Riforma elettorale, Meloni blinda la fiducia: se il testo salta, pronta a chiedere il voto. E gennaio torna sul tavolo
Il governo prepara almeno due voti di fiducia alla Camera e la premier chiama ministri e sottosegretari alla presenza obbligatoria. Ma il passaggio più delicato resta il voto finale, sul quale le opposizioni chiederanno lo scrutinio segreto. Meloni avverte: «Se il governo andrà sotto alla Camera ne dovremo trarre le conseguenze»
La riforma elettorale doveva servire a stabilizzare il sistema politico italiano, ma rischia di trasformarsi nel passaggio che può accorciare la legislatura. Giorgia Meloni ha deciso di non lasciare più margini di ambiguità e, durante il Consiglio dei ministri, ha avvertito la sua maggioranza che alla Camera non saranno tollerate assenze nei giorni decisivi: ministri e sottosegretari dovranno essere a Roma quando arriveranno i voti sulla legge, perché una sconfitta sul testo avrebbe inevitabilmente un significato politico molto più ampio della semplice bocciatura di una riforma. «Se il governo andrà sotto alla Camera ne dovremo trarre le conseguenze», è il messaggio della presidente del Consiglio riportato dal Corriere della Sera.
Una frase sufficientemente chiara da cambiare il clima dentro il centrodestra. Ancora più esplicito è il retroscena pubblicato oggi da Repubblica, secondo cui a Palazzo Chigi sarebbe stato messo in conto anche lo scenario estremo: se la riforma dovesse saltare, la premier sarebbe pronta a dimettersi e a puntare su elezioni già a gennaio, mentre con l’approvazione definitiva del testo resterebbe aperta la prospettiva di un ritorno alle urne in primavera. Non si tratta di una decisione istituzionale già assunta, né potrebbe esserlo, ma di uno scenario politico attribuito dal quotidiano alla strategia maturata attorno alla presidente del Consiglio.
Il governo, intanto, prova a ridurre al minimo i rischi. Il Consiglio dei ministri ha autorizzato la questione di fiducia sulla legge elettorale e Meloni, secondo quanto riferito dall’ANSA, ha chiesto la presenza di tutti, concedendo di fatto un’eccezione soltanto ai sottosegretari agli Esteri eventualmente impegnati in missioni fuori dall’Italia. Il calendario parlamentare prevede almeno due voti di fiducia, certamente sugli articoli 1 e 2, mentre resta da decidere se utilizzare lo stesso strumento anche sull’articolo 3; il voto finale è orientativamente previsto per l’8 ottobre.
Ed è proprio la fiducia a non risolvere completamente il problema. Il governo può utilizzarla per blindare gli articoli più delicati e trasformare quei passaggi in voti palesi, costringendo ciascun parlamentare della maggioranza ad assumersi apertamente la responsabilità della propria scelta, ma alla fine resterà il voto sull’intero provvedimento, sul quale le opposizioni hanno già annunciato la richiesta dello scrutinio segreto. È lì che potrebbe riaprirsi la partita dei franchi tiratori, perché il segreto dell’urna restituirebbe ai singoli deputati quella libertà di movimento che Palazzo Chigi sta cercando di neutralizzare con la disciplina di maggioranza e con il richiamo alla presenza in Aula.
Il precedente che pesa sulla maggioranza risale al primo passaggio della riforma alla Camera. Il 14 luglio l’emendamento di FdI, Noi Moderati e Udc che introduceva preferenze e capilista bloccati, sostenuto dal governo, venne bocciato a scrutinio segreto per un solo voto: 187 favorevoli e 188 contrari, con diversi voti mancanti all’interno della stessa maggioranza. Fu quello l’episodio che trasformò una discussione tecnica sulla legge elettorale in un problema politico per il centrodestra e che oggi spiega buona parte della prudenza di Palazzo Chigi.
Meloni è tornata direttamente su quel passaggio il 16 settembre, quando ha spiegato perché avrebbe considerato la fiducia una questione di «chiarezza». Dopo la bocciatura delle preferenze, ha ricordato la premier, si era sostenuto che il governo non disponesse più della fiducia della propria maggioranza; proprio per questo, secondo Meloni, mettere la fiducia su una legge che contiene ora anche le preferenze consente di verificare apertamente i numeri parlamentari.
Il testo arrivato nuovamente alla Camera dopo il voto del Senato del 15 settembre prevede un sistema proporzionale con premio fisso di 70 deputati e 35 senatori alla lista o alla coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei consensi, accompagnato dal meccanismo delle preferenze con capilista bloccati. Palazzo Madama lo ha approvato con 113 voti favorevoli e ora Montecitorio rappresenta l’ultimo passaggio prima dell’approvazione definitiva.
Dentro questi numeri, tuttavia, si gioca una partita che riguarda direttamente il futuro politico di molti parlamentari. Il ritorno alle preferenze cambia le modalità con cui una parte degli eletti dovrebbe conquistarsi nuovamente il seggio e proprio questo elemento alimenta, secondo i retroscena pubblicati in queste ore, le preoccupazioni di Palazzo Chigi sull’affidabilità del voto finale. Il nodo non riguarda quindi soltanto il confronto tra maggioranza e opposizione, ma anche la possibilità che valutazioni personali sulla ricandidatura e sulla futura composizione delle liste finiscano per incidere sul comportamento di singoli deputati nel segreto dell’urna.
Ed è qui che gennaio entra improvvisamente nel calendario politico. Una sconfitta su una questione di fiducia aprirebbe immediatamente una crisi politica; una bocciatura nel voto finale della legge, invece, non produrrebbe automaticamente lo stesso effetto sul piano costituzionale, ma assumerebbe il significato politico che la stessa presidente del Consiglio ha deciso di attribuirle parlando di «conseguenze». Secondo il retroscena di Repubblica, proprio in questo secondo scenario Meloni sarebbe pronta a trarre la conclusione più drastica, rimettendo il mandato e chiedendo di verificare rapidamente la possibilità di tornare alle urne.
La decisione sullo scioglimento delle Camere, naturalmente, non appartiene alla presidente del Consiglio. L’articolo 88 della Costituzione attribuisce questa facoltà al Presidente della Repubblica, dopo aver sentito i presidenti delle due Camere: sarebbe quindi il Quirinale, di fronte a un’eventuale crisi, a compiere le valutazioni previste dall’ordinamento e a verificare se esistano o meno soluzioni parlamentari alternative prima di arrivare allo scioglimento.
Politicamente, tuttavia, il messaggio che arriva ai parlamentari della maggioranza appare chiaro: chi immagina di utilizzare il voto segreto per fermare la riforma deve mettere nel conto che la conseguenza potrebbe non limitarsi alla sconfitta di Meloni sulla legge elettorale, ma aprire una crisi capace di portare la legislatura alla conclusione molto prima del previsto. È questo, almeno, lo scenario che i retroscena descrivono mentre Palazzo Chigi stringe i ranghi e prepara la prova parlamentare di ottobre.
La legge nata per decidere come si voterà rischia così di diventare la legge che decide quando si voterà. E, improvvisamente, gennaio non sembra più soltanto il primo mese del 2027.