Ranucci lascia Report con gli scatoloni: vent’anni di inchieste finiscono tra le polemiche Rai
Sigfrido Ranucci svuota il suo ufficio di via Teulada e affida ai social il commiato dopo circa 500 puntate. La rimozione dalla conduzione, lo scontro disciplinare e la battaglia giudiziaria riaccendono il confronto sull’autonomia del servizio pubblico
Vent’anni di giornalismo d’inchiesta possono finire dentro alcuni scatoloni. Sigfrido Ranucci lascia la redazione di Report, nella sede Rai di via Teulada, e sceglie di raccontare il proprio addio attraverso un video pubblicato sui social, accompagnato da parole che mescolano amarezza, orgoglio professionale e una promessa di ritorno. Non è soltanto il commiato di un volto storico della televisione pubblica, ma l’ultimo capitolo di uno scontro che ha coinvolto i vertici della Rai, il tribunale del Lavoro e il futuro di una delle trasmissioni più discusse del panorama televisivo italiano.
«Finisce una storia durata vent’anni», scrive il giornalista, ricordando le circa cinquecento puntate alle quali ha lavorato. Gli oggetti raccolti, i documenti e i ricordi diventano così il simbolo di una separazione maturata dopo mesi di tensioni, culminate nella decisione aziendale di rimuoverlo dalla conduzione e dal ruolo di capo autore del programma.
Dalla rimozione al ricorso: lo scontro con la Rai
La rottura prende forma alla fine di agosto, quando la Rai decide di sollevare Ranucci dalla guida di Report, sullo sfondo delle contestazioni riguardanti anche i suoi rapporti con Valter Lavitola. Una vicenda complessa, nella quale si intrecciano questioni disciplinari, rapporti professionali e valutazioni aziendali che il giornalista ha contestato attraverso i propri legali.
Il confronto approda davanti al tribunale del Lavoro di Roma, chiamato a pronunciarsi sul ricorso cautelare presentato per ottenere il reintegro. Il mancato accoglimento della richiesta urgente lascia ferma, in questa fase, la decisione aziendale, senza rappresentare necessariamente una pronuncia definitiva su tutti gli aspetti della controversia.
Nel frattempo arriva anche una sospensione disciplinare di dieci giorni, motivata dalla Rai attraverso quattro contestazioni. La difesa di Ranucci annuncia l’intenzione di impugnare il provvedimento, contestandone presupposti e modalità.
Gli scatoloni, l’amarezza e la promessa di tornare
Nel messaggio che accompagna il video, Ranucci non nasconde la durezza del momento. Dice di aver immaginato diversi scenari per la conclusione della propria esperienza, ma di non aver previsto modalità che definisce «mostruose». Rivendica le scelte compiute e sostiene che le rifarebbe, richiamando la difesa dei principi professionali, dell’informazione libera e della funzione del servizio pubblico.
Il giornalista sceglie anche una colonna sonora dal forte valore simbolico, L-O-V-E di Nat King Cole, collegandola al ricordo di un funerale in Francia durante il quale il dolore si trasformò in un momento collettivo di partecipazione. È l’immagine attraverso la quale prova a raccontare il proprio stato d’animo: trasformare una separazione dolorosa nella possibilità di ricominciare.
Resta soprattutto il rammarico per non aver potuto salutare gli spettatori dallo studio della trasmissione che ha contribuito a rendere riconoscibile. Il congedo arriva attraverso i social, con un ringraziamento al pubblico e la promessa di rivedersi.
Report, tensione in Rai sul futuro di Ranucci: il retroscena del «se torna lui ce ne andiamo noi» e la replica del CdrIl caso Report e la questione dell’autonomia editoriale
La vicenda supera inevitabilmente i confini di una controversia lavorativa. Report ha costruito una parte importante della propria identità attraverso inchieste su politica, economia, poteri pubblici e privati, alimentando negli anni confronti accesi, critiche e richieste di chiarimento. Un’attività giornalistica che, proprio per la delicatezza dei temi affrontati, ha spesso collocato la trasmissione al centro del dibattito nazionale.
La Rai rivendica il diritto e la responsabilità di assumere decisioni organizzative e disciplinari nei confronti dei propri dipendenti. Dall’altra parte, Ranucci contesta i provvedimenti e richiama il valore dell’indipendenza professionale. Due piani che devono essere tenuti distinti: la legittimità delle decisioni aziendali appartiene alla valutazione giuridica, mentre il loro impatto sull’autonomia editoriale riguarda anche il dibattito pubblico.
Sarebbe improprio considerare automaticamente ogni provvedimento disciplinare come una forma di censura. Sarebbe altrettanto riduttivo, tuttavia, ignorare le domande che una separazione tanto controversa pone sul rapporto fra governance aziendale, pluralismo e giornalismo d’inchiesta.
La Rai dopo Ranucci: la domanda che resta
Il video degli scatoloni segna la conclusione di un rapporto professionale con la redazione di Report, ma non chiude necessariamente la controversia né chiarisce quale sarà il futuro del giornalista. Rimangono aperti gli interrogativi sulle successive iniziative legali, sul suo percorso professionale e sull’evoluzione del programma.
La questione centrale, però, riguarda anche il servizio pubblico. La credibilità di una televisione finanziata dai cittadini non si misura soltanto attraverso gli ascolti o la popolarità dei suoi conduttori, ma nella capacità di garantire regole trasparenti, autonomia professionale e responsabilità editoriale, anche quando le inchieste provocano reazioni e controversie.
Ranucci porta via i suoi ricordi, mentre la Rai conserva il compito di spiegare attraverso le proprie decisioni quale equilibrio intenda costruire tra autorità aziendale e indipendenza dell’informazione. Gli scatoloni chiudono una stagione personale. Le domande sul futuro del giornalismo d’inchiesta nel servizio pubblico, invece, restano aperte.