Riforma dello Statuto, la minoranza presenta l’istanza per il referendum ma l’iter si blocca: scontro in Regione
La richiesta di consultazione popolare è stata depositata da sette consiglieri regionali ma è subito stata stoppata per contrasti con la normativa vigente: «Viene impedito ai cittadini di scegliere». Bruno: «Democrazia negata»
Non solo uno stop procedurale, ma uno scontro politico aperto che investe il cuore delle istituzioni regionali. La richiesta di referendum sulla riforma dello Statuto si arena negli uffici del Segretariato generale del Consiglio regionale della Calabria dopo un lungo pomeriggio segnato da tensioni e verifiche tecniche, trasformato in una vera e propria partita a scacchi.
Ieri pomeriggio i consiglieri regionali Ernesto Alecci, Rosellina Madeo, Giuseppe Falcomatà e Giuseppe Ranuccio (Pd); Enzo Bruno (Tridico Presidente); Elisabetta Barbuto (Movimento 5 Stelle) e Francesco De Cicco (Democratici Progressisti) – in rappresentanza di tutti i gruppi consiliari di minoranza uniti e coesi sul percorso politico intrapreso - si sono recati dal segretario generale Tommaso Calabrò per depositare l’istanza “richiesta di referendum popolare per l'approvazione della legge regionale 3 marzo 2026, n. 9, recante "Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 19 ottobre 2004, n. 25 (Statuto della Regione Calabria)", ai sensi dell'art. 123, terzo comma, della Costituzione e degli articoli 5 e 7 della legge regionale 26 novembre 2025, n. 45”.
I sette consiglieri regionali, infatti, hanno attivato la procedura prevista dall’articolo 123 della Costituzione, chiedendo di rimettere ai cittadini la valutazione su modifiche rilevanti dell’assetto regionale.
Ma il verbale firmato nelle stanze del Segretariato generale è netto: l’iter «non può essere avviato». Un passaggio che, al di là del tecnicismo, viene letto dall’opposizione come un blocco della volontà popolare.
«Viene impedito ai cittadini di scegliere», è la sintesi politica che accompagna la vicenda. L’istanza di referendum popolare depositata ieri all’attenzione del presidente della Giunta regionale, del presidente del Consiglio regionale e del segretario regionale rappresenta un passaggio chiaro e legittimo sul piano costituzionale: restituire ai cittadini la possibilità di esprimersi su una modifica rilevante dello Statuto della Regione Calabria.
Come previsto dall’articolo 123 della Costituzione, infatti, le leggi che intervengono sulla struttura statutaria possono essere sottoposte a referendum se lo richiede almeno un quinto dei consiglieri regionali. È esattamente quanto avvenuto: sette consiglieri hanno formalmente esercitato questa prerogativa, chiedendo che siano i calabresi a valutare e confermare – o respingere – la riforma approvata dal Consiglio.
«Non si tratta, dunque, di un atto politico generico, ma dell’utilizzo di uno strumento preciso di democrazia previsto dall’ordinamento, pensato proprio per garantire un controllo diretto dei cittadini sulle modifiche fondamentali delle istituzioni regionali – spiegano i sette consiglieri regionali -. Eppure, a fronte di questa richiesta, la procedura è stata bloccata sul piano tecnico, con la motivazione che l’iter non può essere avviato in base alla normativa regionale vigente. Una decisione che apre un evidente nodo istituzionale: da un lato un diritto riconosciuto dalla Costituzione, dall’altro una norma regionale che ne impedisce l’attuazione concreta».
È qui che la vicenda assume un significato politico preciso. Non è in discussione soltanto un passaggio procedurale, ma la possibilità stessa di esercitare uno strumento di partecipazione democratica. In altre parole, «viene meno la possibilità per i cittadini di intervenire direttamente su scelte che incidono sull’assetto e sul funzionamento della Regione».
«La questione, dunque, non è soltanto giuridica, ma profondamente politica: riguarda il rapporto tra istituzioni e cittadini e la concreta possibilità di esercitare i diritti di partecipazione previsti dalla Costituzione. L’obiettivo resta uno solo: garantire che su scelte così rilevanti sia il popolo calabrese ad avere l’ultima parola», spiegano ancora i sette consiglieri regionali.
Il risultato è uno scontro frontale che ora si sposta fuori dalle istituzioni. L’obiettivo dichiarato è una mobilitazione popolare, anche attraverso una proposta di legge d’iniziativa popolare a firma dei dieci consiglieri regionali di opposizione che sarà presentata nei prossimi giorni.
La battaglia politica resta aperta, con al centro una questione dirimente: chi decide davvero sulle scelte fondamentali della Calabria.
Referendum stoppato, Bruno attacca: «Democrazia negata»
«Quello che è accaduto ieri negli uffici del Consiglio regionale non è un semplice passaggio tecnico. È un fatto politico gravissimo. È stato impedito, nei fatti, l’esercizio di uno strumento previsto dalla Costituzione, negando ai cittadini calabresi la possibilità di esprimersi su una modifica fondamentale dello Statuto».
Lo afferma il consigliere regionale Enzo Bruno, capogruppo di Tridico Presidente, tra i firmatari dell’istanza di referendum popolare depositata sul testo di riforma approvato dal Consiglio, il cui iter il Segretariato generale ha ritenuto non possa essere avviato.
«Abbiamo esercitato una prerogativa chiara, prevista dall’articolo 123 della Costituzione. Non un atto politico simbolico, ma un diritto pieno, che consente a un quinto dei consiglieri di chiedere che siano i cittadini a decidere. Di fronte a questo, abbiamo trovato un muro. Ci è stato detto che la procedura “non può essere avviata”. Ma questo significa, nella sostanza, impedire ai calabresi di scegliere».
Per Bruno, il punto è dirimente: «Non siamo davanti a un tecnicismo, ma a una compressione inaccettabile della democrazia. Una legge regionale non può svuotare un diritto costituzionale. Può regolarlo, ma non può renderlo impraticabile. Qui, invece, siamo di fronte a uno strumento che esiste sulla carta ma viene negato nei fatti».
«La Calabria ha bisogno di altro, non di poltrone che servono solo a mantenere gli equilibri interni della maggioranza di centrodestra, con uno spreco enorme di risorse – affonda ancora Bruno –. I calabresi, come ripetiamo da mesi, hanno bisogno di molto altro: prima di tutto di una sanità che funzioni, di servizi, di lavoro per i giovani, di misure che fermino lo spopolamento e di interventi di salvaguardia di un territorio martoriato dal dissesto. In poche parole, di risposte concrete su tutti i fronti. Invece si continua a usare il denaro pubblico per interessi che non rientrano certo nella tutela del bene comune».
«Noi questa battaglia la porteremo avanti fino in fondo. Perché qui non si tratta solo di una legge, ma di scegliere da che parte stare: dalla parte dei cittadini o da quella delle poltrone», conclude Bruno.