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13/10/2026 ore 09.59
Politica

Salvini si dimette per riprendersi la Lega. Ma se il Carroccio lo disarciona, il conto arriva a Giorgia Meloni

Il vicepremier lascia la segreteria per ricandidarsi al congresso del 24 e 25 ottobre, ma la partita potrebbe riservare conseguenze ben oltre via Bellerio. Una leadership diversa aprirebbe il confronto sui ministri, sulla manovra e sui rapporti di forza nella maggioranza. Salvini rischierebbe di perdere il partito, mentre la presidente del Consiglio potrebbe ritrovarsi a pagare il prezzo politico di una resa dei conti alla quale non partecipa.

di Redazione
Matteo Salvini e Giorgia Meloni durante un incontro istituzionale.

Matteo Salvini si è dimesso per tornare, ma la politica, a differenza dei regolamenti congressuali, non garantisce il lieto fine a chi decide di riscriverne la trama. Il vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha lasciato la segreteria della Lega per ripresentarsi davanti ai delegati del Carroccio, chiedere una nuova investitura e inaugurare una stagione che nelle intenzioni dovrebbe restituirgli un partito più compatto, una classe dirigente rinnovata e perfino un simbolo aggiornato. Tutto previsto, tutto concordato, tutto apparentemente sotto controllo. Con una sola incognita, tutt'altro che secondaria: che cosa accadrebbe se il congresso decidesse di cambiare capitano?

La domanda non riguarda soltanto il destino personale di Salvini, né si esaurisce nelle rivalità che accompagnano da sempre la storia del movimento fondato da Umberto Bossi. Una sua eventuale sconfitta aprirebbe una questione politica destinata a varcare rapidamente i confini di via Bellerio, fino a raggiungere Palazzo Chigi. Perché un conto è cambiare il segretario di un partito, un altro è sostituire il leader di una forza politica che esprime ministri, parlamentari e una componente essenziale della maggioranza di governo. Giorgia Meloni, che al congresso della Lega non avrà naturalmente alcun voto da esprimere, potrebbe ritrovarsi a gestirne le conseguenze. E non sarebbe la prima volta che una partita cominciata dentro un partito finisce per complicare la vita di chi governa.

Le dimissioni necessarie e il rischio che nessun regolamento può cancellare

Il passaggio formale è arrivato lunedì 12 ottobre, durante il Consiglio federale convocato nella sede milanese della Lega. Salvini ha rassegnato le dimissioni insieme ai vicesegretari Claudio Durigon, Silvia Sardone e Alberto Stefani, secondo una procedura che il partito ha definito concordata e necessaria per celebrare il congresso elettivo del 24 e 25 ottobre. La gestione provvisoria è stata affidata al tesoriere Alberto Di Rubba, nominato vicesegretario vicario, mentre a presiedere l'assise sarà Lorenzo Fontana, presidente della Camera.

Il vicepremier ha già indicato alcuni elementi del progetto con cui intende presentarsi all'appuntamento milanese. «Ho scelto di dotare la Lega di una segreteria politica per condividere onori e oneri», ha annunciato, aggiungendo che sarà aggiornato anche il simbolo perché «il mondo cambia». Parole che evocano un rinnovamento organizzativo, ma lasciano aperta la questione decisiva: quanto del cambiamento annunciato riguarderà realmente la linea politica e quanto, invece, servirà a consolidare l'attuale leadership? Salvini respinge l'idea di una frattura interna. «Non ci sono dissidenti», ha assicurato, rivendicando le proprie origini nella Lega Lombarda e invitando tutti a portare idee e proposte al congresso. Un messaggio di apertura che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe tenere insieme le diverse anime del Carroccio.

La storia politica, tuttavia, insegna che i congressi convocati per rafforzare una leadership possono anche trasformarsi in occasioni per ridiscuterla. Non significa che questo debba accadere a Milano, né che esista oggi un'alternativa organizzata capace di sconfiggere Salvini. Significa semplicemente che il voto dei delegati, se autenticamente competitivo, non può essere considerato una formalità dall'esito garantito. E il rischio non consiste necessariamente in una sconfitta clamorosa. Anche una riconferma accompagnata da un dissenso significativo potrebbe costringere il segretario a rivedere il rapporto con le componenti interne, con i territori e con quella parte della Lega che continua a considerare l'autonomia settentrionale un elemento irrinunciabile della propria identità.

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Il Nord, i governatori e quella Lega che non vuole diventare soltanto nazionale

Dietro la discussione sulla segreteria si intravede una questione più profonda, che attraversa da anni il Carroccio: il rapporto tra la tradizione autonomista e la trasformazione nazionale impressa da Salvini. Il partito che ha costruito una parte della propria fortuna politica sulla rappresentanza del Nord produttivo si è progressivamente presentato come una forza nazionale, impegnata sui temi dell'immigrazione, della sicurezza, della politica estera e delle grandi questioni economiche. Un'evoluzione che ha ampliato gli orizzonti della Lega, modificandone contemporaneamente il rapporto con il suo insediamento storico.

I presidenti delle Regioni settentrionali, gli amministratori locali e i dirigenti più legati alla tradizione territoriale costituiscono interlocutori che nessuna leadership può ignorare. Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e Alberto Stefani rappresentano, con ruoli e percorsi differenti, una parte importante di questo mondo politico e amministrativo. Ciò non significa attribuire loro un progetto unitario contro Salvini, che non risulta dimostrato, ma riconoscere il peso delle sensibilità territoriali nel futuro del partito. La questione è eminentemente politica: può la Lega continuare a essere contemporaneamente il partito delle autonomie settentrionali e una forza nazionale senza che una delle due identità finisca per prevalere sull'altra?

Salvini ritiene evidentemente possibile questa convivenza. Il congresso servirà anche a verificare quanto tale impostazione sia condivisa e quali condizioni vengano poste dalle diverse componenti. Ma se dal confronto dovesse emergere una leadership differente, il problema cesserebbe immediatamente di essere soltanto identitario.

Salvini fuori dalla segreteria, ma ancora vicepremier: il paradosso arriva a Palazzo Chigi

Immaginiamo che il congresso scelga un altro segretario. Non una previsione, ma un'ipotesi politica utile a comprendere la posta in gioco. Salvini perderebbe la guida del partito, ma non automaticamente la vicepresidenza del Consiglio né il ministero delle Infrastrutture. Gli incarichi di governo seguono procedure costituzionali distinte dalle vicende congressuali e una sconfitta interna non produce, di per sé, alcuna decadenza ministeriale. Potrebbe così verificarsi una situazione politicamente delicata: un vicepremier che continua a rappresentare la Lega nell'esecutivo mentre il partito è guidato da un altro leader.

Chi avrebbe l'ultima parola nelle trattative con Giorgia Meloni? Il segretario eletto dai delegati oppure il ministro che partecipa quotidianamente alle decisioni del governo? Chi definirebbe le priorità politiche del Carroccio e chi sarebbe autorizzato a negoziare eventuali compromessi? Non si tratterebbe di una questione protocollare. La forza di un ministro dipende certamente dalle competenze istituzionali, ma anche dal sostegno politico che può mobilitare. Un Salvini privo della segreteria potrebbe conservare un ruolo importante, soprattutto se sostenuto da una parte consistente del gruppo dirigente e dei parlamentari. Dovrebbe però confrontarsi con un'autorità politica nuova, legittimata dal congresso. Meloni, dal canto suo, potrebbe trovarsi davanti a due interlocutori appartenenti allo stesso partito, ma non necessariamente portatori delle medesime priorità.

Un equilibrio possibile, certamente, ma non privo di difficoltà. Soprattutto quando le decisioni riguardano denaro, ministeri e distribuzione del potere.

Il rimpasto, Giorgetti e Calderoli: quando cambiare segretario significa ridiscutere il governo

La partita diventerebbe ancora più delicata se il nuovo segretario decidesse di rivendicare un diverso assetto della delegazione leghista nell'esecutivo. Giancarlo Giorgetti, ministro dell'Economia e delle Finanze, e Roberto Calderoli, ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, occupano due posizioni strategiche. Il primo presidia i conti pubblici e la politica economica, il secondo una delle questioni storicamente più importanti per l'identità della Lega, quella dell'autonomia differenziata.

Entrambi rappresentano figure di lunga esperienza politica e istituzionale. La loro presenza nel governo costituisce un elemento di continuità che un eventuale nuovo segretario potrebbe voler preservare, ma anche un punto attorno al quale ridefinire gli equilibri interni. Non è affatto scontato che un cambio di leadership produca un rimpasto. Potrebbe prevalere la volontà di mantenere intatta la squadra ministeriale, evitando tensioni con Palazzo Chigi. Tuttavia, un segretario appena eletto potrebbe anche voler dimostrare che il congresso non ha rappresentato una semplice sostituzione di persona, ma l'avvio di una fase politica differente.

A quel punto, la presidente del Consiglio sarebbe chiamata a una trattativa che non ha cercato e che potrebbe non avere alcun interesse ad aprire. Accogliere eventuali richieste di riequilibrio significherebbe riconoscere il peso della nuova leadership. Resistere potrebbe alimentare tensioni con un alleato indispensabile alla stabilità della coalizione. Cercare una mediazione imporrebbe di distribuire responsabilità e garanzie senza compromettere gli equilibri con Fratelli d'Italia e Forza Italia. La Lega cambierebbe segretario, ma il problema della nuova distribuzione del potere finirebbe sul tavolo di Meloni. Una conseguenza non inevitabile, ma sufficientemente concreta da meritare attenzione.

La manovra economica, il terreno sul quale il Carroccio potrebbe presentare il conto

Le conseguenze di un eventuale cambio di leadership potrebbero manifestarsi anche senza sostituire un solo ministro. La manovra economica offre infatti a ogni partito della maggioranza l'occasione per rivendicare risultati, difendere priorità e distinguersi dagli alleati. Nel Consiglio federale del 12 ottobre, la Lega ha ribadito le proprie richieste sulle pensioni, sul contributo delle banche, sull'estensione delle Zone economiche speciali e sull'abolizione del canone Rai. Questioni che hanno un peso finanziario e politico, soprattutto in una fase nella quale le risorse disponibili devono essere distribuite tra esigenze spesso concorrenti.

Un nuovo segretario potrebbe scegliere di rendere più stringenti alcune di queste richieste, utilizzando il confronto sulla legge di bilancio per imprimere al partito un'identità riconoscibile. Oppure potrebbe privilegiare una maggiore concertazione con Giorgetti e con il resto della maggioranza, presentando la stabilità come il primo risultato della nuova stagione. La differenza sarebbe sostanziale. Nel primo caso, Palazzo Chigi dovrebbe confrontarsi con una Lega intenzionata a marcare le distanze dagli alleati su alcuni provvedimenti. Nel secondo, il cambio di leadership potrebbe persino favorire un rapporto più ordinato tra partito e governo.

Non esistono automatismi. Ma la manovra diventerebbe inevitabilmente uno dei primi terreni sui quali misurare l'eventuale nuova linea politica del Carroccio. E Meloni dovrebbe trovare una sintesi capace di tenere insieme le esigenze del ministro dell'Economia, le richieste dei partiti e la sostenibilità dei conti pubblici.

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La crisi di governo non è automatica, ma la maggioranza potrebbe cambiare volto

Una sconfitta congressuale di Salvini non provocherebbe automaticamente la caduta del governo. La Costituzione non attribuisce ai congressi di partito il potere di revocare la fiducia al presidente del Consiglio e l'esecutivo continuerebbe a esercitare le proprie funzioni finché sostenuto dalla maggioranza parlamentare. Ma la stabilità politica non si misura soltanto contando i voti disponibili alla Camera e al Senato.

Un nuovo segretario potrebbe confermare il sostegno a Meloni, negoziare un diverso equilibrio interno oppure chiedere una revisione di alcune priorità programmatiche. Soltanto un'eventuale rottura capace di compromettere il rapporto fiduciario con il Parlamento aprirebbe una vera questione sulla sopravvivenza dell'esecutivo. Tra la continuità senza condizioni e la crisi di governo esiste però un ampio spazio politico, fatto di trattative, richieste, mediazioni e conflitti più o meno visibili. È proprio in questo spazio che potrebbe consumarsi il contraccolpo più significativo per la presidente del Consiglio.

Meloni ha interesse a confrontarsi con alleati dotati di una leadership riconoscibile e capaci di assumersi la responsabilità delle decisioni comuni. Una Lega attraversata da una transizione difficile, oppure impegnata a ridefinire la propria identità, potrebbe rendere più laboriosa la gestione quotidiana della coalizione. La presidente del Consiglio non avrebbe necessariamente davanti un avversario. Potrebbe ritrovarsi, più semplicemente, un alleato diverso da quello con cui ha costruito gli equilibri dell'esecutivo. E talvolta, nella politica di governo, è sufficiente questo per cambiare la natura di una trattativa.

Il vero interrogativo: chi comanderà la Lega e chi parlerà per la Lega nel governo?

Il congresso del 24 e 25 ottobre si presenta dunque come un passaggio che potrebbe andare oltre la riconferma del segretario. Salvini punta a ottenere un nuovo mandato, a rinnovare l'organizzazione del partito e a ricomporre attorno alla propria leadership le diverse sensibilità del Carroccio. Una riconferma ampia potrebbe rafforzarne l'autorità politica e consentirgli di affrontare la fase successiva con una maggiore legittimazione interna. Una riconferma sofferta, invece, potrebbe imporre nuovi equilibri nella gestione del partito. L'elezione di un altro segretario aprirebbe una fase ancora diversa, nella quale il rapporto tra leadership, ministri e gruppi parlamentari dovrebbe essere ridefinito.

Il punto non è stabilire oggi quale di queste ipotesi si realizzerà, perché mancano elementi sufficienti per considerare una sconfitta di Salvini un esito probabile. Il punto è comprendere che cosa potrebbe accadere se il congresso producesse un risultato diverso da quello auspicato dal segretario uscente. Giorgia Meloni, intanto, osserva una partita sulla quale non esercita alcun controllo diretto. La presidente del Consiglio può negoziare con i partiti della maggioranza, ma non scegliere i loro leader. Può difendere la composizione del governo, ma non impedire che un congresso modifichi gli equilibri politici sui quali quell'esecutivo si regge.

Il destino di Salvini rimane nelle mani della Lega. Le conseguenze di una sua eventuale sconfitta, invece, potrebbero diventare un problema dell'intera coalizione.

Salvini cerca una nuova investitura, Meloni potrebbe ricevere il conto

Il paradosso conclusivo è forse quello che racconta meglio questa vicenda. Matteo Salvini ha lasciato la segreteria per chiedere al partito di restituirgliela. Ha annunciato una nuova squadra, un simbolo aggiornato e un congresso aperto alle idee, confidando evidentemente nella possibilità di trasformare un adempimento regolamentare in una nuova legittimazione politica.

Ma i congressi, quando prevedono una scelta effettiva, non sono cerimonie di incoronazione. Possono confermare un leader, ridimensionarne il potere oppure consegnare la guida del partito a qualcun altro. E se il Carroccio dovesse scegliere una strada diversa, Salvini si troverebbe davanti alla necessità di ripensare il proprio ruolo, mentre Giorgia Meloni dovrebbe affrontare le conseguenze politiche di una decisione maturata interamente fuori da Palazzo Chigi.

Salvini ha deciso di mettere in gioco la propria leadership, convinto di poter tornare al comando. Ma la politica conosce un'ironia che nessun regolamento congressuale riesce a disciplinare: chi apre una partita non sempre decide come finirla. E se il Carroccio dovesse disarcionare il suo capitano, il conto potrebbe essere recapitato a Giorgia Meloni. Senza che la presidente del Consiglio abbia mai messo piede nell'urna congressuale.