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15/02/2026 ore 12.07
Politica

Referendum: continua la remontada dei No, intanto Meloni prova a fare di tutto per non politicizzare il voto

La premier non vuole fare la fine di Renzi, ma il valore politico del quesito va oltre il destino della magistratura italiana. Così per ora sta in silenzio, interverrà solo negli ultimi quindici giorni per invitare gli elettori del centrodestra (ad oggi molto disinteressati) ad andare a votare

di Massimo Clausi
Giorgia Meloni

Quando mancano 40 giorni al referendum sulla giustizia il dibattito si fa sempre più serrato. Da una parte sola, per la verità. Quella del No che sente nell’aria la possibilità di una remuntada. Gli ultimi sondaggi dicono che i contrari alla riforma stanno guadagnando terreno e con una scarsa partecipazione al referendum ci potrebbe essere un risultato fino a poco tempo fa insperato.

I sondaggi agitano in particolari i sonni del Governo che guardano con apprensione i numeri. Giorgia Meloni non vuol certo fare la fine di Renzi e da tempo dice che non vuole politicizzare una riforma che per lei è di civiltà. Si tratta ovviamente di un artificio retorico visto che in Parlamento la riforma è andata avanti spedita a colpi di fiducia. Non solo appare abbastanza paradossale questo tentativo di sottrarsi al giudizio popolare su una delle tre grandi riforme volute dal Governo (le altre sono l’autonomia differenziata e il premierato come tutti sanno).

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Il centrosinistra sa benissimo che la posta in gioco va oltre l’unitarietà della magistratura e tratta il referendum come un plebiscito su Giorgia Meloni. Tutti schierati quindi a spingere per il No, con un fronte trasversale che ricorda un po’ quello sull’autonomia differenziata. Non a caso per il No pare essersi schierata anche la Cei. Il CorSera ha dato notizia che il suo vicepresidente, il nostro Monsignor Francesco Savino, parteciperà al XXV congresso di Magistratura Democratica. Secondo il programma sarà fra i relatori del dibattito “L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo”, a soli nove giorni dal voto referendario.

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A fronte di tutto questo attivismo nel centrodestra di Governo c’è solo Forza Italia che prova a tenere alta la bandiera del Sì, basti pensare alle reazioni alle parole di Gratteri che hanno coinvolto tutti da Tajani a Gasparri, da Mulè fino a Roberto Occhiuto. La Meloni, invece, preferisce parlar d’altro come le Olimpiadi o il centrale caso “Pucci” a Sanremo.

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Le indiscrezioni da Roma dicono che su di lei ci sia un forte pressing per una discesa in campo più visibile, ma la premier non ci tiene molto a fare la fine di Renzi. Ha assicurato ai suoi compagni di partito e agli alleati che si muoverà a quindici giorni dal voto, quelli decisivi. Lo farà soprattutto per mobilitare gli elettori al voto, visto che quelli di centrodestra sembrano meno motivati degli altri. Secondo il Corriere della Sera lo farà soprattutto nelle regioni dove il Sì ha percentuali molto alte, come la Calabria.

Insomma la Meloni per non farsi triturare da eventuali sorprese nelle urne terrà un profilo basso, senza entrare a gamba tesa nel merito del quesito. Magari quello lo lascerà fare al suo Guardasigilli, Carlo Nordio. Questi ha rilasciato una lunga intervista al Foglio dal titolo “Come smontare il gratterismo” e dove, ovviamente, dice che questa non è una riforma di destra. Dal quartier generale di Fratelli d’Italia la preoccupazione però è evidente e in direzione si stanno decidendo una serie di contromosse comunicative per smontare dice un senatore calabrese «le fake news del fronte del No».

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