una forbice spesso difficilmente governabile tra quanto viene riconosciuto al produttore e quanto il consumatore paga sul mercato. La cronaca di questi giorni racconta una protesta che ha ormai coinvolto agricoltori, allevatori, autotrasportatori, commercianti, pescatori e altri lavoratori.

Liquidare tutto questo attraverso la lente dell’ordine pubblico sarebbe una semplificazione. E la semplificazione, in politica, può diventare una forma di sordità, soprattutto quando giunge da esponenti della prima fila politica. 

C’è poi un secondo punto, ancora più delicato: il riferimento ai condannati.

Se una persona condannata commette oggi un nuovo reato, risponde del nuovo reato. Se una persona sottoposta a una condanna viola oggi la legge, risponde della violazione. Se una persona ha invece scontato la propria pena e partecipa a una manifestazione, il suo passato giudiziario, da solo, non può trasformarsi in una condanna perpetua all’esclusione dalla vita civile.

La Costituzione italiana, all’articolo 27, stabilisce che «le pene [...] devono tendere alla rieducazione del condannato».

La parola decisiva è proprio questa: rieducazione.

Una pena che finisse per accompagnare l’individuo per tutta la vita, anche dopo l’espiazione della sanzione, produrrebbe una contraddizione radicale rispetto alla propria finalità costituzionale. Se chi ha scontato la pena resta per sempre un cittadino di serie B, quale significato avrebbe il reinserimento sociale?

Cesare Beccaria aveva già individuato, con straordinaria modernità, il rapporto tra libertà, legge e persona. Nella sua celebre opera: "Dei delitti e delle pene" scrive: «Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che, in alcuni eventi, l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa».

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La citazione, naturalmente, non assolve nessuno e non cancella alcuna responsabilità penale. Ricorda qualcosa di più importante: lo Stato giudica le condotte attraverso la legge; non dovrebbe costruire categorie umane permanentemente marchiate dalla colpa.

Per questo la domanda «era un pregiudicato?» non può diventare automaticamente la domanda conclusiva.

Bisognerebbe chiedere: ha scontato la sua pena? Ha commesso un illecito durante questa protesta? Quale ruolo ha avuto? Quali fatti concreti gli vengono contestati?

Sono domande molto meno spettacolari, ma infinitamente più serie.

La democrazia non consiste nell’ignorare i precedenti penali. Consiste nel non trasformarli in una scorciatoia narrativa capace di sostituire l’accertamento dei fatti.

Hannah Arendt, riflettendo sulla condizione politica dell’uomo moderno, parlava del «diritto ad avere diritti», formula che nella sua formulazione più ampia riconduce il diritto dell’individuo alla stessa appartenenza all’umanità.

È una prospettiva che dovrebbe tornare utile proprio quando il dibattito pubblico precipita nella tentazione di catalogare le persone secondo il loro passato.

Persino chi ha sbagliato appartiene alla comunità politica dopo avere scontato la pena prevista dall’ordinamento, salvo le specifiche conseguenze giuridiche che la legge ancora gli attribuisca. La rieducazione prevista dalla Costituzione avrebbe ben poco senso se la società dovesse rispondere: hai pagato, ma per noi resterai per sempre quello che hai fatto.

E allora la questione diventa persino più ampia.

Qual è il compito della politica davanti a una piazza arrabbiata?

Non quello di stabilire quali manifestanti siano abbastanza rispettabili per meritare ascolto.

Non quello di distribuire patenti morali.

Non quello di sostituire l’accertamento giudiziario con l’etichetta mediatica.

Il compito della politica consiste nel governare il conflitto.

Norberto Bobbio definiva la democrazia, nella sua formulazione minima, come un metodo per assumere decisioni collettive fondato sulla partecipazione e sulla libera discussione.  E in un altro suo ragionamento ricordava che uno degli scopi fondamentali delle regole democratiche consiste nel predisporre rimedi allo sbocco violento dei conflitti sociali.

È precisamente qui che dovrebbe collocarsi la responsabilità di chi esercita una funzione di Governo.

La protesta va contenuta quando travalica la legge. La protesta va ascoltata quando esprime una sofferenza sociale. Le infiltrazioni criminali, qualora documentate, vanno contrastate senza esitazioni; i cittadini responsabili di reati devono rispondere delle proprie condotte. Tutto insieme. Senza scorciatoie.

Perché il vero rischio, in una stagione di crescente esasperazione sociale, consiste proprio nell’innalzare un muro linguistico tra le istituzioni e coloro che protestano.

Un agricoltore che blocca illegalmente una strada deve rispondere del blocco.

Un agricoltore che denuncia il prezzo del gasolio merita una risposta sul prezzo del gasolio.

Un eventuale criminale infiltrato nella protesta deve essere individuato attraverso le indagini.

Un ex detenuto che ha scontato la propria pena e oggi lavora, protesta e conduce la propria vita deve essere giudicato per ciò che fa oggi, nei limiti delle conseguenze giuridiche ancora previste dalla legge, non eternamente confinato nella propria biografia giudiziaria.

Questa distinzione dovrebbe essere il minimo sindacale del linguaggio istituzionale.

La Calabria, in queste ore, sta mostrando una fotografia più complessa di quella che emerge dalla semplice immagine dei trattori davanti agli svincoli. La protesta può avere forme discutibili, può generare disagi e può richiedere interventi dell’autorità. Ma dietro il rumore dei motori esiste una domanda politica autentica: quanto può ancora costare produrre prima che produrre smetta di essere economicamente possibile?

È a questa domanda che un Governo dovrebbe rispondere.

Con numeri, provvedimenti, tavoli di confronto, misure concrete, controlli e responsabilità.

La criminalità, quando esiste, si combatte con le indagini.

L’illegalità si persegue con la legge.

La protesta si governa con l’autorevolezza.

La sofferenza sociale si affronta con la politica.

Confondere questi quattro piani significa rendere più difficile proprio ciò che un’istituzione dovrebbe perseguire: riportare il conflitto dentro le regole della democrazia.

E forse la domanda più seria, oggi, non riguarda soltanto gli agricoltori.

Riguarda lo Stato.

Quando una piazza protesta, lo Stato deve certamente ascoltare ciò che accade.

Ma deve soprattutto dimostrare di saper distinguere il reato dal dissenso, il dissenso dalla rabbia, la rabbia dalla disperazione e la disperazione dalla criminalità.

Altrimenti il rischio è che, mentre i trattori restano fermi sulle strade, a muoversi sia soltanto il linguaggio della contrapposizione.

E quello, nella storia delle democrazie, raramente ha condotto a qualcosa di buono.