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03/02/2026 ore 17.54
Politica

Referendum, i quasi 5 milioni di fuorisede non potranno votare: così un diritto viene ridotto a variabile politica

Il governo esclude studenti e lavoratori cancellando di fatto un voto già sperimentato con successo in passato. La scelta, motivata da presunti limiti tecnici, costringe i cittadini a tornare al Comune di residenza, creando disuguaglianze di partecipazione e riducendo la qualità democratica

di Luca Falbo

Il governo esclude studenti e lavoratori fuori sede dal voto per il referendum sulla giustizia. Dopo due sperimentazioni riuscite, la scelta di non riproporre il voto nel Comune di domicilio per chi studia o lavora lontano da casa suona come una marcia indietro che pesa su circa 5 milioni di persone. Non è una questione “tecnica”: è una decisione politica che restringe la partecipazione.

Cosa è successo

Nel decreto Elezioni ora all’esame del Parlamento non compare l’estensione del voto fuorisede per il referendum sulla riforma della giustizia. In Commissione Affari costituzionali sono stati bocciati tutti gli emendamenti delle opposizioni che puntavano a reintrodurlo. La Sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro ha parlato di “questioni tecniche” e “tempi” non compatibili, aprendo genericamente alla possibilità di un futuro decreto ad hoc. Tradotto: per il referendum, chi è lontano dal Comune di residenza dovrà tornare a casa a proprie spese e nei tempi della consultazione.

Gli stessi “tempi” avrebbero consentito di inserire la norma quando il decreto è stato varato. La decisione di non farlo comporta un effetto noto: esclude dalla partecipazione una platea di cittadini che, per definizione, ha vincoli economici e logistici maggiori (studenti, turnisti, lavoratori a termine, personale sanitario, chi fa stage o dottorati). In un Paese con alti tassi di astensione, la scelta di alzare il costo (tempo e denaro) del voto a una parte del corpo elettorale riduce l’affluenza per disegno, non per caso.

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Il voto fuorisede non è un’ipotesi astratta. È stato già sperimentato alle Europee 2024 (inizialmente per gli studenti) e Referendum 2025 (esteso anche ai lavoratori).

In entrambi i casi, la procedura ha funzionato: si votava nel Comune di domicilio, con controlli e registri centralizzati. Oggi, di fronte a un referendum costituzionale, fare un passo indietro significa regredire rispetto a uno standard di accesso già testato.

Senza voto fuorisede, l’esercizio del diritto dipende da due variabili non costituzionali: Reddito: chi può, compra biglietti e rientra; chi non può, rinuncia. Flessibilità lavorativa: chi ha turni o contratti rigidi spesso non ottiene permessi o non può sostenere viaggi lampo.


Risultato: il diritto di voto diventa asimmetrico e produce una distorsione sociale—non votano di più i convinti, votano di più i residenzialmente stabili e i meno vincolati.

A posteriori, il governo lascia intendere che “si potrà riflettere” su un decreto ad hoc. Bene, ma i tempi sono ora. Senza una norma chiara prima dell’approdo in Aula, il referendum sulla giustizia si celebrerà con una parte rilevante di cittadini tagliata fuori. Richiamare la tecnica dopo aver avuto mesi per intervenire equivale a scaricare responsabilità politiche sul calendario.

Non si tratta di un favore alle opposizioni né di un cavillo organizzativo. È la qualità della democrazia. Ridurre il perimetro degli aventi diritto per scelta—e dopo averne ampliato l’accesso in passato—comunica due cose: paura della partecipazione e disprezzo del principio di eguaglianza. Se votare diventa una questione di geografia e portafoglio, non siamo più davanti a un problema logistico: siamo davanti a un regresso democratico.

Il governo può ancora correggersi con un provvedimento d’urgenza che ripristini il voto fuorisede per studenti e lavoratori almeno per il referendum in arrivo. Ogni giorno perso consolida l’idea che questa sia una scelta consapevole di escludere una parte del Paese dal voto. La democrazia non teme chi partecipa; la pretende. Senza alibi. Senza eccezioni.

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